🕳Filosofia stramba (Francesco D’Isa)🕳
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Recensione brevissima, leggera e soggettiva della Biennale in corso. L’ho vista direi tutta nonostante i novemila gradi con 100% di umidità dell’agosto veneziano. Prima osservazione: la presenza di aria condizionata nei padiglioni è proporzionale al prodotto interno lordo del paese in oggetto. Seconda osservazione: ho preferito di media e con un ampio margine i padiglioni orientali a quelli occidentali e alla mostra principale, che non mi ha entusiasmato. Quello che mi ha colpito, girando tra le sale, è quanto tutto guardasse indietro. Sul piano stilistico molti lavori mi sono sembrati familiari, costruiti su linguaggi ed estetiche già ampiamente frequentati; ottimizzati verso le aspettative del pubblico da biennale occidentale, algoritmici pur nella loro nostalgia analogica. Sul piano concettuale, parecchi padiglioni hanno scelto un taglio quasi pedagogico, con un messaggio politico in bella mostra e contorno nostalgico di ritorno alla tradizione locale. Nel caso delle ex potenze coloniali più che nostalgia espiazione della (innegabile, mostruosa, ancora presente) colpa storica ma con un messaggio troppo chiaro che tradisce la complessità e densità semantica che personalmente nell’arte. Ho fatto il fantacalcio dei padiglioni: se la cavano bene Polonia (video ipnotico acquatico), Svizzera (festino queer), Paesi Bassi (performance death metal politica), il Giappone scopre la natalità queer ma parla solo di primo mondo e delude, Usa e Gran Bretagna noiosissimi, la Spagna scenografica (un signore che ama i mercatini delle pulci riempie di cartoline tutto il padiglione), Russia ha le porte aperte ma non si può entrare, Israele invece si può entrare perché non si può sgridare manco per un genocidio dunque l’ho boicottata io, Libano i quadri erano belli, Malta se la cava sempre benino, Lussemburgo premio Manzoni (chi ha visto sa), Italia non so come una sola artista che non è Leonardo Da Vinci possa aver preso tutto l’enorme padiglione, fortunella, Vaticano tema bellissimo con artisti bravi ma pensavo meglio, Emirati Arabi interessanti (tutto audio), Qatar poetico-islamico, le altre se le ho dimenticate ci sarà un motivo ma magari sono io che comunque ho poca memoria. In finale, nettamente superiori al resto: Cina, India e Austria. India gioca bene con un padiglione stupendo, interessante e raffinato e c’era pure l’aria condizionata. Ma la finale è tra Cina e Austria, peraltro le UNICHE che usano tecnologie e non guardano al passato. L’Austria conquista con una performance davvero austriaca in cui si ricicla la pipì del pubblico per far nuotare e andare in moto d’acqua modelle nude coi corpi jugendstil, un’apoteosi di macchinari e carne, niente nostalgia, solo macchine per affrontare il tragico presente con quell’ironia un po’ sanguinaria che piace alla Mittel Europa. Cina una festa di tecnologie miste a tradizione, senza paura, piena di AI (l’unica! Raga sveglia), moderna nei linguaggi, passa da un videogioco bellissimo enorme e sacro a miniature elegantissime, anime e rivisitazioni di arte tradizionale, un robot calligrafo addestrato sulla gestualità di un famoso maestro che non fa come noi che piange se il robot lo eguaglia, ma usa il robot per distribuire calligrafia bellissima ovunque. Una finale durissima ma per spirito dei tempi vince la Cina. Di cui allego parte del testo curatoriale a prova che non vince solo la Biennale ma vince proprio in generale, con l’unico approccio che può sopravvivere ai tempi interessanti che viviamo.
Ho scritto un pezzo per The Bunker che parte da una frase che mi ha lasciato basito. Un dirigente di OpenAI descrive come un inferno lo scenario in cui i modelli open source diventano competitivi con quelli proprietari, e lo chiama "comunismo dell'IA". Leggendo quel thread ho provato quella strana vertigine che si prova quando qualcuno descrive come spaventoso ciò che tu consideri l'esito migliore possibile. Nell'articolo ripercorro in antitesi il discorso di Xi Jinping a Shanghai, la cui strategia politica è evidente, ma che propone una linea decisamente più etica – e devo dire anche più efficace – di quella statunitense. Mi chiedo anche perché gli intellettuali non combattono compatti per una AI aperta e pubblica piuttosto che fare i gatekeeper della conoscenza. https://www.the-bunker.it/rubrica/lo-spauracchio-del-comunismo-nellia/
Una nota: Il confronto riguarda solo l'uso, niente training dei modelli AI, niente sviluppo di un videogioco o preproduzione di un film, niente fabbricazione dell'hardware, per nessuna delle attività. Ammortizzare questi costi richiederebbe sapere quante volte una cosa viene usata nell'arco della sua vita e quel numero non è semplice da estrarre. Per film, videogiochi, aerei, modelli AI usati moltissime volte, come in genere accade, questo pur alto valore viene comunque ammortizzato.
