Cronache Ribelli
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Ha otto anni, è indigena, zapatista e ha una passione: il calcio. Si chiama Defensa Zapatista. È una delle figure letterarie create dal Subcomandante Galeano, già Marcos, per raccontare attraverso una bambina il mondo che gli zapatisti vorrebbero costruire. Defensa gioca a calcio, organizza la sua squadra, studia tattiche e strategie. Ma la partita più importante non la gioca contro un'altra squadra: la gioca contro lo sfruttamento e l’oppressione che attanagliano il mondo. Il suo obiettivo è creare una crepa nel muro delle ingiustizie. E anche se questo muro, costruito dallo stato-nazione e dal capitalismo, sembra indistruttibile, Defensa fa una cosa semplice: comincia a lanciarci contro delle pietre per aprire delle crepe. “Per guardare. Per immaginare tutto quello che si potrà fare domani.” Defensa non è una bambina obbediente. È irriverente, mette continuamente in discussione gli adulti e persino gli uomini zapatisti. Rappresenta una sintesi di diverse generazioni di lotta zapatista e, contemporaneamente, è una ribelle dentro il suo stesso mondo. Perché Defensa sa che anche nelle organizzazioni rivoluzionate tante volte nella storia sono stati replicati meccanismi di potere, dinamiche sessiste, modelli verticistici. Ed ecco che allora il suo compito è rimettere sempre tutto in discussione. E il calcio diventa la metafora perfetta: resistenza e ribellione sono un gioco collettivo, nel quale bisogna studiare, organizzarsi, inventare strategie e soprattutto costruire una squadra. Per tutte queste ragioni Defensa Zapatista è molto più di un personaggio letterario. È la rappresentazione di una nuova generazione che non eredita semplicemente un modello prestabilito, ma cerca di cambiarlo, adattarlo, migliorarlo. E la lezione più bella che ci da è che mentre immaginiamo di abbattere un muro, intanto dobbiamo soltanto cominciare ad aprirgli delle crepe. — “Ci sarà una volta” è il libro di Marcos in cui sono raccolte le storie di cui è protagonista Defensa Zapatista. Lo trovate qui: https://cronacheribelli.it/products/ci-sara-una-volta?fbclid=IwY2xjawTsLFZwZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMTNhUmV3V2NvdUFLQ3JGdWZzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeD9AXeYTuOdsQh1g_S36G-BRXX72bWqkJnCmOfWBZWzhjJ8J1SAnDcfWF4Do_aem_CGfanwSfKbLMtyPQPmoaFA
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Il 23 gennaio 1973 il Movimento studentesco aveva organizzato per la serata un’assemblea all’università Bocconi di Milano. Fino a quel giorno, pur essendo l’accesso alla facoltà consentito solo agli studenti iscritti, le autorità universitarie avevano sempre chiuso un occhio sulla partecipazione degli esterni. Quella sera, senza motivazione alcuna, agenti di polizia chiamati dal rettore Giordano dell’Amore si presentarono all’ingresso e coadiuvarono il personale universitario nel controllo dei libretti. Cominciarono le proteste dei giovani del Movimento, che non servirono però a risolvere la situazione: molti di loro vennero allontanati con durezza dagli agenti. Il clima divenne teso e poco prima delle undici iniziarono gli scontri tra gli studenti e cento agenti di polizia. Quando ormai gli studenti fuggivano in via Sarfatti e Bocconi partirono alcuni spari, che colpirono alle spalle l’operaio Roberto Piacentini e lo studente Roberto Franceschi. Quest’ultimo sarebbe morto dopo una settimana di agonia. Nipote di un esule antifascista, Roberto era uno studente brillante, un ragazzo serio e preparato, e da anni era impegnato nelle battaglie del Movimento studentesco. Il giorno seguente, mentre gli universitari occupavano la Bocconi e nelle fabbriche milanesi veniva dichiarata un’ora di sciopero, la questura prima sostenne che il ragazzo era morto per un sasso lanciato dai suoi colleghi, e poi per un colpo fortuitamente partito all’agente Giovanni Gallo mentre scivolava. La versione apparve subito lacunosa e mendace, e venne smentita da un testimone, l’avvocato Marcello della Valle. A quel punto le pubbliche autorità cambiarono ancora la ricostruzione sostenendo che Gallo, in preda a un raptus, aveva sparato per difendersi da una molotov che avrebbe incendiato un veicolo sul quale si trovava, e a sostegno di tale tesi venne pubblicata una foto che ritraeva il berretto dell’agente in fiamme. Da lì a poco però una perizia psichiatrica dimostrò che Gallo era perfettamente in grado di intendere e volere, e soprattutto si appurò che la foto, scattata un’ora dopo i fatti, era una messinscena. La questura