ἄσκησις • áskēsis
СтатистикаCanale dedicato alle tradizioni spirituali tra Oriente e Occidente, l'esoterismo come aspetto spirituale del mondo, l'ascenso, il furor poetico, la filosofia come trascendimento dell'illusione che pervade l'esistente.
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E vedrai il tuo credere e 'l mio dire nel vero farsi come centro in tondo. Dante, Divina Commedia, Paradiso, XIII, 50-51
Nam quod omnes paene deos, dumtaxat qui sub caelo sunt, ad solem referunt, non vana superstitio sed ratio divina commendat. Si enim sol, ut veteribus placuit, dux et moderator est luminum reliquorum, et solus stellis errantibus praestat, ipsarum vero stellarum cursus ordinem rerum humanarum, ut quibusdam videtur, pro potestate disponunt, ut Plotino constat placuisse, significant: necesse est ut solem, qui moderatur nostra moderantes, omnium quae circa nos geruntur fateamur auctorem. Et sicut Maro, cum de una Iunone diceret: Quo numine laeso, ostendit unius dei effectus varios pro variis censendos esse numinibus, ita diversae virtutes solis nomina dis dederunt: unde ἓν τὸ πᾶν sapientum principes prodiderunt. Virtutem igitur solis quae divinationi curationique praeest Apollinem vocaverunt: quae sermonis auctor est Mercurii nomen accepit. Non è vana superstizione quella che fa [...] ricondurre al Sole tutti gli dèi, o per lo meno quelli celesti, ma divina saggezza. Se il Sole, secondo l'opinione degli antichi, regge e governa tutti gli altri astri, e presiede esso solo al movimento dei pianeti, e se è vero che le stelle con le loro orbite regolano, come taluni ritengono, l'ordine degli eventi umani, o, secondo la teoria di Plotino, lo preannunciano, dobbiamo necessariamente considerare il Sole, in quanto governa i governatori del nostro destino, come origine di tutto ciò che accade intorno a noi. E come Virgilio Marone dicendo a proposito della sola Giunone "per quale suo nome offeso", intese significare che le varie manifestazioni di un solo dio si devono considerare come altrettante divinità, così le diverse proprietà del Sole diedero origine a nomi degli dèi. Di qui i primi sapienti proclamarono il principio hèn tò pan ("il tutto è unico"). Dunque chiamarono Apollo la proprietà divinatrice e curatrice del Sole, mentre quella che presiede al linguaggio ricevette il nome di Mercurio. Macrobio, Saturnali I, 17, 2-5
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Eratostene di Cirene, Epitome dei Catasterismi
Leone Tra i nomi del Leone (shima) nell'astrologia indiana, vi è quello di hari «il fulvo» e mrigarāja, «principe degli animali», ovvero dei segni dello zodiaco. Ovunque l'animale è simbolo del potere regale e della forza. Statue di leone sorvegliavano le tombe degli antichi Egizi e i palazzi e le porte dei templi degli Assiri. È nel Buddhismo simbolo del coraggio, della nobiltà, della costanza ed annuncia la buona sorte. Non solo di coraggio, ma anche di giustizia e di sapienza: mangiare il cuore del leone dà coraggio, ma rende altresì saggio lo sciocco. È segno di forza, di comando, di predominio; se l'Ariete non è soggiogabile, il Leone rifiuta il giogo; se il servo fugge quando sorge il Leone o la Luna è in esso, il padrone non riuscirà a raggiungerlo se non dopo ritardi e grandi difficoltà ovvero non tornerà affatto. I segni del trigono dell'Ariete sono detti sovrani, atti al comando: «Tali infatti sono le stelle del Sole e di Giove, che comandano sulle altre», stelle che in questi segni signoreggiano la triplicità. Ma il Leone, in particolare, riceve l'appellativo di imperiosum, è domicilio del Sole, è segno regale, regalità ove il potere e il comando sono concepiti come guida: comandare (árchein), nel senso di condurre e di mostrare il cammino e ancora: «prendere l'iniziativa», «agire per primo». In questo senso si devono intendere gli appellativi di segno pubblico e politico che il Leone condivide con i segni tropici ed equinoziali, la Bilancia in particolare. Se questi ultimi designano l'amministrare, il dirigere, il regolare, il governare, il reggere i pubblici affari, nel Leone vi è l'idea del guidare, che è insegnare la via precedendo nel cammino, e di menare, farsi seguire, trarre a sé. Nel Leone vi è quindi l'idea dell'insegnamento e dell'impero. Giuseppe Bezza, Le dimore celesti
Il Sole ad honor l'huomo et gloria sprona Et d'ogni leggiadria si dilecta Di sapienza porta la corona et di religion produce secta Sphaerae coelestis et planetarum descriptio (1470)