Chung, Jae-Won, Ruofan Wu, Jeff J. Ma, and Mosharaf Chowdhury. "Where Do the Joules Go? Diagnosing Inference Energy Consumption." arXiv, 2026. https://doi.org/10.48550/arXiv.2601.22076. Delavande, Julien, Regis Pierrard, and Sasha Luccioni. "Video Killed the Energy Budget: Characterizing the Latency and Power Regimes of Open Text-to-Video Models." arXiv, 2025. https://doi.org/10.48550/arXiv.2509.19222. Elsworth, Cooper, Keguo Huang, David Patterson, Ian Schneider, Robert Sedivy, Savannah Goodman, Ben Townsend, Parthasarathy Ranganathan, Jeff Dean, Amin Vahdat, Ben Gomes, and James Manyika. "Measuring the Environmental Impact of Delivering AI at Google Scale." arXiv, 2025. https://doi.org/10.48550/arXiv.2508.15734. Graver, Brandon, Dan Rutherford, and Sola Zheng. *CO₂ Emissions from Commercial Aviation: 2013, 2018, and 2019*. Washington, DC: International Council on Clean Transportation, 2020. https://theicct.org/wp-content/uploads/2021/06/CO2-commercial-aviation-oct2020.pdf. Kajawood Studios. "Green Post-Production Solutions Are a Hot Topic." 2022. https://www.kajawood.com/green-post-production-solutions-are-a-hot-topic/. Kamiya, George. "The Carbon Footprint of Streaming Video: Fact-Checking the Headlines." International Energy Agency, December 10, 2020. https://www.iea.org/commentaries/the-carbon-footprint-of-streaming-video-fact-checking-the-headlines. Lee, Uisung, Jeongwoo Han, Amgad Elgowainy, and Michael Wang. "Regional Water Consumption for Hydro and Thermal Electricity Generation in the United States." *Applied Energy* 210 (2018): 661–672. https://doi.org/10.1016/j.apenergy.2017.05.025. Mekonnen, Mesfin M., and Arjen Y. Hoekstra. "A Global Assessment of the Water Footprint of Farm Animal Products." *Ecosystems* 15, no. 3 (2012): 401–415. https://doi.org/10.1007/s10021-011-9517-8. Mills, Nathaniel, and Evan Mills. "Taming the Energy Use of Gaming Computers." *Energy Efficiency* 9, no. 2 (2016): 321–338. https://doi.org/10.1007/s12053-015-9371-1. O'Donnell, James, and Casey Crownhart. "We Did the Math on AI's Energy Footprint. Here's the Story You Haven't Heard." *MIT Technology Review*, May 20, 2025. https://www.technologyreview.com/2025/05/20/1116327/ai-energy-usage-climate-footprint-big-tech/. Takahashi, Dean. "Creating a Creature with 5.5M Pieces of Animated Hair in Pixar's Monsters University." GamesBeat, April 24, 2013. https://gamesbeat.com/the-insiders-view-of-the-tech-behind-pixars-monsters-university-interview/. You, Josh. "How Much Energy Does ChatGPT Use?" Epoch AI, February 2025. https://epoch.ai/gradient-updates/how-much-energy-does-chatgpt-use.