allora partorì l’ennesima versione; Gallo aveva sparato in aria e il proiettile, seguendo traiettorie surreali, aveva colpito Franceschi. Infine le autorità misero in mezzo anche il brigadiere Puglisi, sostenendo che anche lui aveva sparato, e non si poteva dunque stabilire la paternità del colpo. Seguirono svariati processi che interessarono i due agenti e altri colleghi, che si risolsero in una serie di proscioglimenti per "insufficienza di prove". Solo nel 1999 in sede civile venne riconosciuta la responsabilità dello stato per la morte di Franceschi. Roberto è uno dei 365 morti di stato che raccontiamo nel nostro almanacco "Morire di stato". Lo trovate qui, sarà a prezzo scontato fino a domani sera: https://cronacheribelli.it/products/morire-di-stato-365-vittime-dellitalia-repubblicana?_pos=1&_psq=morire&_psid=4c19e678e&_ss=e&fbclid=IwY2xjawTr5a5wZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMTlxSnZ0MUM0YUEyNmdjTDhzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeuyUj1miGonVCYFS4x8fVx5EFTuo5v-zcVsSMsi9zm6oXrLi-fYPleLCb7vQ_aem_UeLaBbTXtUHfP_aoGPXCbA
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L'odore acre di un corpo in decomposizione conduce al ritrovamento del cadavere di Emanuele Scieri. Lo rinvengono sotto un tavolo ai piedi di una torre, utilizzata per stendere i paracadute, nella base militare di Gamerra, vicino Pisa, campo di addestramento della Folgore. Formalmente era scomparso tre giorni prima, il 13 agosto 1999, poco prima del contrappello delle 23:00. I parà della Folgore, dove era arrivato nel luglio del 1999, lo avevano soprannominato "avvocato". E non solo perché era laureato in legge, ma soprattutto perché difendeva sempre i suoi commilitoni. Da chi li difendeva? Dalle pratiche di nonnismo diffuse nel reparto, diceva qualcuno. Perché la Folgore all'epoca era comandata dal generale Enrico Celentano, uno che aveva diffuso un manoscritto in cui, oltre a frasi come "o Gesù dagli occhi buoni, fa’ morir tutti i terroni", erano presenti indicazioni precise su come mettere in atto le pratiche necessarie a punire gli allievi che non erano abbastanza "duri" o che non si attenevano a certe regole non scritte. E forse Emanuele era stato uno di questi. Uno a cui certe cose che accadevano in caserma non andavano giù, che non stava zitto e che non si voltava dall'altra parte. Così quando Calogero Cirneco, comandante della scuola di addestramento di Pisa, aveva detto che Emanuele era salito sulla torre ed era caduto, non tutti gli avevano creduto. "Forse voleva ammirare le luci della caserma dall'alto, oppure, che so, cercare una ricezione migliore per il telefonino". Così aveva detto Cirneco, che però non era riuscito a spiegare molte cose. Come mai, ad esempio, né il 13 né il 14 Emanuele fosse stato cercato e come mai neanche il 15, nonostante un'ispezione, il suo corpo non fosse stato rinvenuto. Dopo anni di omertà, nel 2017 la procura di Pisa riaprì il caso a seguito del lavoro svolto da una commissione parlamentare d'inchiesta. Secondo quanto ricostruito dalla commissione e dalla magistratura, la sera del 13 agosto 1999, dopo essere stato costretto a spogliarsi e aver subito percosse, Scieri era stato obbligato a salire sulla torre di asciugatura dei paracadute. Qui i militari gli avevano premuto con gli scarponi sulle nocche delle dita, provocando la sua caduta. Dopo l’impatto i responsabili avevano cercato di occultare il corpo. Le perizie disposte dai giudici avevano accertato che il giovane era morto dopo alcune ore di agonia, e che un intervento tempestivo avrebbe potuto salvarlo. A seguito di un lungo processo due ex caporali della Folgore, Alessandro Panella e Luigi Zabara, nel 2021 sono stati condannati per omicidio volontario aggravato in concorso per la morte di Emanuele Scieri. Sentenza confermata in appello nel 2024. A Emanuele e ad altre 364 persone, direttamente o indirettamente uccise dalle istituzioni italiane, è dedicato il libro “Morire di Stato”. Trovate Morire di Stato qui (con uno sconto sul prezzo di copertina per ancora pochi giorni): https://cronacheribelli.it/products/morire-di-stato-365-vittime-dellitalia-repubblicana?_pos=1&_psq=morire&_psid=4c19e678e&_ss=e&fbclid=IwY2xjawTqd-VwZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMXVoNjgyelRwUVR2cDBIRUVzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeOjv7FZcT_sGT6DnQxKEUSkcbprCH8uUsA5jfuB2PLz-2jZnB2eFoLjG0iTs_aem_HVw1tjGR7YwbNhp0uyCh-g
