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Buttadentro 2026: la gioia del Vangelo

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Commenti a cura di fratel Piotr, Piccolo Fratello dell'Accoglienza, prof di sostegno e di teologia fondamentale. Buttadentro della Parola nella Vita e della Vita nella Parola Contattami: @buttadentroBOT

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  • Quale compatibilità tra il vecchio e il nuovo? Matteo, con la terza immagine presentata nel vangelo di questa domenica, presenta quasi un autoritratto dell'evangelista: uno scriba ebreo, discepolo del Regno predicato dal Messia, che conosce con intimità domestica il tesoro della Torah. Perciò è capace di trarre cose nuove [kaina] e cose vecchie/antiche [palaia] dal medesimo tesoro della tradizione biblica (Mt 13,52). Matteo ricalca il saggio descritto dal Siracide: «Egli ricerca la sapienza di tutti gli antichi e si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi e penetra le sottigliezze delle parabole, ricerca il senso recondito dei proverbi e si occupa degli enigmi delle parabole» (Sir 39,1-3). Ma anche «Qoèlet insegnò al popolo la scienza; ascoltò, meditò e compose un gran numero di massime. Qoèlet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse con onestà parole veritiere» (Qo 12,9-10). Per dirlo con le parabole matteane che precedono il brano di oggi, quello scriba è in grado di cercare e trovare nella Torah e nei Profeti le perle preziose e proprio per questo di riconoscerne la più preziosa. Al di fuori dell'Alleanza con Mosè non si può comprendere Gesù come il Messia di Israele. È l'inaudito che avvalora ciò che già abbiamo. Eppure lo stesso evangelista Matteo aveva offerto un ulteriore criterio, che oggi ci sembra un po' in tensione, benché abbia cercato di evitare una contraddizione frontale. Nel capitolo 9 anch'egli proponeva l'immagine – ereditata da Marco – di un'incompatibilità tra la novità e il passato: «Né si versa vino nuovo [neos = recente, soprattutto dal punto di vista cronologico] in otri vecchi [palaioi], altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande» e – Matteo pone su questo l'accento – «gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi [kainoi = soprattutto nel senso qualitativo di diversi] e così l'uno e gli altri si conservano». (Mt 9,16-17). Compimento per Matteo non significa sostituzione: c'è una novità straripante che non toglie dignità a ciò che ci ha preceduto, il quale anzi va conservato nella sua distinzione, con la medesima cura che riserviamo alle cose recenti. Lo scriba non mette insieme cose diverse mescolate alla rinfusa, ma le tira fuori dal tesoro con ordine. È un criterio di interpretazione prezioso: il passato può essere illuminato da migliori intuizioni, ma va rispettato in quanto passato; non giudicato con gli stessi criteri che usiamo per valutare il presente. Al tempo stesso, la novità straripante necessita di un proprio spazio di libertà: non può essere ricondotta totalmente, né costretta, nell'usato garantito, pur in sé buono. #dalvangelodioggi Mt 13,44-52

  • Papa Francesco avvertiva «la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (EG 16). In altri contesti l’ha espresso nei termini di una “unità” che non sia anche “uniformità”. Non tutto può essere risolto con interventi calati dall’alto: il nostro mondo plurale necessita anche di un discernimento locale, nei singoli territori. Una proposta che funziona in una comunità non è detto che giovi – anche a livello di percorso di fede – pure in un’altra, che presenta esigenze, cammini, desideri differenti. La sensibilità del gesuita Bergoglio emergeva anche da questo: nell’attenzione alla singola persona, alla singola relazione, al singolo contesto; ciascuno è una preziosa sfaccettatura di un poliedro comune. Anche per tale motivo invitava a non pretendere dal papa «una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo». È sicuramente più comodo per tutti delegare all’autorità centrale che tutto appiattisce omologando, ma la responsabilità del discernimento spetta in primis alla nostra periferica coscienza, nella sua unicità, chiamata ad affrontare sfide sempre nuove, per quanto apparentemente marginali. Papa Francesco non ci voleva risparmiare questa fatica: l’inevitabile sfida della libertà del cristiano.

  • La Chiesa è missionaria o non è. La Chiesa non fa missioni, ma è essa stessa missione, slancio appassionato, . È una sua esigenza intrinseca: è sé stessa solamente se esce dalla propria autoreferenzialità. Papa Francesco in EG 15 ha fatto proprie le istanze dei vescovi, in particolare quelli latinoamericani, che hanno detto con parole chiare che non possiamo starcene tranquilli, per conservare ciò che già c'è – le nostre abitudini, istituzioni e strutture – attendendo narcisisticamente e comodamente che gli altri bussino ai nostri portoni sigillati, senza cambiare nulla. Occorre uscire, e uscire non per trasformare, conquistare o convertire gli altri, bensì noi stessi. Questa è la necessità, il compito, la sfida principale che viviamo come Chiesa: la conversione missionaria, che risveglia la nostra tensione verso Cristo, nel quale tutte e tutti siamo insieme accolti, e abbracciati da Dio Padre. In questa conversione scopriamo la nostra stessa identità di figlie e figli del Dio che esce da sé per lasciarsi incontrare da chiunque.

