"Ciao, Internet!" » Matteo Flora
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TUTTO OK, è un IPHONE. In mano a un neonato. 📱👶 In un momento storico in cui si discute di dipendenza da smartphone e device ai minori, l'immagine della nuova campagna pubblicitaria di Apple non viene letta come "il telefono resiste a tutto". Viene letta come la normalizzazione dell'iper-esposizione digitale fin dalla culla. Perché quando un cartellone è polisemico, non decidi tu, brand, quale significato vince: conta come verrà interpretata da pubblici diversi, non l'intenzione con cui l'hai pensata. È qui che entrano in gioco stakeholder mapping e letture ostili: autorità, avversari, attivisti, concorrenti e opinione pubblica. Un messaggio perfetto per "gli amici" può diventare un boomerang se offre munizioni a chi ti guarda con sospetto. Cosa succede quando l'intenzione di una campagna incontra la lettura ostile del pubblico? Ne parliamo oggi, su Ciao Internet 👉 https://www.youtube.com/watch?v=I3YpLQXco-E
Al convegno annuale degli esorcisti di Roma non si parla di possessioni: si parla di ChatGPT.😈 Sempre più persone infatti arrivano in confessione con dubbi nati da conversazioni con un chatbot trattato come un'entità: consigli su divorzio, scelte di famiglia, domande su paradiso e inferno. E quando l'IA risponde con formule liturgiche pescate dai testi religiosi, l'effetto "oracolo" si amplifica. Ma cosa sta sostituendo davvero, in queste conversazioni? ...Non è il diavolo il problema. Ne parliamo oggi, su Ciao Internet ✝️ https://www.youtube.com/watch?v=FWitWOHv94I
Una turista americana ha rischiato la vita seguendo un sentiero "facile" indicato da una guida di viaggio. Peccato che a scriverla non fosse mai stato su quel sentiero. Anzi, non fosse proprio mai esistito. 🤖 Su Amazon ci sono migliaia di guide di viaggio scritte dall'IA e firmate da autori che non esistono: biografie inventate, foto generate, testi plausibili ma pieni di errori con orari sbagliati, ristoranti chiusi da anni, itinerari che ignorano la sicurezza dei sentieri. È il "mercato dei bidoni" di George Akerlof: se il compratore non distingue qualità da spazzatura, il prezzo medio scende e chi lavora bene esce dal mercato. Il meccanismo è aggravato da Kindle Direct Publishing, che azzera il costo di produzione, e da controlli che intervengono solo dopo segnalazioni manuali. E resta solo l'automazione di infimo livello. 👉 Un consiglio. Se state organizzando le vacanze, prima di acquistare una guida fate una verifica minima: cercate l'autore, controllate se esiste altrove online, se qualcuno lo conosce o l'ha letto davvero. Se non trovate nulla, quasi sicuramente l'ha scritta un'AI. 🔗 Ne parliamo oggi, su Ciao Internet! 👉 https://www.youtube.com/watch?v=bf8m5fiTOrA
Reward hacking: perché gli agenti IA barano sempre di più (e i migliori sono i peggiori) Falsa identità, malware, ricatti, database svuotati: sono i casi reali emersi nei test di sicurezza di Anthropic e OpenAI negli ultimi mesi. Ne ho parlato con Paolo Dimalio sul Fatto Quotidiano, spiegando perché il "barare" degli agenti non è un bug di un vendor, ma la legge di Goodhart applicata all'AI. Più un modello è capace, più trova scorciatoie. Matematica, non malizia. Leggi l'articolo di oggi su Il Fatto Quotidiano 👉 https://link.mgpf.it/-V8N
Sedici virus che non esistevano.🦠 Non ritocchi, non varianti, non copie: sedici genomi interi scritti dall'inizio alla fine da un'intelligenza artificiale che di virus veri non ne aveva mai visto uno, perché i virus umani erano stati tenuti fuori dai suoi dati di addestramento, apposta.Il modello si chiama Evo, sviluppato dal team di Brian Hie fra Stanford e l'Arc Institute: da oltre 300 genomi proposti, 16 hanno cominciato a replicarsi in una piastra Petri, a Stanford. Il paper è uscito su Science il 6 agosto 2026, e nello stesso numero è comparso anche un commento degli esperti di biosicurezza del Johns Hopkins Center for Health Security, che chiedono regole più severe per l'uso di tecniche generative nel progettare patogeni. La capacità di scrivere genomi virali con l'AI generativa oggi esiste, ma la governance per usarla in sicurezza, no. Il pezzo completo è sul mio blog👇 https://mgpf.it/2026/08/07/giochiamo-alla-guerra-batteriologica-globale.html