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Nel Brasile coloniale, a partire dal XVI secolo, molti schiavi africani fuggirono dalle piantagioni e crearono comunità autonome nelle foreste, chiamate mocambo o quilombo. Un quilombo in particolare però passò alla storia, quello di Palmares, fondato nel Nord-Est del Brasile da schiavi ribelli all’inizio del Seicento. Abitato inizialmente soprattutto da angolani, con il corso del tempo divenne meta finale dell’evasione di schiavi di ogni etnia, giungendo a contare una popolazione di trentamila individui e finendo per occupare una superficie vastissima. All’interno dei suoi confini il denaro non circolava, la proprietà della terra era comunitaria e i capi venivano scelti tramite libere elezioni. Per un secolo i colonizzatori attaccarono sistematicamente gli abitanti liberi di Palmares senza mai riuscire a mettere fine a quello che si è rivelata la più lunga ribellione di schiavi nella storia. Alla fine i portoghesi misero in piedi una poderosa macchina bellica. Migliaia di soldati regolari nel 1694 posero sotto assedio Macaco, la “capitale” ribelle. A difendere la patria degli schiavi liberi nella battaglia decisiva fu Zumbi, leader indiscusso della comunità a partire dal 1680. Nato libero proprio a Palmares era stato catturato dai portoghesi ancora bambino: a quindici anni era però fuggito per tornare dalla sua gente, dove si era presto dimostrato un'abile guida militare. Restio ad ogni accordo con i colonizzatori sconfisse più volte gli eserciti nemici nel fitto della foresta fino all’assedio di Macaco, quando guidò 10.000 schiavi ribelli nell’ultima disperata difesa. Battuto continuò a combattere fino al novembre del 1695, quando tradito da un delatore, fu catturato dai portoghesi. Venne decapitato, evirato e fatto a pezzi; la sua testa finì esposta sulla piazza di Recife. In suo nome però molti continuarono negli anni seguenti a lottare senza tregua per la libertà. --- A questa vicenda è ispirato uno dei racconti che compongono la raccolta "Una storia di Vendette". Lo trovate scontato al 50% qui: https://cronacheribelli.it/products/una-storia-di-vendette-quindici-racconti-di-croanche-ribelli-in-prevendita-col-20-di-sconto
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Il 12 agosto il generale Max Simon aveva inviato le sue SS e una ventina di fascisti della 36ª brigata "Mussolini", travestiti con divise tedesche, a Sant’Anna. Partendo dal paese di Mulina fino a quello di Capezzano Pianore, i nazifascisti bruciarono, massacrarono, fucilarono chiunque gli capitasse a tiro. Quando il 13 agosto 1944 don Giuseppe Vangelisti salì a piedi verso Sant’Anna di Stazzema e Valdicastello immaginava cosa avrebbe trovato ma non era pronto a certe orribili visioni. L’odore di carne umana bruciata anticipava la vista dei cadaveri che, coperti di sangue e di materia cerebrale, spuntavano da ogni casa, da ogni cantina, dalla piazza e perfino dalla chiesa. Lì davanti un rogo di morti ormai carbonizzati esalava ancora fumo. Il prete scattò di nascosto alcune immagini dalla sua macchina fotografica, poi tornò indietro per chiedere aiuto. C’erano troppi corpi da seppellire. Il giorno seguente con altre trenta persone mise sotto terra 400 individui. Ma ancora molti mancavano all’appello. Alla fine del conteggio le vittime saranno 560, di cui 130 bambini. Tra di loro la più piccola, appena venti giorni, era Anna Pardini. Quando le SS entrarono in casa sua, nella frazione di Coletti, era insieme a quattro sorelle e alla madre, il padre nei campi con un’altra figlia a lavorare per sfamare la famiglia. I soldati della sedicesima Panzergrenadier-Division "Reichsführer" presero le donne e le misero al muro insieme ad altre venti persone, poi aprirono il fuoco. Anna era tra le braccia della madre che colpita alla testa cadde aprendo una porta, dietro cui una delle sorelle, Adele, riuscì a rifugiarsi. Si salvò anche Cesira, la maggiore, che cercando tra i morti trovò proprio la sorellina ferita ma ancora viva. La portò subito all’ospedale più vicino, ma per la piccola non ci fu nulla da fare. Dopo pochi giorni d’agonia spirò. Anna divenne così il simbolo di uno degli eccidi più sanguinari operati dalle truppe tedesche e dai collaborazionisti della Repubblica Sociale nel corso dell’occupazione in Italia. A lungo dimenticata, come molte altre, la strage di Sant’Anna, dal 2004 al 2007, sarà oggetto di un iter processuale che alla fine dei tre gradi di giudizio condannerà alcuni ufficiali e sottufficiali nazisti all’ergastolo e stabilirà che l’eccidio non fu una rappresaglia ma un atto terroristico premeditato, il cui unico scopo era quello di terrorizzare la popolazione locale