  • Tre sono gli ambiti della nuova evangelizzazione: la pastorale ordinaria, senza dimenticare i credenti che non partecipano assiduamente alle liturgie; poi coloro che si sono allontanati dalla chiesa; infine coloro che invece non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato, pur talvolta cercando Dio in segreto. I cristiani devono annunciare il Vangelo – precisa papa Francesco in Evangelii Gaudium 14 – «senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma "per attrazione"».

  • Venerdì a Salerno 😎

  • «Memoria grata»: essa pervade chi vive la missione del Signore, all'interno di una «storia viva che ci accoglie e ci spinge in avanti» (EG 13). Non fraintendiamo dunque la novità del Vangelo con un buttare tutto all'aria. È piuttosto una continuità creativa, fedele alle radici e per questo protesa verso il futuro, sostenendo i passi nel presente. La Parola del Signore rinnova la nostra vita a partire da momenti e persone-fiamma che hanno acceso la nostra gioia; chi ne fa memoria, con gratitudine, torna a quel fuoco che alimenta la passione evangelizzatrice. Non basta la forza di volontà; altrimenti ci si spegne nella routine di faccende da sbrigare o in nostalgie di tempi ormai tramontati. Vivere la gratitudine profonda ci fa sostare sulle relazioni e ci rimette in moto verso un futuro trasfigurante di pienezza. Ed è proprio per questo che celebriamo l'Eucaristia: per fare memoria, rendere presente qui e ora l'Amore incondizionato, sino alla fine, ed entrare sempre più nella Pasqua, nella dinamica di morte e resurrezione, proiettati nella vita vera. Non doveri, insomma, ma desideri di nutrire.

  • In un mondo in cui prevale la retorica di chi dice di essersi fatto da solo, ricordarsi che il primato è di Dio ci libera dalla tristezza di un eventuale umano insuccesso nostro, che siamo null'altro che suoi collaboratori. Collaborare non signfica però lavorare meno, bensì lavorare meglio, senza quelle ansie da prestazione di chi pretende di reggere il cielo sulle proprie spalle. Il primo passo lo ha già fatto Dio; sua è la novità continua che ci sprona e ci alleggerisce dal sovraccarico di chi pensa di essere l'unico a compiere una impresa superumana. Calma, eh: innanzitutto non sei tu il protagonista dell'evangelizzazione, non è tua tutta la responsabilità e, per quanto ti possa impegnare, l'esito non dipenderà tutto da te. Un eventuale insuccesso non è necessariamente colpa tua, anzi, può aiutare a ridimensionarti e lasciare spazio alla continua novità imprevista di Dio. Anche il peso delle aspettative viene meno, quando riconosciamo che l'iniziativa è di Dio, «che prende la nostra vita per intero. Ci chiede tutto, ma nello stesso tempo ci offre tutto» (Evangelii Gaudium 12).

  • «Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina» (EG 11). Papa Francesco suggerisce perciò di attingere alla sorgente inesauribile– alla «freschezza originale del Vangelo» – perché possiamo trovare ispirazione per nuove strade e metodi, nuovi segni, nuove espressioni e parole per annunciare ancora oggi l'essenziale: «Il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto». Questa dinamica sorprendente di morte è resurrezione – Cristo rompe ogni schema – non può diventare abitudine. Se compresa e vissuta a fondo, è anzi «fonte costante di novità», che rinnova la Chiesa quanto il singolo battezzato, a patto che si lascino scomodare, rinnovare e ringiovanire. Senza questa inquietudine ci spegniamo nelle abitudini di facciata, riti comodi e senza vita. Noi invece desideriamo correre insieme entusiasti, senza quasi nemmeno avvertire il peso della stanchezza.

  • Una vita più ricca di senso e di passione. Questa è la proposta che ritroviamo in Evangelii Gaudium 10: si cresce spiritualmente quanto più ci si coinvolge nell'umanità, vincendo apatia ed egoismo, cioè scomodandoci, abbandonando le nostre sicurezze e donando la nostra vita per gli altri. Il vangelo si diffonde in questo scambio esistenziale – grato, gioioso e sereno – senza particolari ansie organizzative, bensì con il fervore di chi desidera comunicare la vita. Proprio così anche la nostra si rafforza e si realizza davvero in pienezza. Più ti doni, più diventi te stesso.