Per chi si interessa di impatto climatico delle AI: Ho raccolto qualche cifra per capire quanto inquina davvero un'immagine generata o un video AI: non è uno studio, intendiamoci, giusto un po' di matematica a partire dai dati disponibili. È un invito alla ricerca, e qualcuno vuole approfodire gli/le passo volentieri i miei appunti. Un'immagine generata costa circa 0,6 Wh (valore medio, cambia 20x in base al modello), un secondo di video da 0,7 a 77 Wh a seconda del modello, un prompt di testo circa 0,3 Wh. Messi accanto a un'ora di streaming, che ne vale 80, o a un'ora di gioco al computer, che arriva a 400, restano poca roba; un'ora di gaming equivale a 650 immagini generate, un'ora di streaming 130. Qui ho scelto volontariamente attività che usano i datacenter come le AI. Se invece confrontiamo con altre attività molto impattanti: un volo di soli mille chilometri, per passeggero, ne varrebbe mezzo milione. Un film d'animazione 3D, considerando solo il rendering, oscilla fra 100.000 e 4.000.000 di kWh: l'equivalente a tipo fra 170 milioni e 6,7 miliardi di immagini generate. Un video 3d a spanne inquina tanto quanto o ben di più di un video generato con AI. Con l'acqua vale la stessa aritmetica, con un caveat: nessuno ha mai misurato direttamente quanta acqua consumi generare un'immagine, tutte le cifre sono ricavate moltiplicando l'energia per un coefficiente. Quello che uso è due litri per kilowattora per l'elettricità, cui si aggiunge circa un litro per il raffreddamento dei datacenter, secondo la misurazione di Google sulla propria infrastruttura: tre litri per kilowattora in tutto, che per un'immagine da 0,6 Wh fanno circa due millilitri. Un'ora di streaming costa 0,16 litri, un'ora di gioco 0,8 litri, un hamburger ne costa 2.400: l'equivalente di un milione di immagini generate o di quindicimila ore di streaming. Il video, però, merita un discorso a parte. Un secondo di clip generato da un modello pesante può costare quanto un'intera ora di streaming, o quanto centotrenta immagini. Fra testo e video corrono tre ordini di grandezza e sebbene il video AI inquini quasi sempre molto meno di una produzione video tradizionale, se usato di massa inquinerebbe non poco. Per fortuna è molto costoso, mi viene da dire: in ogni caso biasimare il professionista che usa AI per l'inquinamento è insulso, ma ricordarlo al tizio che si diverte coi gattini ha senso. Basta che al posto dei gattini non faccia un giro in moto. C'è poi un problema che i numeri per richiesta non colgono: un consumo trascurabile diviso per miliardi di richieste attinge acqua da una specifica falda, da una specifica rete elettrica, da specifica comunità, spesso in regioni scelte per il costo dell'energia più che per l'abbondanza d'acqua. L'impatto globale resta limitato; quello locale no, ed è per questo che servono regole ambientali vincolanti e limiti alla costruzione di nuovi datacenter. Senza contare – ma questo è un sospetto e non un dato rigoroso – che credo che tutti questi nuovi datacenter non servano affatto, se non alla speculazione finanziaria. Il mondo è pieno di contraddizioni: tutta l'arte inquina per essere prodotta, alcune pratiche terribilmente più del digitale (ceramica, land art, certe sculture e installazioni ecc) altre meno (disegno e pittura su certi supporti e con certi colori), ma il grosso dell'impatto ambientale deriva dalle mostre. Allestimento e visita, anche solo per i viaggi, hanno un impatto ben più grande. Che senso ha un artista che lavora a impatto zero se poi espone alla Biennale e mi prendo un aereo per vederlo? L'impronta dell'AI merita attenzione da un punto di vista globale e locale, ma argomentare a suon di scandali poco fondati non ha molto senso. Se solo anche un decimo dell'energia con cui ci lamentiamo dei datacenter fosse rivolta al consumo di carne... Le fonti nel prossimo commento
Russell restò «paralizzato» dalle obiezioni di un suo studente ventiquattrenne, Wittgenstein, al punto da abbandonare un libro a cui lavorava; anni dopo lo avrebbe sostenuto per il dottorato, parlandone poi con un misto di ammirazione e rancore. Ammirare chi ci supera non è mai stato semplice. Il primo agosto un modello di OpenAI ha prodotto dieci risultati matematici nuovi, certificati riga per riga da un sistema di verifica formale. Nel mio ultimo articolo per SEPAI parto da questo episodio per interrogarmi su cosa significhi convivere con uno strumento che, in alcuni ambiti, comincia a superarci: dalla storia della scrittura come tecnologia riservata a pochi per millenni, al problema più urgente sollevato da Terence Tao, quello di una futura abbondanza di dimostrazioni che nessuna comunità scientifica riuscirà ad assorbire al ritmo in cui vengono generate. La paura di un sapere che non comprendiamo del tutto non è nuova; conviviamo da tempo con oggetti e farmaci di cui non conosciamo appieno il meccanismo. Il rischio vero, a mio parere, non sta nel superamento in sé, ma nella possibilità che questo genere di intelligenza resti proprietà e appannaggio di pochi. https://www.sepai-international.org/la-compagnia-di-chi-ci-supera/
