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Questo canale raccoglie tutti miei articoli e notizie sulla politica, sulla guerra Ucraino-Russa, diritti e molto altro. (SENZA CENSURE) Vi aspetto!

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  • Il video della vergogna

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  • 🔴IL CASO DI MODENA🔴 📌Salim Al Koudri è un cittadino italiano di origini marocchine. Laureato in economia aziendale. Affetto, secondo le prime ricostruzione, di schizofrenia. Non mi piace la speculazione della politica. Che sia di sinistra che sia di destra. ❌️Il tema dell'immigrazione è vero. Soprattutto per chi vive nelle periferie. Ma non è questo la questione. Il caso di questa strage a Modena tocca la salute mentale e l'integrazione. Ma per integrazione si intende il reinserimento nella società per chi ha problemi psichiatrici. Qui, parliamo di una sanità carente e di strutture non idonee per salvaguardare la persona da curare. Ma anche di evitare gesti folli come questo a discapito della pubblica sicurezza. P𝑎o𝑙a R𝑖c𝑐a𝑟d𝑖 𝐴t𝑡i𝑣i𝑠t𝑎 𝑒 𝐵l𝑜g𝑔e𝑟 Ascoltate le mie parole 👇👇👇👇👇👇

  • Quella presentata dal Governo Meloni non è una manovra economica pensata per sostenere famiglie, lavoratori e imprese. È una scelta politica precisa: austerità per la vita quotidiana degli italiani, espansione per la spesa militare. Il dato è chiaro. Nel prossimo triennio sono previsti 23 miliardi di euro aggiuntivi destinati alla difesa. Per arrivarci, il Governo riduce il deficit non per investire nello sviluppo, ma per attivare le clausole che consentono nuovo debito destinato agli armamenti. Questa è la vera priorità della Manovra: le armi. Continua a leggere qui👇 https://www.movimento5stelle.eu/la-manovra-di-guerra-di-giorgia-meloni/

  • Wikileaks su Twitter: JULIAN ASSANGE ARRIVA DENUNCIA CRIMINALE CONTRO LA FONDAZIONE NOBEL PER IL PREMIO PER LA PACE “STRUMENTO DI GUERRA” Il fondatore di WikiLeaks Allege il premio 2025 a María Corina Machado Costituisce un'appropriazione indebita, agevolazione dei crimini di guerra secondo la legge svedese, cerca il congelamento di 11 milioni di SEK (1,18 milioni di dollari) di trasferimenti in sospeso a Machado STOCCOLMA — 11:00 CET 17 dicembre 2025 Julian Assange oggi ha presentato una denuncia penale in Svezia in cui accusa 30 persone associate alla Fondazione Nobel, compresa la sua leadership, di aver commesso gravi crimini sospetti, tra cui il reato di appropriazione indebita di fondi, l'agevolazione di crimini di guerra e crimini contro l'umanità e il finanziamento del reato di aggressione. La denuncia mostra che il 1895 di Alfred Nobel impone esplicitamente che il premio per la pace vada all'individuo che durante l'anno successivo "ha conferito il maggior beneficio all'umanità" facendo "il massimo o il migliore lavoro per la fraternità tra nazioni, per l'abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti e per lo svolgimento e la promozione di congressi di pace. ” Assange sostiene che "La decisione politica del comitato di selezione norvegese non sospende il dovere fiduciario degli amministratori dei fondi svedesi". “Qualsiasi esborso contraddice questo mandato costituisce appropriazione indebita della dotazione”. La denuncia, presentata simultaneamente all'Autorità svedese per la criminalità economica (Ekobrottsmyndigheten) e all'unità svedese per crimini di guerra (Krigsbrottsenheten), afferma che i sospettati, tra cui la presidente della Fondazione Nobel Astrid Söderbergh Widding e il direttore esecutivo Hanna Stjärne, hanno convertito "uno strumento di pace in strumento di guerra", attraverso una sospetta "grave criminalità" tra cui: 1) Violazione di fiducia, appropriazione indebita e cospirazione in relazione all'erogazione di 11 milioni di SEK (1,18 milioni di dollari) del premio per la pace a Maria Corina Machado, le cui azioni precedenti e in corso la escludono categoricamente dai criteri stabiliti nel testamento di Alfred Nobel; 2) Agevolazione dei crimini di guerra, compreso il reato di aggressione e crimini contro l'umanità, violazione degli obblighi della Svezia ai sensi dell'articolo 25, paragrafo 3, lettera c), dello Statuto di Roma, perché gli imputati sono a conoscenza dell'incitamento e dell'appoggio di Machado alla commissione dei crimini internazionali degli Stati Uniti, e sapevano o avrebbero dovuto sapere che la l'erogazione di denaro Nobel contribuirebbe ad uccisioni extragiudiziali di civili e sopravvissuti naufraghi in mare e violano il loro obbligo di cessare i versamenti. Assange osserva che i membri della Fondazione Nobel hanno esercitato in precedenza la loro autorità di vigilanza sui premi e sui loro esborsi trattenendo gli esborsi del Premio Letteratura nel 2018. "Il mancato intervento qui, nonostante i crimini di guerra degli Stati Uniti al largo delle coste venezuelane e il ruolo chiave di Machado nel promuovere l'aggressione" comporta responsabilità penale. "La dotazione di Alfred Nobel per la pace non può essere spesa per la promozione della guerra", afferma Assange. Gli imputati hanno obblighi legali concreti perché hanno il compito di “garantire l’adempimento dello scopo previsto del testamento di Alfred Nobel, cioè di porre fine a guerre e crimini di guerra, e non di permetterli. ” L'INCITAMENTO DI MACHADO DELLA PIÙ GRANDE COSTRUZIONE MILITARE USA DALLA GUERRA IN IRAQ LA RENDONO CATEGORICAMENTE INELIGIBILE La denuncia fa notare come l'annuncio e la cerimonia del Nobel si siano verificati in quello che gli analisti militari descrivono come "il più grande dispiegamento militare statunitense nei Caraibi dalla crisi dei missili di Cuba" - ora superando i 15.000 persone, compresa la portaerei USS Gerald R. Ford.

