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«L’Italia? Era all’interno di una bolla pronta a esplodere. Le Brigate Rosse erano strutturate e avevano un consenso generale in alcune frange politiche che le aiutavano. Lei pensi che, durante l’inchiesta, abbiamo sentito un giornalista di un famoso periodico dire a un brigatista questa frase: "No guardi, non ci dica niente di questa cosa perché questo telefono potrebbe essere intercettato dai Carabinieri. Chiami subito questo altro numero". Ciò vuol dire che si sta aiutando lo Stato e la giustizia o il brigatista?» Luciano Infelisi, già sostituto procuratore generale a Roma, ripercorre in una intervista esclusiva a Spazio70 alcuni passaggi delle inchieste sui casi Moro e Pecorelli. Un racconto che restituisce il clima di una stagione segnata da interessi molteplici e spesso conflittuali. 🎲 Contenuto riservato agli abbonati https://spazio70.com/anni-70/intervista-infelisi-moro-pecorelli/
Roma, Milano, Bari. È il 1979 e nelle grandi stazioni italiane comincia a essere visibile un fenomeno al quale il Paese non sembra ancora preparato. Uomini e donne provenienti dall’Africa, dal Mediterraneo, dall’Asia si incontrano nelle ore libere dal lavoro. Sono colf, operai, facchini, lavoratori portuali, ambulanti. Molti sono regolari, molti altri semplicemente non esistono nelle statistiche ufficiali. Il 20 marzo di quell’anno OP – Osservatore Politico, il settimanale di Mino Pecorelli, dedica un’ampia inchiesta all’immigrazione in Italia. Il titolo è volutamente allarmante: «Sta per scoppiare una bomba». Ma, al di là del linguaggio e di alcune espressioni inevitabilmente figlie del tempo, il documento restituisce la fotografia di un Paese che sta vivendo quasi senza accorgersene una trasformazione profonda. L’Italia è ancora, nell'immaginario collettivo, terra di emigranti. Eppure qualcosa è già cambiato. I dati del ministero dell’Interno appaiono incerti: nel 1977 risultano appena 16 mila permessi di soggiorno concessi per motivi di lavoro, mentre le stime citate da OP parlano di una presenza straniera assai più consistente. Jugoslavi, marocchini, tunisini, greci, egiziani, turchi, somali, etiopi; e poi decine di migliaia di collaboratrici domestiche provenienti soprattutto da Capo Verde, Mauritius, Seychelles, Somalia e Filippine. Sono persone attirate dall’Europa industrializzata e dalla speranza di condizioni di vita migliori. OP stabilisce un parallelismo significativo con l'emigrazione italiana di un tempo: come i meridionali partivano verso l’America, così molti lavoratori del Terzo Mondo cercano ora la propria «America» in Europa. E anche in Italia. Ad attenderli, tuttavia, ci sono spesso lavoro nero, salari bassissimi, precarietà ed emarginazione. Il settimanale denuncia anche le condizioni delle collaboratrici domestiche, talvolta sottoposte a orari massacranti e persino private della disponibilità del passaporto. Lo straniero irregolare, osserva l'inchiesta, costa meno e finisce quindi per occupare proprio quei settori nei quali la manodopera italiana è più difficile da reperire: edilizia, agricoltura, fonderie, miniere, ristorazione, facchinaggio, pesca, servizi portuali. È qui che l'articolo introduce il passaggio più interessante, e forse più inquietante, letto a quasi mezzo secolo di distanza. In un Paese che contava già oltre un milione di disoccupati, OP temeva che la concorrenza nelle fasce più deboli del mercato del lavoro potesse produrre quella che il settimanale definiva una «guerra dei poveri», contrapponendo disoccupati italiani e lavoratori stranieri. E la classe politica? «Per ora», conclude l'anonimo estensore, «continua a praticare la mai troppo deprecata politica dello struzzo. La quale, lungi dal risolvere qualcosa, non fa altro che dar tempo al problema di ingigantirsi in misura tale da divenire irresolubile.» Per approfondire: https://spazio70.com/media/inchieste/sta-per-scoppiare-una-bomba-limmigrazione-in-italia-secondo-op-1979-2/