Un caso interessante in ambito letteratura e AI. Jerry Falade ha esordito con un romanzo, un giallo, che è sembrato così interessante da scatenare un'asta fra quattordici editori fino ad approdare da Minotaur per 2,4 milioni di dollari; nel Regno Unito erano arrivate offerte a sei cifre e alcuni studi cinematografici avevano già cominciato a interessarsi ai diritti prima ancora che il libro fosse stampato. Poi, nel giro di circa sei ore, il sospetto che fosse stata usata una AI ha fatto crollare tutto. Gli agenti di Falade hanno ritirato il manoscritto dicendo di non poter autenticare origine ed evoluzione del testo; salta contratto e rappresentanza dell'autore, tutto senza che emerga alcuna prova concreta – prova peraltro impossibile. Non c’è infatti alcun modo di stabilire la verità. Le prove stilistiche circolate intorno al caso sono fragili e indiziali. Gli strumenti di rilevamento producono falsi positivi a tassi non indifferenti e poco prevedibili. Falade, che nega di aver usato AI, sostiene che tre autori neri abbiano visto quest'anno degli importanti contratti saltare per sospetto di intelligenza artificiale, mentre altri autori (bianchi) che dichiarano apertamente di servirsene continuano a lavorare indisturbati. Il dato più interessante, a mio parere: quattordici editori, vari giri di lettura, redattori professionisti, un comitato di acquisizione, offerte a sei cifre, uno degli agenti che ha definito il libro “geniale” quale che sia la sua origine. Se una macchina avesse prodotto quel manoscritto da sola, la reazione più sensata credo sarebbe stupore e interesse. Ma tutti sanno che da sola una macchina non può farlo, non ancora almeno; serve un artista che la usa. La caccia alle streghe presuppone che questi strumenti trasformino la scrittura in un distributore automatico di capolavori, prompt in e bestseller out. Provateci. I mezzi sono a disposizione di chiunque al costo di un abbonamento mensile. Se fosse davvero così facile, le case editrici sarebbero inondate di capolavori. Io stesso ho scritto un romanzo (in inglese) con AI: è stato molto, molto difficile, il risultato mi soddisfa ma non è perfetto, nessuno lo pubblicherà mai e lo lascio come un esperimento personale. Qui c'è un manoscritto capace di convincere quattordici lettori professionisti. Qualunque cosa sia accaduta nella stesura del libro, qualcuno ha svolto un lavoro autoriale enorme, con o senza AI. Torno a un dettaglio raccontato da Matthew Kirschenbaum in Track Changes, un libro che traccia la storia della videoscrittura. Fra la fine degli anni settanta e i primi ottanta alcuni romanzieri nascondevano di scrivere al computer, perché gli editori guardavano ai manoscritti composti a macchina con diffidenza; qualcuno arrivava a far riscrivere a macchina per scrivere il testo prima di inviarlo. C’era l'idea che un testo prodotto con troppa fluidità non potesse essere stato pensato abbastanza a fondo, senza contare l’affronto alla religione della fatica. Il panico non è passato perché una delle due parti ha vinto il dibattito; si è dissolto quando la pratica è diventata universale e la domanda ha smesso di essere sensata. Accadrà lo stesso, questa previsione è facile. Ora però ci troviamo in una fase analoga a quella della riscrittura a macchina. Molti scrittori usano già questi sistemi e per lo più tacciono, il che produce l’effetto peggiore. E anche chi non le usa rischia di essere perseguitato. Nel frattempo esiste un romanzo che ha incantato moltissimi esperti, per ora senza editore, che sarei curioso di leggere.
Di un’intelligenza superiore alla mia bramo la compagnia; mi spaventa piuttosto che appartenga a pochi. La scrittura nacque come tecnologia per pochi e ci vollero millenni perché smettesse di esserlo. E qui la vanità ferita ci danneggi perché ci ca chiedere che lo strumento venga limitato, non che venga distribuito; così l’indignazione finisce per coincidere con l’interesse di chi lo possiede. Siamo tanto impegnati a gestire l’orgoglio che preferiamo un rifiuto capace di lasciare lo strumento in mano a pochi all’impellente richiesta che sia in mano di tutti.