  • Conte, governo si preoccupa di rendere i politici intoccabili Segui @ansagram

  • Flotilla, bene disponibilità Tajani a incontro Segui @ansagram

  • PresaDiretta 2025/26 - Dalla prigionia alla libertà, le parole di Assange sul giornalismo - 07/09/2025 - Video - RaiPlay https://share.google/QXCAZZDvu3XT1uyzl

  • Cosca larga Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano Chi ha davvero bisogno di “vicinanza e solidarietà” non è Beppe Sala, che già vanta un mega-collegio di difensori d’ufficio e di portafortuna (da Renzi a Fassino) grande come un grattacielo. È la povera Elly Schlein, eletta 30 mesi fa dalla base per ripulire il partito dai “cacicchi e capibastone”, che invece la tengono in ostaggio senza farle toccare palla e la costringono pure a baciare la pantofola al sindaco inquisito. Solo tre giorni fa lodava in tv lo spagnolo Sánchez che caccia gli indagati in nome della “questione morale”, diversamente da “questa destra che fa la garantista con gli amici e la giustizialista con gli avversari”. E ora si ritrova a difendere Sala con questa destra che fa la “garantista” per il Partito Trasversale del Cemento. Il mantra è che non basta essere indagati per doversi dimettere. Sacrosanto: si leggono gli atti e si decide se la condotta del politico inquisito è difendibile o meno. E basta leggere gli atti – peraltro anticipati da anni di inchieste del Fatto – per sapere che Sala dovrebbe sloggiare (e da un pezzo) anche se non fosse indagato, per l’impressionante quadro di conflitti d’interessi, affari, malaffari e asservimenti della politica a interessi privati che sarebbero indecenti anche se non fossero reati. Come nel caso Toti, solo che allora Elly sfilò per farlo dimettere, mica gli telefonò vicinanza e solidarietà. È la “questione morale”, non penale, denunciata da Berlinguer a Scalfari del 1981. Ed è il macigno che ostacola qualunque campo largo o alleanza stabile del centrosinistra. Come può una forza legalitaria, sociale e ambientalista qual è il M5S, e per certi versi anche Avs, coabitare con un partito che quasi in ogni regione e metropoli ha messo su sistemi di potere come quello lombardo, ligure, toscano, emiliano, campano, pugliese, calabrese? Può anche deciderlo dal vertice, per i normali compromessi della politica. Ma gli elettori non lo seguono e non votano. La somma non fa il totale. E chi non capisce che Renzi (applauditissimo alla Festa dell’Unità perché difende il modello Sala della città per soli ricchi, perfetto emblema del renzismo), Calenda e altre zavorre fanno perdere più voti di quelli che portano, è il miglior puntello al governo Meloni. L’alterco in Senato fra 5Stelle e dem parla da sé. La 5S Sironi ricorda le battaglie contro il Sistema Sala e il Salva-Milano di Salvini votato dal Pd. E la dem Malpezzi le si avventa contro accusandola di tradimento: “Se siamo alleati, non ci si comporta così”. Come se le alleanze (peraltro teoriche: a Milano il M5S è all’opposizione) fossero cosche fondate sull’omertà. Infatti Patuanelli la gela: “Se siamo alleati, dovreste chiedere a Sala di dimettersi”. O magari commissionare a un archistar un bel carcere verticale con l’ora d’aria in altura.