Roma, primavera del 1983. Maurizio Abbatino è un latitante. Ha poco meno di trent’anni, diversi passaggi in carcere alle spalle e tre mandati di cattura appena emessi dal giudice istruttore Guido Catenacci. Due riguardano altrettanti omicidi, il terzo un’associazione a delinquere finalizzata a una lunga serie di reati. Quando gli uomini della Squadra Mobile vanno a cercarlo nella sua abitazione dell’AXA, però, «Crispino» è già scomparso. Non è il solo. Dopo anni di omicidi, rapine, traffico di droga, usura e gioco d’azzardo, alcuni dei principali esponenti della cosiddetta Banda della Magliana sono ormai ricercati o «altrove». Franco Giuseppucci è morto nel 1980; Marcellone Colafigli è stato arrestato. Restano da trovare, tra gli altri, Abbatino, Edoardo Toscano ed Enrico De Pedis. Nel 1983 non esistono telefoni cellulari da localizzare o telecamere disseminate per la città. Per scovare un latitante bisogna ricostruirne il mondo: amicizie, abitudini, necessità quotidiane. E soprattutto le persone delle quali continua a fidarsi. Gli investigatori della Sezione Omicidi scoprono così che Abbatino si serve di incensurati per organizzare la propria clandestinità. Tra questi c’è una ragazza di vent’anni, Roberta, che gli procura cibo e giornali. La mattina del 2 maggio 1983 tre uomini della Mobile la vedono acquistare alcuni quotidiani a piazza Fermi. La ragazza sale su un taxi e si dirige verso Ponte Marconi. Il pedinamento viene interrotto per prudenza. Riprende il giorno successivo. Roberta ripete quasi esattamente gli stessi movimenti. Questa volta gli agenti la seguono per circa otto chilometri, fino al Laurentino. La destinazione è un appartamento di via Lampridio Cerva, nel complesso residenziale di Prato Smeraldo. La scena si ripete il 4 e il 5 maggio. La ragazza diventa più prudente: si fa lasciare dal taxi a qualche decina di metri dall'edificio. Ma ormai gli investigatori hanno individuato la «palazzina dei sospetti». Alle 5:30 del 6 maggio scatta l'operazione. La Squadra Mobile circonda il complesso. Gli agenti entrano nell'appartamento al piano terra: porta blindata, nessun nome sul citofono. All'interno trovano Maurizio Abbatino. Potrebbe finire qui. Ma qualcuno osserva l'appartamento accanto. Presenta caratteristiche molto simili. Nasce il sospetto che quel residence sia stato scelto come rifugio anche da altri uomini della Banda. Gli agenti entrano. Dentro c'è Edoardo Toscano, «l'Operaietto», anche lui latitante. In poche ore, seguendo una ragazza che comprava giornali e prendeva un taxi, la polizia ha catturato due dei principali esponenti della criminalità romana. L'anno successivo lo stesso metodo contribuirà a individuare anche Enrico De Pedis: ancora una donna, ancora un pedinamento, ancora l'osservazione paziente delle relazioni personali di un latitante. Una vecchia massima investigativa, insomma, applicata quasi alla lettera: «Cherchez la femme». Per approfondire [libera lettura]: https://spazio70.com/post-anni-70/criminalita-organizzata/cherchez-la-femme-come-la-squadra-mobile-di-roma-catturo-i-vertici-della-banda-della-magliana/
È online il numero zero della newsletter di Spazio70. Inchieste, documenti, materiali d'archivio e qualche anticipazione sul lavoro che stiamo portando avanti. Un nuovo spazio per raccontare ciò che facciamo — e, soprattutto, come lo facciamo. Buona lettura. ➜ https://mailchi.mp/6424b4957922/spazio70-newsletter-n-0-agosto-2026