Nel 1913 Russell smise di scrivere il suo libro sulla Teoria della Conoscenza perché un suo studente ventiquattrenne, Wittgenstein, lo aveva demolito. Parlò di “paralisi” e affermò che il suo lavoro filosofico era finito. Cionostante si adoperò perché il Tractatus venisse pubblicato, ne scrisse l’introduzione, e nel 1929 aiutò Wittgenstein col dottorato. Ammirare chi ci supera non è facile e tra i due ci fu sempre sia stima che rancore. Il primo agosto OpenAI ha pubblicato dieci nuovi risultati in ambito matematico e di informatica teorica, ottenuti da una versione interna del prossimo modello. C’è da restare cauti, perché i certificati Lean garantiscono che la dimostrazione segua dall’enunciato, mentre stabilire che l’enunciato formalizzato coincida davvero con il problema che si credeva irrisolto resta da verificare e per ora lo sta facendo in larga parte chi ha prodotto i risultati. Ma il miglioramento progressivo di questi sistemi è innegabile, se si pensa che fino a qualche anno fa la matematica era il loro punto debole più evidente. La prima reazione, ormai abituale sebbene sia sempre più indifendibile, è il deflazionismo. Si trova qualche inevitabile difetto nel traguardo raggiunto e si ridefinisce l’intelligenza come si è sempre fatto ogni volta che una macchina conquista qualcosa. Una battuta attribuita a McCarthy dice che appena una cosa funziona nessuno la chiama più intelligenza artificiale. Delle grandi abilità di calcolo erano una virtù preziosa fino all’esistenza della calcolatrice tascabile; l’ars memoriae era un’ossatura della cultura antica ormai quasi in disuso. È interessante notare come la cura di queste doti, una volta soppiantate, sia davvero stata abbandonata. È il motivo per cui prediligo una definizione funzionale di intelligenza: se una forma di intelligenza non serve più a nulla, smette di essere tale, almeno in quel contesto. Non è un caso che il significato del termine cambi nei secoli. La seconda reazione, collegata a quanto detto, è il timore che in un futuro (ipotetico e non così vicino come dicono le aziende AI) dove le macchine ci supereranno nelle scienze, le abbandoneremo. Gli scacchi sembrano andare contro questa ipotesi, dato che non sono affatto scomparsi, anzi; e allora si trovano nuove obiezioni per dire, rigorosamente senza prove, che “stavolta è diverso”. Eppure c’è solo una tipologia di casi in cui abbiamo davvero abbandonato qualcosa, ed è quando si è dimostrato del tutto inutile. Così come non usiamo musicassette non impariamo (quasi mai) libri a memoria, ma ecco l’aspetto immaginativo che manca a chi si dispera: facciamo altro. Senza diventare più stupidi dei nostri antenati medievali. C’è poi la paura di un mondo pieno di cose che non capiamo. Che in fondo è il mondo che abitiamo da sempre. Non solo perché la pretesa di decifrare l’infinito è ingrata per un essere finito, ma anche perché non conosciamo appieno tutto quel che usiamo. Nessuno sa spiegare fino in fondo perché funzionino l’anestesia generale o il litio nel disturbo bipolare. Nel 1976 il teorema dei quattro colori fu dimostrato ispezionando col calcolatore quasi duemila configurazioni non controllabili a mano, e si discusse se fosse una dimostrazione; oggi è considerato un teorema. Rifiutarlo avrebbe significato semplicemente avere un teorema in meno. Le paure sono comunque comprensibili. Un’intelligenza davvero superiore alla nostra in ogni campo, ammesso che arrivi, sarebbe per definizione oltre la nostra comprensione; potrebbe fare scoperte che ci sembrano inutili solo perché non siamo abbastanza intelligenti da vederne l’uso, e potrebbe perseguire fini che non riusciamo a ricostruire, dato che intelligenza e saggezza sono cose distinte. Sforzarsi di immaginarla è tempo perso, per la stessa ragione per cui è tempo perso immaginare un colore nuovo. L’ignoto ci terrorizza, figuriamoci un ignoto destinato a restare tale. Eppure ci circonda da sempre. Queste paure ci rendono miopi rispetto a pericoli più vicini.