  • Vieni avanti Cremlino Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano Dopo le rentrée, l’anno scorso, della soprano Anna Netrebko alla Scala e del direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev a Ravello, si sperava che la ridicola ondata russofoba seguita all’invasione dell’Ucraina fosse finita. E che si tornasse a ragionare con la testa, anziché col deretano, sulla differenza fra un governo e un popolo. Inclusi gli artisti, ai quali va chiesto solo di esibire il loro talento, a prescindere dalle idee politiche, che sono affari loro (poi vorremmo vederli, i nostri intrepidi dissidenti da divano, sfidare Putin a Mosca rischiando la pelle, visto che passano il tempo a leccare il potere persino in Italia rischiando di moltiplicare stipendi e prebende). Invece le Sturmtruppen han ripreso a delirare. Gergiev, cacciato dalla Scala nel 2022, riaccolto a Ravello nel ’24 e ora invitato a Caserta, non deve esibirsi: l’ha ordinato l’ambasciata di Kiev in stereo coi trombettieri Calenda, Picierno, Sensi, Gelmini&C. Non poteva mancare Rep, che otto mesi fa turibolava la Natrebko “regina della lirica, soprano russa senza confronti, voce da brivido, piglio da diva e carisma ammaliante… scoperta dal geniale direttore Gergiev” e ora pubblica una paginata delirante della povera vedova Navalny. Che rimprovera a Gergiev persino “un concerto di propaganda sulle rovine della storica Palmira in Siria”. Ma Palmira e il suo sito archeologico erano stati occupati e distrutti dall’Isis e la riconquista russa fu salutata in Occidente come un trionfo contro il terrorismo. Persino il “liberale” Giuli vede nel concerto con Gergiev una “cassa di risonanza della propaganda russa”. Scemenze che si aggiungono al corso di Nori sul noto putiniano Dostoevskij annullato dalla Bicocca, ai balletti di Cajkovskij – altro complice del Cremlino – cancellati dai teatri, agli autori russi banditi dalla Fiera del libro per ragazzi, agli atleti russi e bielorussi fatti fuori da Olimpiadi e Paralimpiadi, alla quercia di Turgenev espulsa dal concorso Albero dell’Anno, alla Russia estromessa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz (noto merito delle truppe ucraino-americane), al Moscow mule ribattezzato Kiev mule, ai gatti russi squalificati dalle fiere internazionali feline per evitare cybermiagolii da guerra ibrida. Per la cronaca, a Caserta si esibirà anche il direttore d’orchestra israeliano Daniel Oren che nel 1982, dopo la strage di Sabra e Chatila nel Libano occupato da Israele, fu pesantemente insultato al teatro San Carlo di Napoli. Ma stavolta, per fortuna, nessuno dei fanatici che affibbiano a Gergiev le colpe di Putin si sogna di accollare a lui quelle di Netanyahu. Ora Gergiev e Oren potrebbero proporre agli organizzatori un piccolo ritocco al cartellone e dirigere insieme l’unica opera davvero in linea con i tempi: i “Pagliacci”..