Nel dicembre del 1972, mentre i cieli del Vietnam del Nord sono attraversati da una delle più intense campagne di bombardamento dell'intero conflitto, due uomini vengono avvistati lungo una strada della provincia di Ha Bac, a nord-est di Hanoi. Non appartengono a un reparto in combattimento, non sono accompagnati da altri militari. Camminano da soli, visibili, vulnerabili. A ricostruire quella scena è un documento oggi declassificato, trasmesso dalla Central Intelligence Agency alla Defense Intelligence Agency. Si tratta di un Field Intelligence Report (FIR), un rapporto di intelligence di campo, redatto il 20 dicembre 1972 e successivamente diffuso in forma «sanitized», cioè epurata degli elementi sensibili. È proprio l'equilibrio tra la ricchezza dei dettagli e la prudenza delle conclusioni a renderlo particolarmente interessante. Secondo il rapporto, i due uomini vengono notati dalla popolazione locale circa un'ora prima della cattura. In un primo momento nessuno immagina che possano essere aviatori statunitensi: il colore dei capelli, i tratti somatici e l'aspetto generale inducono alcuni testimoni a scambiarli per cittadini sovietici. Solo in seguito la loro presenza viene segnalata alle autorità nordvietnamite. L'intervento è rapido. I due vengono intercettati lungo la strada tra i villaggi di Quang Bo e Dai Bai, trasferiti in una caserma e infine caricati su un veicolo diretto verso Hanoi. L'intera sequenza — avvistamento, segnalazione, cattura e trasferimento — si consuma nell'arco di pochissimo tempo, con una precisione che restituisce al lettore la sensazione di assistere direttamente agli eventi. Particolarmente significativa è la descrizione fisica. Gli osservatori dichiarano di aver avuto gli americani a vista per circa cinque minuti, a una distanza di pochi metri. Entrambi sono descritti come caucasici, con capelli biondi, corporatura media e tute da volo verdi. Non presentano ferite evidenti, ma appaiono provati, stanchi e affamati. Una quantità di particolari che conferisce al rapporto una notevole consistenza, pur restando nel campo delle informazioni non ancora verificate. Il documento suggerisce un probabile collegamento con i bombardamenti su Hanoi del 18 e 19 dicembre 1972, cioè con le prime fasi dell'Operazione Linebacker II. Quando però il rapporto viene esaminato dal Joint Casualty Resolution Center, l'esito resta inevitabilmente prudente: i dati disponibili non consentono di identificare con certezza i due prigionieri. È questo, in fondo, l'aspetto più affascinante del documento: una ricostruzione estremamente precisa dei fatti che, tuttavia, lascia ancora aperta la domanda fondamentale su chi fossero quei due militari americani e che fine abbiano fatto. Per approfondire [contenuto riservato agli abbonati]:https://spazio70.com/media/documenti/vietnam-1972-piloti-usa-rapporto-cia/
Roma, primi anni Ottanta. Fontanella Borghese. Un palazzo rinascimentale trasformato in sede universitaria. Uno studente di Architettura ha appena finito una lezione. Sotto il braccio porta una cartellina, in mano il tubolare con i disegni tecnici. Scende verso la cabina telefonica, inserisce un gettone e compone un numero. Dall'altra parte risponde un'amica, agitata: «C'è un uomo qui sotto. Dice che ti deve parlare». Il ragazzo la raggiunge accompagnato da due compagni di corso. Davanti al portone li aspetta un uomo sulla quarantina, vestito in modo anonimo. Quando gli si rivolge, lo fa in armeno. Ha modi cortesi, le mani sempre infilate nelle tasche della giacca. Non sembra minaccioso. Eppure qualcosa lo mette subito in allarme. I tratti del volto, la carnagione, il modo di muoversi. Intuisce che non è armeno. Capisce che è turco. Negli ambienti della diaspora si sapeva che i servizi segreti turchi sorvegliavano attivisti e simpatizzanti anche in Europa. E che, talvolta, non si limitavano al monitoraggio. L'uomo gli propone di fare due passi. Poco più avanti c'è un'auto ferma con qualcuno a bordo. Non accade nulla di esplicito. Nessuna minaccia. Ma il ragazzo comprende. Capisce