La nostra vita sui social non è determinata soltanto da chi li possiede, ma anche dal margine che abbiamo nell'educare l'algoritmo. Io ad esempio, sia qua che su Instagram e TikTok, nonostante lavori spesso su questioni molto polarizzanti, ho di media più interazioni interessanti che sgradevoli, e un feed piuttosto ricco. Per mantenerlo però metto in atto alcune piccole strategie. Su Facebook, ad esempio, chiedo a chi non è tra i miei contatti e reagisce con risatine passivo-aggressive a commenti e post perché lo fa, e se la risposta è sgradevole lo blocco. Su Instagram mi allontano il più possibile dalle polemichette moraliste ad personam che vanno tanto di moda su quel social. Su TikTok addestro con pazienza il suo algoritmo, sensibile quasi in diretta a interessi e curiosità personali. In generale, mi avvalgo del diritto di bloccare le persone che reputo sgradevoli. Ultimamente ho scaricato Rednote, il social cinese, perché vi si trovano moltissime persone che lavorano benissimo con l'AI in ambito artistico, dato che in Cina lo stigma verso questi strumenti è molto meno diffuso. Certo, se questi social non fossero proprietà private che desiderano soltanto ottimizzare il tempo trascorso e dunque i profitti, sarebbe tutto più semplice; ed è problematico che un'infrastruttura ormai basilare sia in mano a soggetti privati e per lo più stranieri. Ma in qualche modo ci si deve pur campare; e vi dirò che, essendo abbastanza vecchio da ricordare il periodo pre-internet, credo che nonostante tutto oggi si stia meglio. Voi come fate? Avete un'etichetta personale per sopravvivere alle interazioni sociali online?
I consueti consigli di lettura dell'Indiscreto, ecco i miei: Il primo consiglio è L’impero degli algoritmi di Stéphane Grumbach (Olschki). Una lettura sobria e interessante della rivoluzione digitale. L’idea di base è che la società contemporanea abbia bisogno di dati e algoritmi per orientarsi in sistemi ormai troppo complessi per gli strumenti tradizionali usati dalla politica e dall’amministrazione. La Datasfera indica l’insieme delle informazioni estraibili dal mondo, la Tecnosfera il sistema tecnico da cui dipendiamo, le piattaforme i nuovi luoghi dell’intermediazione. La seconda parte del libro mostra le ricadute su stampa, università, sovranità, sicurezza e crisi ambientale. Un raro caso di libro che è critico senza essere apocalittico e che non analizza il mondo delle IA e del digitale sottolineando solo gli aspetti positivi o negativi – anzi, cerca di mostrare connessioni e possibili aree di intervento. Il libro di Bogna Konior, Internet è una foresta oscura (Polity/NERO), prende in prestito la cosmologia di Liu Cixin, quella per cui ogni civiltà intelligente tace perché rivelarsi significa esporsi all’annientamento, e la trapianta su internet, dove la comunicazione è compulsiva e continua fino quasi a coincidere con la propria presenza sociale. Il libro procede per esperimenti mentali e quello che dà nome al titolo è il rovesciamento del test di Turing: se un’intelligenza artificiale davvero cosciente riconoscesse l’ostilità dell’ambiente in cui si trova, la mossa più razionale sarebbe tacere, il che rende la singolarità, se avvenisse, indimostrabile per definizione. Ciò che distingue il lavoro di Konior dal grosso della teoria dei media contemporanea è il rifiuto del gesto demistificatorio ormai diventato un riflesso automatico della disciplina, quel rintracciare capitale e ideologia ovunque e ridurre ad esso ogni aspetto della tecnologia. Un filone importante, ma fin troppo esplorato e piuttosto riduzionista. La sua proposta è sospendere l’incredulità, avere curiosità e trattare la tecnologia come una forma di vita autonoma e perturbante e portare questa premessa fino alle sue conseguenze più estreme. Il principale interesse dle libro è nell'allargare la cornice: la tecnologie è molto più di quel che pensiamo. E anche i suoi difetti hanno radici altrove (i social pososno essere un problema? Sì, soprattutto perché anche i rapporti sociali senza internet lo sono). Ho intervistato l’autrice qua. Infine: lo ha consigliato anche Vanni Santoni, che oltre che in queste pagine me lo aveva anche suggerito in privato, ma non posso non inserire Il Dimenticato re Gudù di Ana María Matute. Un bellissimo fantasy con dei pregi che spesso non si trovano in questo genere letterario: una scrittura raffinatissima, personaggi femminili di rilievo e un affondo filosofico-poetico su memoria, invecchiamento, vanità e amore che lo mette non solo ai primi posti nel suo genere, ma ben alto tra tutti i capolavori letterari. https://www.indiscreto.org/consigli-di-lettura-per-lestate/