ed impedire futuri collegamenti tra i partigiani e gli abitanti della zona. I dieci ergastoli comminati ad SS ancora in vita (tutti ultraottantenni) non saranno mai scontati perché la Germania non concederà l’estradizione dei propri cittadini. Cronache Ribelli Abbiamo parlato della violenza fascista in ogni ambito - contro operai, donne, partigiani, minoranze - nel nostro libro Ventennio di sangue. Lo trovate nel primo commento. Abbiamo parlato della violenza fascista in ogni ambito - contro operai, donne, partigiani, minoranze - nel nostro libro Ventennio di sangue. Lo trovate a prezzo scontato qui: https://cronacheribelli.it/products/ventennio-di-sangue-un-almanacco-di-fatti-uomini-e-politiche-criminali-del-fascismo
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Il 10 dicembre 1984 il collettivo London Lesbian and Gays Support the Miners organizzò il concerto Pits and Perverts per supportare lo sciopero dei minatori del Regno Unito. Il concerto fu un successo, furono raccolte 5.650 sterline (l’equivalente di 20.000 sterline nella valuta di oggi) per i minatori in sciopero e le loro famiglie nel sud del Galles. Inoltre fu anche un momento storico importante, perché un rappresentante della National Union of Mineworkers prese la parola dal palco e disse: “Avete indossato la nostra spilla, “Coal Not Dole”, voi sapete cosa è la violenza, così come lo sappiamo noi. Quindi ora anche noi indosseremo la vostra spilla. Vi supporteremo. Sicuramente le cose non cambieranno da un giorno all’altro, ma ora 140.000 minatori sanno che ci sono altre lotte e altri problemi. Ora sappiamo delle lotte delle persone nere, dei gay e dei movimenti per il disarmo nucleare, e niente sarà più come prima.” I minatori mantennero la promessa. Non solo parteciparono alla Gay and Lesbian Pride Rally di Londra del 1985 mostrando con orgoglio lo striscione del loro sindacato, ma svolsero anche un ruolo fondamentale nel promuovere le politiche a favore dei diritti degli omosessuali in occasione del congresso del Partito Laburista del 1985, nonostante l'opposizione da parte dell'esecutivo nazionale del partito. — Questa storia è raccontata in"Be Gay, Do Crime", un almanacco di ribellioni queer nel corso della storia. Lo trovate qui: https://cronacheribelli.it/products/be-gay-do-crime-almanacco-di-ribellioni-e-resistenze-queer?_pos=1&_sid=bd9b58164&_ss=r
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Il 30 luglio 1970 lo stabilimento Ignis di Spini di Gardolo, alle porte di Trento, fu teatro di uno degli episodi più noti della storia dell'antifascismo italiano: la cosiddetta "gogna missina". Per anni la proprietà aziendale, nota per le sue posizioni conservatrici, aveva cercato di far entrare la CISNAL, sindacato legato al Movimento Sociale Italiano, nella fabbrica con lo scopo di minare le rivendicazioni dei lavoratori. Ma siamo negli anni Settanta. In quello stabilimento vi erano molti operai sindacalizzati e nel consiglio di fabbrica c’erano alcuni appartenenti a Lotta Continua. Così la CISNAL, nonostante il supporto aziendale, aveva appena una decina di tesserati su un’azienda che a pieno regime doveva contare 1.500 dipendenti. Il 30 luglio la CISNAL, dopo svariati tentativi abortiti sul nascere, cercò di tenere un'assemblea all'interno della fabbrica. Ben presto gran parte degli operai contestarono l’iniziativa con bordate di fischi. A quel punto i dirigenti CISNAL fecero affluire neofascisti da Bolzano e Verona, armati di spranghe, catene e coltelli. Seguirono violente aggressioni, durante le quali i neofascisti arrivarono a tirare due molotov e tre operai rimasero feriti da coltellate. La polizia presente non intervenne. Alla fine gli operai riuscirono ad allontanare gli estremisti di destra. Nel frattempo erano giunti sul posto il consigliere regionale missino Andrea Mitolo e il segretario trentino della CISNAL, Gastone Del Piccolo. Vennero circondati dagli operai che nella borsa di Del Piccolo trovarono un'ascia. I due furono costretti a percorrere circa sette chilometri fino al centro di Trento con le mani intrecciate dietro la testa e cartelli recanti la scritta: «Siamo fascisti. Oggi abbiamo accoltellato tre operai Ignis. Questa è la nostra politica pro operai». L'episodio ebbe un'enorme risonanza nazionale e divenne uno dei simboli del conflitto politico e sociale degli anni Settanta. Ancora oggi rappresenta una vicenda che deve essere analizzata nel clima di quegli anni, segnati dall'ascesa della violenza neofascista, dalle lotte operaie e dall'inizio della strategia della tensione.