che lo stanno per portare via. Che lo vogliono uccidere. Quel ragazzo si chiama Karekin Krikorian. È nato nel 1958 a Bengasi, in una famiglia armena della diaspora. Le sue radici affondano nell'Anatolia del 1915: il nonno paterno era sopravvissuto alle deportazioni, altri parenti provenivano da Urfa, una delle città simbolo della resistenza armena. Per la generazione dei suoi genitori il genocidio era diventato un silenzio necessario per continuare a vivere. Ma all'inizio degli anni Settanta quella memoria riaffiora, trasformandosi, per molti giovani, in impegno politico. Anche Krikorian entra negli ambienti vicini all'ASALA, l'organizzazione armata nata per costringere la Turchia a riconoscere il genocidio armeno. Anni dopo la sua vicenda si intreccerà con quella dell'area anarchica insurrezionalista italiana e con il controverso processo Marini-Ros. Trascorrerà oltre vent'anni in carcere, parte dei quali in regime di Alta sicurezza. Oggi vive a Roma. Fa l'architetto, ha conseguito una seconda laurea in Filosofia durante la detenzione e si prepara a trasferirsi in Armenia. Lo abbiamo incontrato nella sua casa per ripercorrere una storia che attraversa il genocidio, la diaspora, la militanza politica, il carcere e, soprattutto, ciò che il tempo non è riuscito a cancellare. Per approfondire [contenuto riservato agli abbonati]: https://spazio70.com/media/interviste/karekin-kricorian-asala-diaspora-armena/
Nel racconto pubblico del caso Pecorelli il nome di Franca Mangiavacca compare spesso, ma quasi sempre ai margini. Eppure, osservando con attenzione documenti giudiziari, deposizioni e materiali d'archivio, emerge una figura più complessa di quanto si sia generalmente pensato. Mangiavacca conosceva Pecorelli dai tempi in cui quest’ultimo era stato capo ufficio stampa del ministro democristiano Fiorentino Sullo. Come dice lei stessa, già alla fine del 1971 era passata a lavorare a tempo pieno all’Osservatore Politico con un ruolo da «jolly». Le sue mansioni riguardavano la gestione amministrativa e la cura della distribuzione. Ma non c’era soltanto la dimensione professionale. Tra Mangiavacca e Pecorelli nacque una relazione sentimentale. La particolare situazione famigliare dei due fu utilizzata da una parte della stampa per adombrare l’ipotesi che l’omicidio Pecorelli fosse di natura passionale. Fatto sta che Mangiavacca, all’interno della redazione, aveva un ruolo cruciale: partecipava alle riunioni con i giornalisti, condivideva decisioni e teneva le fila della contabilità, pur non mettendo mano, almeno secondo la sua deposizione al processo del 1996, ai conti «paralleli». Era, inoltre, amministratrice unica dell’Istituto Ricerche Studi Politici Economici, l’IRSPE, entità nominalmente proprietaria dell’Osservatore Politico. Dunque, nel suo duplice ruolo, professionale e famigliare, Mangiavacca conosceva in profondità la vita di Pecorelli, dentro e fuori OP. Dopo l’omicidio, il suo telefono venne messo sotto controllo dalla DIGOS su mandato di Domenico Sica. Intercettazioni, rimaste sostanzialmente seppellite tra la marea di carte dei vari processi, che rilette oggi possono dare un’idea di cosa accadde dopo la tragica serata del 20 marzo 1979. Contenuto riservato agli abbonati https://spazio70.com/media/inchieste/franca-mangiavacca-caso-pecorelli/