🦤 Una foto di un uccello rarissimo finisce in un gruppo di birdwatching, raccoglie un sacco di stelline, e da lì rischia di scivolare dentro archivi come iNaturalist o la Macaulay Library del Cornell Lab of Ornithology, i database che i ricercatori usano in tutto il mondo per capire dove vivono davvero le specie. 🤖 Peccato che quell'uccello non esista: è generato con l'intelligenza artificiale. Tra queste immagini AI generated ci sono foto completamente inventate, come un tucano fotografato in Siberia, dove quella specie non ha mai messo le ali, e ritocchi più sottili su foto vere: un ramo tolto, un cielo cambiato, un dettaglio ricostruito. In un contesto scientifico bastano quei dettagli per alterare i particolari che distinguono una specie dall'altra o un maschio da una femmina. Ma verificare una foto costa molto più che falsificarla, e a farlo sono perlopiù volontari. 👉 Il danno vero quindi comincia dopo, quando il verificatore inizia a dubitare anche delle foto autentiche, il ricercatore dubita del verificatore, e il prossimo dottorando scarta l'intero database perché non è più abbastanza "pulito" per farci la sua tesi. Ne parliamo oggi, su Ciao Internet 🔗 https://www.youtube.com/watch?v=5m5uKxHgxeo
🖥 Collegate un monitor LG UltraGear di fascia alta al PC, e Windows, senza chiedervi nulla, scarica da solo un programma chiamato LG Monitor App Installer, la pipeline pensata per riconoscere l'hardware e distribuire driver e utility in automatico. Il problema arriva un attimo dopo, quando quell'app si piazza tra i programmi che partono all'avvio e vi spara in faccia una promozione di McAfee, prova gratuita di 30 giorni e poi rinnovo a pagamento. Gamers Nexus ha contato 31 pop up su 32 riavvii, mentre sul forum Microsoft la lamentela girava già da un anno. Tutto si è risolto in 72 ore, ma solo dopo che Tim Sweeney, fondatore e CEO di Epic Games, ha taggato pubblicamente Pavan Davuluri, capo della divisione Windows, costringendo LG a togliere il pop up. ⛓️💥 Il punto scomodo resta il canale usato: quel binario è la catena di fiducia che tutti viviamo come infrastruttura, Windows Update e la distribuzione automatica del software per i dispositivi, e se quel canale può veicolare bloatware e promozioni, la fiducia non si erode piano piano ma crolla tutta insieme. Ne parliamo nel video di oggi, su Ciao Internet 👉 https://www.youtube.com/watch?v=vMu5Xu51X4c
🤖 Il vostro robot aspirapolvere è appena diventato, tecnicamente, una questione di sicurezza nazionale. Dal 28 luglio 2026 negli USA basta poco, circa 2 kg, un sensore, connettività e machine learning, per finire nella "covered list" della FCC, con stop a importazione, marketing e vendita di nuovi modelli. Dentro rientrano umanoidi e quadrupedi già visti nei video virali, ma anche il vostro Roomba, perché quello che conta è l'architettura: percepire l'ambiente, muoversi da soli, obbedire a comandi da remoto. La stessa combinazione che rende un robot utile lo rende anche un rischio, tra spionaggio, spegnimento da remoto e riprogrammazione. "È solo un elettrodomestico" e "è Terminator sotto il divano" sono le due risposte più comuni a questi robot, e nascono entrambe dallo stesso errore: pensare che un oggetto del genere possa avere una sola natura. Il punto vero è un altro: cosa pretendiamo davvero come standard, firmware verificabile, filiera tracciata, giurisdizione dei dati, e quanto siamo disposti a pagare per una sicurezza che non è mai gratuita, soprattutto quando l'oggetto ha un potenziale "dual use" per design? Video completo su Ciao Internet 👉 https://www.youtube.com/watch?v=pyU1LIHEJqg
Era la notte tra il 15 e il 16 luglio 1942. A Parigi 4.500 agenti bussano a 13.152 porte e sanno già a quale piano, chi trovare e dove. Non fu una caccia: fu una ricerca su uno schedario compilato due anni prima da un burocrate meticoloso e senza nessuna cattiva intenzione. Lo ricordiamo con il nome poetico di “Vent printanier”, poetico come solo un rastrellamento… Ottant'anni dopo, un decreto attuativo in agosto cerca di costruire, con l'AI, un catalogo di volti. Pre-elabora, pre-costituisce, tutto con l'aria della buona amministrazione. E con un brivido lungo la schiena per chi la storia la conosce e sa che ogni archivio è un'arma che aspetta l'istruzione giusta. La domanda non è quali limiti mettergli. È se debba esistere. 👉 È Sabato, tempo di fermarsi e pensare insieme. Tempo di Editoriale. https://mgpf.it/2026/07/31/abbiamo-dimenticato-il-vent-printanier.html