  • 🔴EDITORIALE BULLI E NANI DA GIARDINO Dopo averli studiati per quasi sei mesi, Trump ha capito che i cosiddetti “alleati” europei sono un branco di pigmei fantozziani, di cui si può fare tutto ciò che si vuole. E ieri l’ha fatto: la sua lettera che gli dà i venti giorni sui dazi al 30% sarebbe umiliante anche per una colf, ma non per questa Ue di servi sciocchi che ora fingono stupore e sorpresa, come se non conoscessero il personaggio. Che, quando si trova davanti un interlocutore in posizione eretta, spara 100 per avere 50. Ma con i nostri pigmei spara 100 e ottiene 110. L’ha appena toccato con mano sul 5% di Pil per le spese Nato: si aspettava chissà quale braccio di ferro, invece ha trovato Rutte e gli altri nani già sdraiati e ci è mancato poco che rilanciassero sul 6%, ovviamente senza interpellare i Parlamenti nazionali, ormai ridotti a soprammobili. Come quello europeo sul riarmo da 800 miliardi. E ha concesso il bis sui dazi. Ora naturalmente gli euro-nani da giardino strillano parole vuote contro il padrone ingrato che osa fare gli interessi del popolo americano falcidiato dalla globalizzazione e dallo sbilancio commerciale. Come se Trump non l’avesse ampiamente annunciato in campagna elettorale e come se i dazi non li avesse iniziati Biden. L’Ue ha avuto sei mesi di tempo per alzare i ponti levatoi, ma era troppo impegnata a sabotare l’unica iniziativa di Trump che conviene a noi: il negoziato con Putin per chiudere la guerra in Ucraina. Abilissimi a dirgli di no quando dovrebbero dirgli di sì e di sì quando dovrebbero dirgli di no, i nostri liderini hanno esecrato la soluzione diplomatica che ci servirebbe come l’oro proprio contro i dazi. Il compromesso con la Russia ci consentirebbe di riprendere la cooperazione economica, ricominciare ad acquistare il gas dove costa meno e spalancarci la strada verso nuove rotte commerciali con i Brics, a partire dalla Cina, riaprendo la Via della Seta e trasformandola in autostrada. Invece no: i pigmei han continuato come sonnambuli a guardare in cagnesco Mosca, a parlare solo di guerra, a varare sanzioni che danneggiano più noi che Putin, ad accusare Pechino di fare i propri interessi. E a sperare che il nuovo padrone Usa avesse pietà di noi, andando a trattare separatamente, in ordine sparso, per strappare qualche sconticino. Peccato che Trump disprezzi i deboli e rispetti solo i forti: quali noi europei potremmo essere, con la forza di un mercato da mezzo miliardo di persone, se avessimo una classe dirigente all’altezza e non alla bassezza della situazione. Ora, anziché piagnucolare perché il bullo platinato fa gli interessi del suo popolo, potremmo cominciare a votare per qualcuno che faccia gli interessi di noi europei. Oppure rassegnarci alla fine che meritano i pigmei: l’estinzione. Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano

  • Diversamente disarmo Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano E niente. La filastrocca meloniana “Si vis pacem, para bellum” per giustificare il mega-riarmo Nato non ha funzionato. Papa Leone non se l’è bevuta: “Come si può credere dopo secoli di storia che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo? La gente è sempre meno ignara dei soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte: si potrebbero costruire ospedali e scuole, invece si distruggono quelli già costruiti. Bisogna smascherare le cause spurie dei conflitti: la gente non può morire a causa di fake news”. Sentendo “fake news” e “propaganda”, chissà perché, Beppe Severgnini s’è sentito chiamato in causa e ha svelato a Otto e mezzo cosa direbbe al Papa se quello avesse tempo da perdere: “Santità, ha ragione, le armi fanno schifo, io non vorrei spendere nel riarmo”. Però vuole: “Chi si oppone al riarmo dica cosa fare, non solo cosa non fare. Dobbiamo mandare il messaggio ‘Caro signor Putin, le dispiace non invadere i paesi vicini, non bombardarli, non minacciare dicendo che le interessano i Paesi baltici, la Moldavia e magari la Romania? Perché sa, noi non vogliamo riarmarci’? Dall’altra parte abbiamo la Russia che ha dimostrato che intenzioni ha”. Naturalmente Putin non ha mai detto di voler invadere Baltici, Moldavia e Romania. E, ben prima che lui aggredisse l’Ucraina, la Nato aveva invaso Iraq e Afghanistan e bombardato Serbia e Libia. Ma Severgnini ha un concetto calcistico della geopolitica: è quello del “Siamo 40 contro 1, in Ucraina vinciamo noi”, poi purtroppo abbiamo perso. È anche quello del “Se non ci fosse la Nato, Putin sarebbe già a Lisbona” (altro che Baltici, Moldavia e Romania: Putin invaderà tutta l’Europa fino al Portogallo e lì si fermerà solo per via dell’Oceano): quindi lo sa che, se i russi attaccano un Paese Nato, si ritrovano contro i 32 eserciti Nato. Ma ora gli fa comodo fingere che la Nato sia disarmata e che il Papa e gli oppositori del riarmo al 5% vogliano abolire gli eserciti per rimpiazzarli con mazzi di fiori. E non è solo un abile stratega, ma pure un fine economista, infatti sa già come finanziare il riarmo: “I soldi si possono trovare: basta un decimo degli 80 miliardi di evasione per pagare la difesa, temo necessaria”. Ogni anno dovremo spendere in armi 70 miliardi in più degli attuali 30, ma a lui ne bastano 8 (tanto il falso in bilancio è depenalizzato). E stiamo allegri: “La difesa non sono solo missili, ma cybersicurezza, militari che aiutano la società in emergenze e calamità, più risorse per tutti” e soprattutto “scudi e computer”. Che bello: avrò un nuovo pc e un fiammante scudo medievale tutto mio per Carnevale. Tanto paga la Nato.

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  • Anche io ero virtualmente in piazza

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  • Un suicidio assistito Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano Quanti fiumi di parole inutili, anzi dannose, sulla pace in Ucraina pur di non arrivare mai al nocciolo della questione: e cioè che Nato, Ue e Kiev hanno perso la guerra, la Russia l’ha vinta, il tempo gioca a favore di Mosca e spetta agli sconfitti convincere i vincitori a smetterla con un’offerta che non possano rifiutare. Sennò i vincitori continueranno ad avanzare e gli sconfitti a perdere territori e vite umane. Il 18.12.2024 Zelensky, che cambia idea a seconda dell’ultimo con cui parla, ammise di non poter recuperare le cinque regioni occupate e annesse dai russi: da allora non riesce più a spiegare ai suoi soldati per cosa combattono e muoiono. Ora invece garantisce che non rinuncerà neppure alla Crimea, che il negoziato gliele ridarà come per miracolo e che “avremo una pace giusta solo dopo Putin”. Devono di nuovo avergli fatto credere che: 1) Putin ha i giorni contati, come tre anni fa, quando Zelensky giurò che era morto e quello che vedevamo era un sosia; 2) chi lo sostituirà sarà un sincero democratico, pacifista e amico di Kiev, che si ritirerà dai territori occupati con tante scuse e li restituirà dopo averli ricostruiti a proprie spese; 3) Zelensky potrà finalmente indire le elezioni rinviate un anno fa, rivincerle in carrozza, entrare nella Nato e nell’Ue, riarmarsi fino ai denti con tutta l’Europa e piazzare missili nucleari sotto le finestre del Cremlino fra gli applausi del nuovo inquilino. Come se nulla fosse accaduto. A furia di drogarlo con promesse false e aspettative utopistiche, l’Ue dei finti amici sta spingendo l’Ucraina nella fossa: un lungo suicidio assistito, come lo definì tre anni fa Fabio Mini sul Fatto. L’unico vero amico di Kiev è quello che passa per suo nemico al soldo di Putin: Trump, che con i suoi modi buzzurri fu il primo alleato a dirgli la verità. Cioè che la guerra è persa, Kiev senza le armi Usa non regge due settimane e al negoziato non ha carte da giocare. Ora Zelensky accusa Putin di non voler negoziare perché non gli anticipa il suo “memorandum” prima del nuovo round del 2 giugno a Istanbul. Come se non conoscesse a memoria la posizione russa, sempre la stessa da oltre dieci anni: neutralità e smilitarizzazione di Kiev, stop all’allargamento della Nato a Est, “denazificazione” (che, al netto della propaganda, significa basta persecuzioni russofobe contro i russofoni), rinuncia ai territori occupati (che non sono tutti quelli annessi), fine delle sanzioni, assetti futuri di sicurezza per tutti. Su questo, cioè sulla sicurezza, l’Ucraina avrà ragione di pretendere garanzie serie contro futuri attacchi. Su tutto il resto c’è poco da trattare: solo da prendere atto della triste realtà. Non si può perdere ciò che si è già irrimediabilmente perduto: si può solo perdere ciò che si ha ancora.