Managua, fine agosto 1993. Un fuoristrada percorre da oltre un'ora un tragitto tortuoso e apparentemente senza senso. Il conducente controlla di continuo gli specchietti: teme di essere seguito. Dalla radio arriva un avvertimento: «Occhio, forse vi pedinano». Uno dei passeggeri sbotta con ironia: «Siamo quasi nella giungla. Se qualcuno ci stesse seguendo se ne sarebbe già accorto. Non siamo israeliani venuti qui per rapire qualcuno. Vogliamo solo parlare». La destinazione è una vecchia bettola gestita da un indio. Ad attenderli c'è Alessio Casimirri, componente del commando brigatista che in via Fani uccise gli uomini della scorta di Aldo Moro. Ad incontrarlo sono Mario Fabbri e Carlo Parolisi, due agenti del Sisde in missione riservata. Casimirri racconta che il Nicaragua è cambiato: il nuovo contesto politico ed economico mette in difficoltà anche la sua attività di recuperi subacquei. Pur non avendo mai scontato un giorno di carcere, lascia intendere di voler aprire un prudente dialogo con le istituzioni italiane. «Non pretendo nulla dalla giustizia italiana», afferma, «so bene che ciò che ho fatto non può essere cancellato». Poco dopo, però, formula una richiesta precisa: un lasciapassare che gli consenta di uscire dal Nicaragua e lavorare nei Paesi vicini, senza il timore di essere arrestato. Fabbri gli risponde con franchezza: «Non posso dartelo. Sarebbe un inganno: ti arresterebbero appena oltrepassata la frontiera». Da quel momento prende forma un confronto difficile ma sincero, nel quale gli agenti cercano di conquistare la fiducia di un uomo estremamente prudente. Casimirri spiega di non avere interesse a rientrare in Italia: in Nicaragua ha costruito una famiglia. Ciò che desidera davvero è poter lasciare il Paese, mentre gli altri ex militanti della cosiddetta "colonia" italiana possono già muoversi liberamente. Fabbri coglie l'occasione per rilanciare: «Se puoi contribuire a fare chiarezza sulle Brigate rosse e soprattutto sul caso Moro, finché in Italia resteranno dubbi e versioni contrastanti sarà difficile immaginare una soluzione politica». L'obiettivo del Sisde è raccogliere informazioni utili alle indagini ancora aperte. L'incontro nella bettola, ai margini della giungla, non avrebbe dovuto essere un episodio isolato. Nei piani del Sisde rappresentava soltanto il primo passo di un dialogo destinato a proseguire, con l'obiettivo di raccogliere la testimonianza di uno degli ultimi grandi latitanti delle Brigate rosse e fare luce su alcuni dei capitoli più controversi del caso Moro. Contenuto riservato agli abbonati: https://spazio70.com/anni-70/brigate-rosse/sisde-casimirri-nicaragua/
Nel 1973, mentre la distensione sembrava aver reso meno aspro il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la National Security Agency organizzò un incontro destinato a lasciare il segno. Davanti al personale dell'agenzia americana intervenne Petr Sergeevič Deriabin, ex ufficiale del KGB che quasi vent'anni prima aveva disertato chiedendo asilo politico agli Stati Uniti. Il documento che racconta quell'evento, oggi declassificato grazie al Freedom of Information Act, potrebbe apparire, a una prima lettura, come la semplice testimonianza di un ex funzionario sovietico. In realtà racconta molto di più. Per esempio il modo in cui un apparato di intelligence costruisce la propria identità, definisce gli avversari e rafforza la coesione interna dei suoi uomini. Non è un caso che l'incontro si svolga proprio durante la Security Week del 1973. Il messaggio rivolto ai dipendenti della NSA è chiaro: la distensione diplomatica non deve tradursi in un abbassamento della vigilanza. Un concetto che sembra essere condiviso anche da Deriabin, capace così di diventare qualcosa di più di un semplice testimone — con la sua esperienza personale trasformata in una prova vivente della natura del sistema sovietico e della necessità di mantenere alta l'attenzione nei confronti dell'URSS. Particolarmente interessante è anche un altro aspetto della testimonianza dell'ex ufficiale sovietico ovvero la confutazione dell'idea, diffusa in alcuni ambienti occidentali, che KGB e agenzie di intelligence occidentali, americane in primis, possano essere considerati organismi sostanzialmente equivalenti. La differenza, sembra dire Deriabin, non riguarda soltanto le funzioni operative, ma