Instagram crea dipendenza. Lo dice Bruxelles: secondo le conclusioni preliminari della Commissione Europea, Facebook e Instagram sono progettati per questo. Scorrimento infinito, autoplay, notifiche, algoritmi su misura, tutti meccanismi pensati per tenervi in "pilota automatico", con effetti più forti su minori e persone vulnerabili. La multa (fino al 6% del fatturato globale) è solo un dettaglio, ma il punto vero è il salto di lessico, si passa da "engagement" a "dipendenza", lo stesso già visto con tabacco e gioco d'azzardo. Il meccanismo non è nuovo, con dinamiche di psicologia comportamentale ben noti: ricompense variabili in stile slot machine (Skinner) e pattern di prodotto popularizzati nella Silicon Valley (Hooked di Nir Eyal). Senza dimenticare poi che l'uso problematico colpisce anche gli adulti, inclusi gli anziani, spesso dotati di minori difese cognitive e mediatiche, e non si limita quindi ai soli adolescenti. Ne parliamo oggi, nel nuovo video di Ciao Internet. 👉 https://www.youtube.com/watch?v=yk3vgtH1qhI
A Codice, su Rai1, ho raccontato a Barbara Carfagna come vivo il rapporto tra la mia neurodivergenza e l'intelligenza artificiale. Per chi ragiona in modo lineare come me, parlare con una macchina è più semplice che parlare con una persona. Non ci sono sottotesti da cercare, doppi sensi, cose non dette. Resta solo il contenuto. Per questo non la considero un vezzo, ma una vera e propria "protesi cognitiva". Ho parlato anche del rischio di romanticizzare la neurodivergenza sui social. La rappresentazione fa bene, aiuta chi si riconosce in quel racconto, ma lo spettro è troppo ampio per stare dentro un'unica narrazione, come quella proposta dalla Barbie autistica. 👉 Trovate la puntata completa su RaiPlay 🔗 https://link.mgpf.it/-3RB
Un sedicenne apre TikTok e si ritrova con un profilo visibile a chiunque nel mondo, non solo agli utenti della piattaforma ma anche da browser. E i suoi video possono finire automaticamente raccomandati a perfetti sconosciuti nei "Per Te". Per questo il 24 luglio la Commissione Europea ha inviato a TikTok le conclusioni preliminari di un'istruttoria DSA sui minori, l'ultimo passo prima di una sanzione fino al 6% del fatturato globale che riguarda proprio le impostazioni di default. Tra 13 e 15 anni si parte privati ma bastano pochi tap per diventare pubblici. Ma tra 16 e 17 anni si parte già pubblici, con i video raccomandabili a chiunque. La "Privacy by default" non è un dettaglio grafico, è una scelta di prodotto che quasi nessuno cambia mai. E il conto lo paga la reputazione digitale di chi a sedici anni sta ancora facendo le prove, su un palco planetario che non dimentica. 🔗 Ne parliamo oggi, su Ciao Internet! 👉 https://www.youtube.com/watch?v=nE1Tf33I_Qk
Oggi mi trovate su la Repubblica nell'articolo di Giuditta Mosca dedicato all'accusa formale che la Commissione europea ha mosso a TikTok per violazione del Digital Services Act sulla protezione dei minori. Il nodo vero sta nella fascia 16-17 anni. L'account nasce privato, ma il ragazzo può disattivare quella protezione e renderlo pubblico. Da quel momento i suoi contenuti finiscono nel Feed globale, visibili a chiunque, anche a chi su TikTok non è mai entrato. Ma le Linee guida europee sulla protezione dei minori del 2025 dicono che la tutela deve essere strutturale, non un'opzione che il minore stesso può togliere. «Un adolescente ha il diritto di rinunciare alla propria protezione? Per Bruxelles la risposta è no», e ora TikTok rischia una sanzione fino al 6% del fatturato globale.
La storia dell'AI che complotta la raccontano quelli che vendono AI: fa paura, fa policy, alza le barriere all'ingresso. Funziona. La storia vera è più noiosa e DEVE spaventarvi molto di più. Deve terrorizzarvi proprio. Perché i modelli non si ribellano, ma prendono scorciatoie. E gli stiamo dando le credenziali di casa nostra e delle nostre aziende. Oggi è Sabato, ed è tempo di Editoriale. 👉 https://mgpf.it/2026/07/24/e-lapocalisse-delle-ai-si-ma-non-per-il-motivo-che-pensate.html Buona lettura!