  • È stata la mano di Putin Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano Già impegnatissimo, nell’ordine, a: incendiare casa, auto e altre proprietà di Starmer, mandare in black-out la Spagna, il Festival di Cannes e pure a Nizza, truccare (invano) le elezioni in Romania e (con successo) in tutti i Paesi dove vince quello sbagliato, provocare anche i più piccoli incidenti elettrici, idrici, ferroviari, navali e aerei nei più remoti angoli del pianeta, Putin colpisce ancora. All’aeroporto di Hanoi, si apre il portellone dell’Airbus presidenziale francese e non ne scende nessuno: è Macron. Ma, prima che percorra la scaletta col sorriso prestampato e una Brigitte ingrugnita come non mai, un video dell’Associated Press immortala due braccia e due mani tese che gli assestano uno sganassone comme il faut, spostandogli la faccia come su un ring. Lui si accorge subito di essere in mondovisione e manda avanti un portavoce con la classica versione prêt-à-porter: “È un fake realizzato con l’IA dalla propaganda russa”. Non a caso le maniche sono rosse, quindi putiniane, anche se Putin in quanto nuovo Hitler è anche nero. A Mosca si ride di gusto: Russia Today e la Zakharova rilanciano il video. Che però purtroppo è autentico: l’unico fake è la smentita dell’Eliseo. Allora parla Macron: “Macché litigio, era uno scherzo con mia moglie, una scaramuccia per ridere che facciamo spesso”. I due, quando scherzano, si prendono a pizze in faccia: se litigano sul serio, passano direttamente all’acido. Fortuna che il portello non si è aperto un po’ prima, quando lui scherzava con lei, sennò finiva nella lista del patriarcato sessista con Depardieu. Invece si è vista solo lei che mena lui, per nulla intimorita dal galletto volenteroso che vuole le truppe in difesa di Kiev, ma non riesce a difendere neppure se stesso. Nessuno grida al matriarcato, anzi massima stima e un pizzico di invidia per la volenterosa Brigitte: visto che Manu regna in Francia coi consensi di Calenda e Renzi, almeno 9 francesi su 10 vorrebbero tanto essere lei e scherzare un po’ anche loro con lui. Che aggiunge: “Ci sono tanti svitati che inventano ogni tipo di interpretazione. Chi ha interesse a propagandarle? Sempre le stesse reti: le ali estreme (la sinistra e la destra che vincono sempre le elezioni mentre lui arriva terzo su tre, ndr), gli squinternati che non amano ciò che faccio (la stragrande maggioranza dei francesi, ndr) e i russi”. Giusto: se il video è un fake, ha stato Putin; se invece è autentico, ha stato Putin lo stesso. Come faccia a fare così tanta roba che uno normale non riuscirebbe a farla in cento vite, è un mistero. Ha più avvistamenti lui che la Madonna di Civitavecchia. Comunque tanta stima: travestirsi da Brigitte con trucco e parrucco, infilarsi nell’aereo di Macron e prenderlo a sberle non è mica da tutti.