Il primo amico e il primo nemico Come mi scrive un amico scienziato che ama riflettere, l’evento fondamentale nella storia del vivente è stato la comparsa di un microrganismo capace di provare dolore. Questa tesi va ovviamente precisata, premettendo – o aggiungendo – a «dolore» «piacere». Se mettiamo in relazione questa fondamentale capacità del vivente con quanto Aristotele scrive sulla percezione della sensazione di esistere («sentire che viviamo è di per sé dolce, perché la vita è un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene»), possiamo allora dire che la forma primordiale della capacità di provare piacere o dolore si riferisce al fatto stesso di esistere, al sentirsi vivere. Alla sensazione della dolcezza del vivere corrisponde, infatti, quella, simmetricamente opposta, in cui per qualche ragione ¬– o persino senz’alcuna ragione apparente – sentirsi vivere è doloroso. La frase di Aristotele che abbiamo citato fa parte del trattato sull’amicizia che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Dopo aver definito la dolcezza della sensazione di vivere, Aristotele aggiunge che la stessa dolcezza la proviamo per l’esistenza dell’amico e l’amicizia è questo con-sentire (synasthanesthai) (al)l’esistenza di un altro uomo, che diventa per questo un “altro me stesso” (heteros autos). Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro; e l’amicizia è l’istanza di questo con-sentire (al)l’esistenza dell’amico nel sentimento stesso dell’esistenza propria. Sarà allora possibile svolgere questa tesi in relazione all’altra polarità della sensazione di esistere, in cui questa appare non più gioiosa, ma dolorosa. Al con-sentire (al)l’esistenza dell’amico corrisponderà ora il con-sentire (al)l’esistenza del nemico. E se la coppia amico-nemico definisce secondo Schmitt la politica, allora a fondamento della politica stanno il piacere e il dolore che definiscono la sensazione umana di esistere e il con-sentimento dell’esistenza dell’altro ad essa inerente. Amicizia e inimicizia, amore e odio, il philein del philos e l’echthairo dell’echthros non rimandano a una dottrina degli affetti, ma sono innanzitutto due fondamentali categorie ontologico-politiche. Se percepiamo la sensazione di vivere come dolce, allora siamo nell’amicizia e nella pace, se la percepiamo invece come odiosa, cadiamo nella guerra e nell’inimicizia. Ancora una volta, alla base della nostra relazione con gli altri sta il rapporto con noi stessi, il modo in cui con-sentiamo (al)la nostra esistenza determina il modo in cui ci situiamo nel mondo. Il primo amico e il primo nemico siamo noi stessi. 17 luglio 2026 Giorgio Agamben
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Nicola Cospito, Wandervögel, la rivolta di una generazione
Noi andiamo per il vasto mondo Chiaro si innalza il nostro canto nel mattino Chi vuole viene con noi Se la bufera incalza, se scroscia la pioggia Noi andiamo verso paesi lontani Se la bufera incalza, se scroscia la pioggia Noi andiamo nel sole e nel vento. Nicola Cospito, Wandervögel, la rivolta di una generazione
妙道虛玄不可思議; 忘言得旨端可悟明。 故世尊分座於多子塔前, 拈華於靈山會上。 似火與火,以心印心。 Il meraviglioso percorso è profondamente misterioso e incommensurabile; dimenticando le parole se ne comprende la dottrina incomunicabile e ci si può quindi risvegliare alla luce. Per questo motivo Colui che è dal mondo intero venerato ha condiviso il suo seggio di fronte al Santuario dei Molti Figli e ha tenuto un fiore tra le dita di fronte all’assemblea riunita sul Monte dell’Avvoltoio. Come il fuoco produce il fuoco, così la mente è il sigillo della mente. Huìnéng 慧能, Sūtra dal soglio del sesto patriarca (Liùzŭ tánjīng 六祖壇經)
Oṃ è un’apertura. Il giorno in cui dicesti ‘sì’ e decidesti di venire a Wutaishan, quel suono Oṃ era già risuonato. Non lo recitasti tu, né lo emise qualcun altro: risuonò da sé, come un’apertura alla sapienza di Mañjuśrī. Oṃ è la tua apertura interiore alla tua stessa vera natura. La ‘vera natura’ è anche chiamata ‘natura originaria’ e ‘volto originario’. È la medesima consapevolezza cosciente di sé, ossia pura consapevolezza di sé. Ogni persona, per tutta la vita, gira intorno a un centro. Intorno al denaro, alla fama, all’amore, alla paura, intorno a qualunque cosa sia, senza mai fermarsi. Questo è ciò che potremmo definire ‘saṃsāra della vita quotidiana’. Lo stūpa è il simbolo del vero asse della vita, il riflesso del nostro asse interiore. Oṃ simboleggia il riconoscimento di questo asse. La nostra vita dovrebbe ruotare intorno alla consapevolezza del nostro asse interiore, che è la sorgente della luce. La nostra vera natura dovrebbe essere l’asse della nostra vita. Non è un riflesso, come lo è lo stūpa esteriore: è la luce stessa. Se vediamo lo stūpa è perché la nostra luce risplende su di esso. Non continuare a guardare lo stūpa. La luce non arriva dallo stūpa. Vedi da dove arriva la luce, dov’è la sorgente della luce. Quello è il tuo volto originario. Riconosci chi illumina, chi risplende fin dal principio. Il pellegrinaggio a Wutaishan non è un ‘andare a cercare’; è un ‘andare a riconoscere’ la propria luce interiore, la propria vera natura. https://www.atiyoga.it/pellegrinaggio-a-wutaishan/