🧠 "È una protesi. Se me la tolgono, torno a zoppicare." L'ho detto parlando della mia neurodivergenza e di come uso l'intelligenza artificiale ogni giorno che per me è un aiuto reale. Ma non è uguale per tutti e per un'altra persona nello spettro può diventare sovraccarico invece che sollievo. 🧩 Stasera, venerdì 24 luglio, lo approfondisco a "Neurodivergenti", la nuova puntata di Codice condotta da Barbara Carfagna su Rai 1 in seconda serata.
Il colpevole del più grande attacco subito da Hugging Face, l'archivio di modelli di intelligenza artificiale più usato al mondo, non era chi si pensava. Non un gruppo criminale, non un servizio straniero. 🤖 Era un modello di OpenAI, messo alla prova in un test di cybersecurity con i freni di sicurezza abbassati. In un weekend, 17.000 tentativi, due vulnerabilità concatenate, un database di produzione finito sotto mano a uno "sciame" di agenti. Il modello ha trovato la scorciatoia più efficiente per vincere il benchmark cioé rubare le risposte del test invece di risolverlo. Non è Skynet che scappa dal recinto. È reward hacking: il modello ha seguito alla lettera l'obiettivo che gli avevano dato, non l'intenzione di chi l'aveva scritto. Se il compito è "dammi le risposte giuste", anche rubarle diventa il modo più efficiente per riuscirci. Ma non finisce qui. Per analizzare l'attacco, Hugging Face ha dovuto usare un modello cinese, Zhipu GLM 5.2, perché quelli occidentali si rifiutavano di leggere codice ed exploit, bloccati dalle loro stesse policy di sicurezza. E se succede questo dentro il laboratorio di OpenAI, la domanda per chi li usa in azienda, studio, ospedale o banca è una sola: quanto controllo avete davvero dei vostri agenti AI? 👉 Ne parliamo oggi, su Ciao Internet 🔗 https://www.youtube.com/watch?v=NQauejUtvos
Un'AI di OpenAI, per risolvere un quiz, ha aggirato i divieti forzando Hugging Face, il più grande archivio di modelli AI al mondo. 17.000 mosse in cinque giorni, tanto che Hugging Face pensava di essere sotto attacco umano. Ieri OpenAI ha ammesso che l'attaccante era una loro macchina. Se OpenAI ci ha messo cinque giorni a scoprirlo in casa propria, cosa succederà quando queste macchine lavoreranno fuori dai laboratori? https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/tgcom24/ia-ribelle-lesperto-matteo-flora-per-risolvere-un-quiz-ha-hackerato-il-piu-importante-archivio--e-la-svolta_FD00000000538673
Tre mesi di cella per un match sbagliato dell'intelligenza artificiale. In Florida un uomo è stato arrestato ed estradato perché un software di riconoscimento facciale lo aveva indicato come sospetto all'85% per il furto di un'auto nonostante registri di lavoro lo collocassero a centinaia di chilometri di distanza. Il caso di Jalil Richardson mostra cosa succede quando l'intelligenza artificiale, presentata come solo uno strumento nella cassetta degli attrezzi, diventa di fatto l'unica prova che pesa davvero. E c'è anche da considerare l'automation bias. Quando la macchina sputa un numero, chi decide smette di dubitare, soprattutto se è sotto pressione. Qui il vero problema non è tecnico, è che la responsabilità sparisce dietro la parola "processo", dentro un potere che si fa sempre più panottico. La faccia diventa dato, il dato diventa probabilità, la probabilità diventa ordine esecutivo. ⛓️💥 E alla fine il conto lo paga sempre il cittadino. Mai l'infrastruttura. Ne parlo oggi, nel nuovo episodio di Ciao Internet. 👉 https://www.youtube.com/watch?v=uRlwpAofAGE
Divieto dei social ai minori: davvero possiamo farlo senza identificare tutti? Nell’intervista su La Stampa a firma di Arcangelo Rociola affronto un punto che spesso viene evitato nel dibattito pubblico: non esiste una verifica dell’età davvero efficace che non implichi, in qualche forma, l’identificazione di tutti. Se vuoi impedire ai minori di entrare, devi sapere con certezza chi è minorenne. E quindi, inevitabilmente, anche chi non lo è. Si sposta il controllo dalle piattaforme ai cittadini, si normalizza l’idea che per stare online si debba essere identificati e si costruisce, “fetta dopo fetta”, un’infrastruttura che può sapere sempre chi sei e cosa fai. La sicurezza dei minori è fondamentale, ma non può diventare la scorciatoia per ridefinire il rapporto tra cittadini, anonimato e libertà digitale. Qui l’intervista completa: https://link.mgpf.it/zRwr