la natura stessa dei due apparati — con il KGB descritto come uno strumento di controllo politico e di proiezione del potere dello Stato sovietico. Ma forse il passaggio più affascinante dell'incontro emerge tra le righe. Deriabin non si limita infatti a fornire informazioni sul nemico. La sua testimonianza finisce invece per riflettere il clima culturale dell'intelligence americana nei primi anni Settanta e mostra come la figura del disertore venga utilizzata per contrastare ogni possibile rilassamento psicologico all'interno delle agenzie. Per approfondire (riservato agli abbonati): https://spazio70.com/media/documenti/disertore-kgb-nsa-1973/
Per approfondire (riservato agli abbonati): https://spazio70.com/anni-70/brigate-rosse/mino-pecorelli-caso-moro/
Che cosa cercava davvero l'FBI quando si occupava di Licio Gelli? La domanda è meno banale di quanto possa sembrare. Tra il 1981 e il 1990 il nome del Venerabile Maestro della P2 compare ripetutamente in alcuni documenti desecretati del Federal Bureau of Investigation. Non si tratta di una grande indagine americana su Gelli, né dell'emersione di prove clamorose. Al contrario. La documentazione racconta soprattutto un'altra storia: quella di una figura che, dopo l'esplosione dello scandalo P2, continua ad apparire in contesti internazionali diversi, costringendo magistrati, investigatori e servizi segreti a verificare continuamente spostamenti, contatti e possibili relazioni. All'inizio c'è la richiesta italiana di accertare una eventuale presenza dell'ex "Venerabile Maestro" negli USA. Gli uffici FBI di New York, Washington e San Francisco vengono incaricati di controllare indirizzi, ambienti massonici, numeri telefonici e nominativi. Le verifiche producono pochi risultati concreti. Negli anni successivi emergono nuove segnalazioni: in particolare una telefonata, di Gelli, al Dipartimento di Stato americano. Ma ogni volta il meccanismo porta al medesimo epilogo: l'archiviazione. Quando infine il nome del piduista compare, anni dopo, in alcune ricostruzioni relative all'omicidio del primo ministro svedese Olof Palme, l'atteggiamento dell'FBI resta prudente, per non dire scettico. Le carte americane fin qui note, insomma, forniscono informazioni interessanti, ma non risolutive. Non spiegano la P2, né la vicenda del Banco Ambrosiano. Mostrano però qualcosa di diverso: quanto fosse vasta l'ombra proiettata da un uomo che, a distanza di anni, continuava a comparire nei dossier di magistrature e apparati investigativi di mezzo mondo. Per approfondire (riservato agli abbonati) https://spazio70.com/media/documenti/licio-gelli-documenti-fbi/
Il rapporto tra Federico Umberto D’Amato e Carmine «Mino» Pecorelli appartiene a quelle vicende che non consentono conclusioni semplici, ma obbligano a riflettere con attenzione intorno a taluni meccanismi interni al potere nell’Italia repubblicana. Da una parte c’era D’Amato: uomo centrale dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, figura di lungo corso degli apparati, interlocutore di ministri, capi della Polizia, ambienti internazionali e settori delicatissimi dello Stato. Dall’altra Pecorelli: giornalista politico, direttore di OP, capace di muoversi lungo il confine tra notizia e dossier riservato. Negli ultimi mesi di vita di Pecorelli, assassinato a Roma il 20 marzo 1979, i due si videro 106 volte. Il giornalista incontrò più spesso soltanto l’avvocato Gregori, suo amico personale. È un dato che non spiega da solo la morte del direttore di OP, ma impedisce di considerare D’Amato una figura marginale nella rete di relazioni del giornalista. I contatti, del resto, venivano da lontano. Già alla fine degli anni Sessanta, durante la prima esperienza giornalistica di Pecorelli, compaiono figure riconducibili all’area dell’Ufficio Affari Riservati. Nella