  • Bonum diffusivum sui, amava ripetere con fiducia san Tommaso d'Aquino: «Il bene tende sempre a comunicarsi». E papa Francesco così lo attualizza in Evangelii Gaudium 9: «Ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri». Il bene ricevuto alimenta così il desiderio di bene anche per gli altri fratelli e sorelle che riconosciamo esserci accanto. E questo desiderio ci urge; diventa una fortissima necessità, quasi un imperativo al quale non vogliamo né possiamo sottrarci. Ecco il dolce peso della gratitudine: siamo liberi, per poter liberare gli altri.

  • Talvolta ci chiudiamo a riccio perché temiamo di perdere qualcosa, di contaminarci, di non capire più chi siamo; sia come chiesa, che come singola persona credente. In realtà è proprio il contrario: la nostra autentica identità – «il nostro essere più vero» – è «al di là di noi stessi». Finché restiamo impantanati in quella che papa Francesco, in Evangelii Gaudium 8, chiama «coscienza isolata», la tristezza è di casa. Atteggiamenti difensivi, rigidi, identitari non pagano; anche se ci illudono di darci una qualche solidità, ne restiamo in fondo scontenti, perché la diffidenza è l'opposto della gioia contagiosa proposta dal Vangelo. È invece l'incontro – forse per la prima volta, o forse nuovamente rinnovato – con l'amore di Dio che ci conduce fuori dalla nostra autoreferenzialità, aprendoci a una «felice amicizia» con le sorelle e con i fratelli, anziché considerare l'esterno come ostile o indifferente. Le corazze devono cadere. La forza sorgiva per amare gli altri – e la radice che ci permette di piegarci senza spezzarci – è fuori di noi. L'esterno non è tanto una minaccia, quanto una promessa di gioia: fidiamoci della solida mano di Dio, che ci invita a osare quel passo oltre e ci accompagna in questo rischio, per essere autenticamente sereni. Possiamo godere finalmente del panorama quando smettiamo di fare da guardia al nostro egoismo. Senza corazze potremmo forse talvolta cadere, ma avremo sempre l'agilità e la leggerezza per poterci rialzare e riprendere il cammino.

  • Ma tu sei felice? La società contemporanea rede accessibili tanti piccoli piaceri, ma di fronte alla parola "gioia" ci andiamo più cauti. Non ne abbiamo mai abbastanza per poterci dire felici. Eppure sono accessibili a tutti altrettante gioie belle e sponantee, a persone povere quanto a persone impegnate professionalmente: «Queste gioie attingono alla fonte dell’amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo» (EG 7).

  • Con una espressione memorabile, papa Francesco ravvisava che «ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (EG 6). Al tempo stesso con realismo riconosceva che la gioia non si vive sempre allo stesso modo nelle diverse circostanze della vita, perché lutti e gravi difficoltà possono offuscarla. Eppure, anche in esse, la «certezza personale di essere infinitamente amato» si fa strada. Questa grata consapevolezza è uno spiraglio di luce che segretamente alimenta nella nostra vita la gioia. Del resto proprio nel libro delle Lamentazioni, citato da Francesco in questo paragrafo, non viene meno la fede dell'anima che, pur tribolata, sceglie di attendere la salvezza: «Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie». Da questa certezza il desiderio di riprendere a camminare nella speranza.

  • In continuità con il Primo Testamento, anche il Vangelo è Buona Notizia, cioè un lieto annuncio, in sé gioioso. È l'invito definitivo a prendere parte alla festa incessante di Dio – venuto a gioire e a farci gioire, in carne ed ossa – oltre ad esserne testimoni e condividerla. Papa Francesco, rilevando che di frequente gli evangelisti usino termini legati alla gioia, spiega come essa sia strettamente legata alla persona di Gesù e all'incontro con Lui: «La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante» (EG 5). Non è dunque tanto uno sforzo di volontà, quanto un flusso, effetto domino, reazione a catena innescata dall'amore contagioso di Dio che non riesce a restare imbottigliato. Tanta roba. Deve necessariamente uscire, traboccare, e noi con Lui.

  • «Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene … Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Dio non propone mortificazioni che reprimono e intristiscono – come talvolta i cristiani hanno fatto passare – bensì la pienezza della gioia. La possiamo già scorgere, per quanto nascosta, «tra le piccole cose della vita quotidiana», chiosa papa Francesco. Evangelii Gaudium 4 mette in evidenza come già nel Primo Testamento si moltiplichino gli inviti rivolti al Popolo, e al creato intero, a rallegrarsi perché la salvezza di Dio si è fatta vicina. Un bel tramonto, un frutto gustoso, un abbraccio che scalda... valorizzare la bellezza di questi istanti rasserenanti non è affatto una distrazione dalla vita spirituale, ma riconoscenza per l'amore di Dio, che desidera che ci rigeneriamo nelle gioie di ogni giorno. Lui per primo, nostro Padre, è infatti pronto a condividere i nostri stessi sentimenti: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,17). Trattarsi bene è gratitudine nei confronti del Dio innamorato e complice della nostra gioia: se vogliamo farlo davvero contento, permettiamogli di esultare grandemente nella nostra vita!