  • Nei panni degli altri Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano L’unico premier europeo che non ci fa quasi mai vergognare di essere europei è lo spagnolo Pedro Sánchez: ieri ha puntato il dito contro lo spudorato doppio standard dell’Occidente sui crimini degli amici (tipo Israele) e dei nemici (tipo la Russia). Purtroppo ha scelto l’esempio sbagliato, chiedendo che Tel Aviv, come tre anni fa Mosca, venga radiata dalle kermesse artistiche e sportive internazionali e ha citato l’Eurovision. Noi pensiamo che cultura, ricerca, arte e sport debbano restare fuori da sanzioni, embarghi e boicottaggi, per non fare pagare a cittadini innocenti le colpe di chi li governa. Se Israele fosse stato escluso dall’Eurovision, a pagare sarebbe stata la cantante Yuval Raphael, 24 anni, sopravvissuta alla mattanza di Hamas del 7 ottobre 2023 fingendosi morta per otto ore sotto una catasta di cadaveri dei suoi amici. Per dire quanto possa somigliare al suo governo, da ragazza ha studiato lingua araba e teatro. Poi, dopo quell’esperienza scioccante, si è data definitivamente alla musica, mentre presta il servizio militare obbligatorio. A Lugano è stata fischiata per le colpe del suo governo, poi si è piazzata seconda. Noi all’Eurofestival avremmo voluto anche la sua omologa russa. E alle Olimpiadi e Paralimpiadi degli ultimi tre anni gli atleti russi e bielorussi. E alla Scala il grande direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, escluso per non aver condannato il suo governo da politici regionali e comunali indecenti. Ciò detto, Sánchez ha il merito di rompere il sudario di omertà della cosiddetta Europa sui crimini d’Israele con parole ben più nette dei pigolii degli altri governi, che cominciano a balbettare qualcosa solo ora che persino Trump li scavalca scaricando Netanyahu. Denunciare i doppi standard è il primo passo per uscire da quel suprematismo strisciante da Impero del Bene (noi) contro Impero del Male (gli altri) che affligge l’Occidente ed è la prima causa del suo tramonto e dell’odio che suscita in chiunque lo circondi. Il primo passo per iniziare a capire gli altri popoli mettendosi nei loro panni e nelle loro teste. Cosa penserà di noi un arabo, dopo averci visti tacere o cavillare o divagare per 19 mesi sui 50 mila palestinesi sterminati da Israele con le nostre armi e poi fremere di sdegno per le guerre dei nostri “nemici” con molte meno vittime civili? Che per noi ogni vita umana non vale uno, ma dieci se è occidentale e un decimo se non lo è. E cosa penserà di noi un russo dopo aver subìto ogni sorta di sanzioni, scomuniche, ostracismi, lezioni di bon ton e diritto internazionale da chi ha fatto lo stesso o peggio contro il suo Paese e i suoi alleati e per giunta è rimasto impunito? Anche se detesta Putin, penserà che Putin abbia ragione. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.

  • Nei panni degli altri Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano L’unico premier europeo che non ci fa quasi mai vergognare di essere europei è lo spagnolo Pedro Sánchez: ieri ha puntato il dito contro lo spudorato doppio standard dell’Occidente sui crimini degli amici (tipo Israele) e dei nemici (tipo la Russia). Purtroppo ha scelto l’esempio sbagliato, chiedendo che Tel Aviv, come tre anni fa Mosca, venga radiata dalle kermesse artistiche e sportive internazionali e ha citato l’Eurovision. Noi pensiamo che cultura, ricerca, arte e sport debbano restare fuori da sanzioni, embarghi e boicottaggi, per non fare pagare a cittadini innocenti le colpe di chi li governa. Se Israele fosse stato escluso dall’Eurovision, a pagare sarebbe stata la cantante Yuval Raphael, 24 anni, sopravvissuta alla mattanza di Hamas del 7 ottobre 2023 fingendosi morta per otto ore sotto una catasta di cadaveri dei suoi amici. Per dire quanto possa somigliare al suo governo, da ragazza ha studiato lingua araba e teatro. Poi, dopo quell’esperienza scioccante, si è data definitivamente alla musica, mentre presta il servizio militare obbligatorio. A Lugano è stata fischiata per le colpe del suo governo, poi si è piazzata seconda. Noi all’Eurofestival avremmo voluto anche la sua omologa russa. E alle Olimpiadi e Paralimpiadi degli ultimi tre anni gli atleti russi e bielorussi. E alla Scala il grande direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, escluso per non aver condannato il suo governo da politici regionali e comunali indecenti. Ciò detto, Sánchez ha il merito di rompere il sudario di omertà della cosiddetta Europa sui crimini d’Israele con parole ben più nette dei pigolii degli altri governi, che cominciano a balbettare qualcosa solo ora che persino Trump li scavalca scaricando Netanyahu. Denunciare i doppi standard è il primo passo per uscire da quel suprematismo strisciante da Impero del Bene (noi) contro Impero del Male (gli altri) che affligge l’Occidente ed è la prima causa del suo tramonto e dell’odio che suscita in chiunque lo circondi. Il primo passo per iniziare a capire gli altri popoli mettendosi nei loro panni e nelle loro teste. Cosa penserà di noi un arabo, dopo averci visti tacere o cavillare o divagare per 19 mesi sui 50 mila palestinesi sterminati da Israele con le nostre armi e poi fremere di sdegno per le guerre dei nostri “nemici” con molte meno vittime civili? Che per noi ogni vita umana non vale uno, ma dieci se è occidentale e un decimo se non lo è. E cosa penserà di noi un russo dopo aver subìto ogni sorta di sanzioni, scomuniche, ostracismi, lezioni di bon ton e diritto internazionale da chi ha fatto lo stesso o peggio contro il suo Paese e i suoi alleati e per giunta è rimasto impunito? Anche se detesta Putin, penserà che Putin abbia ragione. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.