redazione di «Nuovo Mondo d'Oggi» erano presenti Nino Pulejo e Franco Simeoni, di fatto vicini all'allora capo dell’UAR. Proprio in questo contesto si consumò uno snodo significativo: una clamorosa inchiesta su padre Felix Morlion e l’università Pro Deo non solo venne bloccata, ma portò nei fatti alla chiusura di Nuovo Mondo d'Oggi. Anni dopo, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, D’Amato fu chiamato a parlare di Pecorelli. Lo fece con il linguaggio prudente di un uomo abituato a misurare ogni parola. Ammise di averlo visto «varie volte» nel proprio ufficio, di aver letto la sua agenzia e, quando la riteneva interessante, di averla trasmessa all’ufficio stampa del capo della Polizia. Nella versione di D’Amato, tutto rientrava nelle normali relazioni con la stampa: rapporti personali, chiarimenti, canali di comunicazione utili al Ministero dell’Interno. Ma la documentazione oggi disponibile restituisce un quadro più complesso. Pecorelli era stato oggetto di una nota critica redatta dallo stesso D’Amato. Il giornalista ne aveva poi ottenuto copia e lo aveva fatto capire al suo autore. Da quel momento, il rapporto tra i due sembra assumere una forma particolare: contatto diretto, scambio informativo, ma in un contesto di reciproca diffidenza. In questo quadro compare anche Licio Gelli. D’Amato riferì di averlo incontrato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Disse di avergli parlato degli attacchi provenienti da più ambienti: intelligence militare, stampa, magistratura. Tra i giornalisti che lo avevano colpito indicò proprio Pecorelli. D’Amato descrisse il legame tra Pecorelli e il capo della P2 come un rapporto di «odio-amore», attraversato da promesse di finanziamento, aspettative deluse, irritazione e dipendenza. Anche questo è un punto rilevante: Pecorelli non appare come un semplice terminale passivo di informazioni, ma come un soggetto autonomo, difficile da controllare, capace di utilizzare le proprie fonti e di entrare in relazione con ambienti diversi. È probabilmente qui che si trova il punto centrale di una vicenda che non va letta come una semplice frequentazione tra un giornalista e una fonte istituzionale. Il rapporto tra D'Amato e Pecorelli fu qualcosa di più significativo: un canale di comunicazione tra l’Osservatore Politico e i vertici dell’intelligence interna, fatto di utilità reciproca, prudenza, sospetto, informazioni, mezze ammissioni e, naturalmente, zone rimaste opache. Per approfondire (riservato agli abbonati) https://spazio70.com/anni-70/pecorelli-damato-rapporto-documenti/
Figura centrale e controversa dell’Argentina prima di Videla, Lanusse fu golpista, presidente de facto e promotore di una transizione controllata. La sua parabola racconta il confine fragile tra autoritarismo militare, legalità eccezionale e terrorismo di Stato [Contenuto riservato agli abbonati] https://spazio70.com/estero/raf-eta-ira-e-operazione-condor/alejandro-lanusse-e-largentina-prima-di-videla/
Tra il 1976 e il 1983, il caso dei cosiddetti «giornalisti-spia» attraversa inchieste, processi e reticenze. Una vicenda emblematica dell’Italia degli anni Settanta, ricostruita oggi attraverso le poche carte rimaste e la documentazione conservata negli archivi [Contenuto riservato agli abbonati] https://spazio70.com/anni-70/giornalisti-spia-servizi-segreti-italia-1976-1983/
Tra fonti diplomatiche, interviste, documenti desecretati e dichiarazioni pubbliche, il dossier che qui proponiamo segue la lunga parabola di Pieczenik: dall’apparato statunitense di gestione delle crisi al ruolo nel caso Moro, fino alla successiva costruzione del personaggio pubblico Contenuto riservato agli abbonati https://spazio70.com/media/inchieste/steve-pieczenik-moro-intelligence-guerra-psicologica/
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