  • «Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia», ribadiva papa Francesco in Evangelii Gaudium 3. Ieri un mio amico ortodosso mi diceva che questa è la sua bussola anche per il suo ministero, che questa settimana si svolgerà in confessionale. Quanto sollievo troveranno le persone che, anche attraverso di lui, incontreranno la misericordia di Dio! Francesco in questo paragrafo combinava l'immagine del buon pastore con quella del padre misericordioso: sono vere immagini della tenerezza di Dio, che invita tutti, nessuno escluso, e non delude. Chi rischia l'incontro personale con Dio, o perlomeno acconsente a lasciarsi incontrare da lui, non sarà deluso. E qui si sprigiona una gioia incoraggiante. Non solo per chi si rialza, ma pure per chi vede un compagno di strada rialzarsi, scoprendo che Dio è ancora più buono di quanto la nostra coscienza si permetta di credere.

  • Ai tempi del Concilio Vaticano II si era identificato il problema principale in una Chiesa cattolica chiusa istituzionalmente su sé stessa, arroccata, diffidente, sempre sulla difensiva contro i pericoli di un mondo moderno che correva veloce. Ecco allora che i Padri conciliari hanno elaborato la “Gaudium et Spes” per vincere questa tentazione e apprezzare invece tutto il bene che si possa trovare anche al di fuori di essa. L'autoreferenzialità oggi è diventata di massa, individualizzata: la chiusura esistenziale è la tentazione del nostro tempo. Così nel 2013 papa Francesco identifica tre cause della «tristezza individualista» che pervade le società consumistiche, ma pure le nostre realtà parrocchiali: un «cuore comodo e avaro», la «ricerca malata di piaceri superficiali» e la «coscienza isolata». Nel nostro orticello non c'è più spazio per gli altri, per i poveri, e neppure per Dio. Pensiamo che il gioco non ne valga la candela, che sia troppo dispendioso in termini di tempo ed energie: meglio risparmiarci. Ci fa comodo ripeterci che, tutto sommato, stiamo abbastanza bene così, anestetizzati da qualche prodotto di consumo che possa riempire ogni vuoto. Però non è mica tanto vero: l'effimero mi può far star bene sul momento, ma non nutre. E infatti poco alla volta questa indifferenza verso l'esterno ci spegne: «Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita». Ci pensavamo liberi, ci ritroviamo soli e con la sensazione che, pur avendo molto, ci manchi sempre qualcosa. «Questo non è il desiderio di Dio per noi» – ricorda Francesco nel paragrafo 2 di Evangelii Gaudium – eppure proprio in quel desiderio non appagato possiamo distinguere il grido di una fame di infinito.

  • «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. [...]» Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 1

  • Channel name was changed to «Buttadentro 2026: la gioia del Vangelo»

  • Non sappiamo. A fronte di tante parole che siamo abituati a sprecare, il primo annuncio pasquale non è una certezza apologetica, ma un plurale di smarrimento collettivo. La Maddalena non parla solo per sé, ma anzi si fa portavoce di una comunità intera di discepole e discepoli che, nel vuoto della perdita, sceglie di confessare candidamente il proprio limite. Non aggiunge alcuna rassicurazione di circostanza: q/Qualcuno ha tolto Gesù dal sepolcro, e questo è innegabile. Partiamo da qui. Quel «non sappiamo» non è necessariamente chiusura mentale. È la realtà, quasi un'ignoranza socratica. È la consapevolezza di una soglia, apofatica, che preserva la libertà di un Assoluto che non può essere trattenuto, nemmeno dalla morte. È l'onestà di chi parte innanzitutto dal dato oggettivo – il cadavere effettivamente non c'è più – senza imprigionare troppo in fretta in congetture l'Assente che percepiamo. Il «non sappiamo» annunciato dalla Maddalena è un luogo teologico: prima di tutti sceglie di entrare in quel buio, attraversa il non sapere, coinvolge gli amici nella ricerca, per essere infine anche lei raggiunta dalla Parola che la chiama, per nome, a condividere il suo "per sempre". È la maieutica del Risorto, che ci partorisce a vita nuova. 📖 Gv 20,1-9 https://t.ly/Gv20,1-9