  • Alla larga dal mini-club Di Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano C’erano un francese, un tedesco, un inglese e un polacco… Come se non bastassero l’odio fra i capi russi e quelli ucraini e le enormi difficoltà del negoziato appena partito a Istanbul, ci sono pure i Volenterosi (simpatico eufemismo che sta per sabotatori guerrafondai): un mini-club di mitomani con enormi problemi in patria che, per darsi una ragione di esistere, scorrazzano da Londra a Parigi, da Kiev a Tirana, per parlare di cose che non li riguardano e progettare piani che resteranno lettera morta. Intanto il formato “Volenterosi” esiste solo nelle loro teste malate, non nel diritto internazionale. E poi la fregola bellicista di inviare truppe in Ucraina – il fondamento della loro esistenza, dopo il rifiuto a inviare soldati dal resto dell’Ue – è incompatibile con la prima condizione irrinunciabile per la Russia al tavolo di Istanbul, tre anni fa come oggi: Ucraina fuori dalla Nato e Nato fuori dall’Ucraina. Quindi niente truppe di Paesi Nato, tantomeno di due potenze nucleari come Francia e Regno Unito, a fare il peacekeeping. La Meloni, spaventata dal forte movimento pacifista, dalle resistenze della Lega e dalla volubilità di Trump, ha detto fin da subito che l’Italia non invierà truppe. Infatti non si capiva cosa ci facesse ai primi due raduni del club, con la faccetta malmostosa di chi avrebbe voluto essere altrove. Invece si capisce perché abbia disertato l’inutile treno per Kiev e l’inutilissima adunata albanese. Infatti i giornaloni atlantisti la attaccano proprio per la sua assenza e prendono per oro colato le balle di Macron, che nega la ragione fondante dei Volenterosi – inviare truppe in Ucraina – e smentisce persino i suoi reiterati appelli fin dal 26 febbraio ’24 (“La Russia non deve vincere, non è escluso in futuro l’invio di truppe di terra”). La Meloni fa benissimo a tenersi a debita distanza e a ricordare cosa vogliono Macron, Starmer, Merz e Tusk. Ma fa malissimo a trincerarsi dietro l’“unità occidentale”, che non esiste (nell’Ue e nella Nato ciascuno va per conto proprio); e a non tentare di costruire un fronte alternativo, non solo con i governi di destra a lei più affini, ma anche con Paesi ragionevoli come la Spagna (Sànchez ha già smontato le fesserie sul riarmo contro l’imminente invasione russa: “Non vedo truppe di Mosca alle porte”). Von der Leyen, Kallas e i Volenterosi boicottano i negoziati col riarmo tedesco, polacco e baltico; con nuove sanzioni a Mosca e nuove armi a Kiev in piena trattativa; con la minaccia francese di schierare testate nucleari in Germania e Polonia; e con l’idea di un tribunale speciale tipo Norimberga per processare Putin &C. con cui si dovrebbe cercare un’intesa. Perché il governo italiano, dopo averci detto da che parte non sta, non ci dice da che parte sta?