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Il nome della ragazza nella foto è Lam Thi Dep. Lo scatto risale al 1972 e venne realizzato dal giornalista vietnamita Minh Troung nella provincia di Soc Trang. La ragazza all'epoca aveva appena 24 anni, ma combatteva già da tempo tra i vietcong. Per ben due volte era rimasta vedova, entrambi i suoi mariti erano stati uccisi in battaglia. Imbraccia un fucile M-16, arma standard dei soldati americani, spesso sottratta in battaglia o ricomprata sul mercato nero alimentato dagli ufficiali corrotti del Vietnam del Sud. Di solito foto come questa erano scattate a scopo propagandistico. In ogni caso era tutt'altro che insolito trovare donne vietnamite in prima linea in ogni aspetto del conflitto. Molte combattevano nei reparti, altre fungevano da guide nella giungla, altre ancora si occupavano dei rifornimenti e dei viveri. Alcune raggiunsero anche posizioni importanti nell'esercito popolare del Vietnam. Insomma, il loro contributo fu fondamentale nell'ambito dello sforzo bellico nell'arco dei lunghissimi anni del conflitto.
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“Carissima Pina Amore mio. Il terribile 14 marzo, dopo un bestiale processo, 37 combattenti della Libertà furono condannati a morte. L’agonia dura da 20 giorni e siamo ancora a mente serena ma questa raffinatezza inumana avrà fine fra qualche giorno. Ti posso dire, Pina cara, che ti ho amata con la forza che potevo avere nel mio sangue; che mi piaci tanto, ma tanto; che per te avrei commesso anche una pazzia. Ora, alla fine della mia vita, ti raccomando di amare tanto il nostro figliolo. Fallo crescere sano e forte in modo che continui nella lotta da me iniziata ed entri poi a far parte dell’Armata Rossa. In Bicinicco c’è il traditore che telefonicamente informò i miei aguzzini. Forse, dico forse, è quello che venne arrestato assieme a me in quella notte indimenticabile. Sappi Pina carissima che fui impiccato ore intere; bastonato. Ma non tradii nessuno; questo basterà a te e a nostro figlio. Sarete orgogliosi un giorno di esser sangue del mio sangue. L’ultimo mio grido sarà "Morte ai nazifascisti! Libertà al Proletariato!" Saluta tanto Mario Faustini e Bruno. Bacia tutti e io ti invio l’ultimo saluto e bacio. Addio Pina cara Addio tuo Mario Tribuno" Mario Modotti era un ex operaio ai Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone. Dopo l'8 settembre iniziò a organizzare la lotta partigiana in Friuli con il nome di copertura di "Tribuno". Divenne presto comandante del Battaglione Garibaldi sul Monte Corada e successivamente della Brigata "Ippolito Nievo A" operante in Val Cellina. Dopo la rioccupazione della "zona libera della Carnia" da parte dei nazifascisti, nel dicembre del 1944, Modotti dovette ritirarsi in pianura. Tradito da una spia, fu catturato dalle Brigate Nere e torturato selvaggiamente ma non rivelò alcuna informazione. Tradotto nelle carceri di Udine fu condannato a morte. Il 9 aprile 1945 venne fucilato con altri 28 partigiani nel cortile del carcere. - Questa lettera, insieme a quelle di altri 150 partigiane e partigiani condannati a morte è raccolta in "Qui soltanto il cadavere, l'idea non muore”. In questi giorni lo trovate a prezzo scontato qui: https://cronacheribelli.it/products/qui-soltanto-il-cadavere-lidea-non-muore-lettere-di-donne-e-uomini-della-resistenza