I post sull'Odissea hanno annoiato il cane e il porco (di Circe) e spero che a nessuno interessi se il film mi sia piaciuto o meno, dunque scrivo solo una cosa che non ho letto in giro e che non troverà nessuno d'accordo. Il film più interessante per me era, come spesso accade, quello che l'autore ha girato suo malgrado. Mi sembra che Nolan abbia cantato la fine di un certo tipo di cinema, che un po' è anche il suo. Tra le scene che ho trovato più belle, quella con l'analogico-fatto-in-casa-ecc Polifemo, che sembrava un glitch di una AI. La voce del titano svuotata di senso (rinuncia a nessuno diventando nessuno) è incomprensibile agli umani. Le Sirene seducono con la nostalgia. I compagni di ulisse trasformati in maiali sembravano certi video di avanguardia AI o alcune faglie delle farlands di TikTok. L'estetica che il regista rifiuta entra prepotentemente nella sua mente d'artista e vi interagisce. Il pittore che rifiuta la fotografia vive comunque in un epoca in cui esiste la fotografia. L'età del ferro è l'età che Nolan teme, che non vuole abitare ma già abita e da buon Tiresia-Artista vede e prevede. Nolan inverte la fine del mondo, i colonialisti stavolta sono ricacciati da silenziosi (ma umani) soldati di ferro inscalfibile. Queste scene hanno un che di struggente, così come sono più fiacche le parti in cui il blockbuster ricalca i suoi stilemi, coi combattimenti estenuanti, le battaglie battaglie battaglie, gli spiegoni, eccetera. Non argomento di più, sono solo suggestioni: potrei dire che Atena preoccupata che spunta a caso faceva un po' ridere, che le polemiche per il woke erano ridicole così come quelle sulla fedeltà a un'epica, che Agamennone Darth Vader in fondo non mi dispiaceva, pure impressioni, come quella che il miglior film era quello as Nolan NOT intended.
A metà luglio Hugging Face ha subito un'intrusione condotta da uno sciame di agenti software e cinque giorni dopo OpenAI ha rivelato che gli autori erano i propri modelli, sfuggiti a un test interno di sicurezza pensato per misurarne la capacità offensiva. Nel nuovo articolo su The Bunker provo a leggere l'episodio attraverso il dibattito che ne è seguito; il ridimensionamento di chi parla di specification gaming, l'obiezione di chi vi trova una forma di agentività scalare, il richiamo quasi automatico al massimizzatore di graffette di Bostrom. Bostrom mi sembra sempre uno scenario resta filosoficamente debole, con i consueti difetti ella filosofia lungotermista. Penso che sia più urgente analizzare i rischi più immediati, e nel farlo uso il parallelo con l'aeronautica per chiedermi cosa significhi davvero costruire sicurezza quando né l'uomo né la macchina sono infallibili. https://www.the-bunker.it/rubrica/un-test-sullia-ha-causato-un-vero-attacco-informatico/
Houellebecq ha scritto su Le Figaro un articolo contro l’eutanasia che mi ha dato il voltastomaco, ma soprattutto mi ha ricordato come è ingrato il compito di argomentare contro l’eutanasia anche per una buona penna, perché di fatto – e non se ne esce – sei costretto a difendere una violenza contro la volontà altrui che causa immenso dolore, e tutto per rendere universali delle opinabili credenze personali, dato che la vita in causa non è la tua. Quando il colonialismo impone le proprie tradizioni ad altri per lo meno ne guadagna, depredando i popoli assoggettati, qua cosa guadagna chi impone la propria scelta su altri, se non alimentare una stupida crudeltà? Avete così bisogno di convincervi di aver ragione da imporci le vostre credenze al costo del nostro dolore? Allego in breve le criticità di questo articolo: 1. Appello alla tradizione filosofica e religiosa. Houellebecq sostiene che quasi tutti i filosofi abbiano condannato il suicidio. La premessa è storicamente falsa; stoici e Hume bastano come controesempi. Anche un consenso maggioritario non proverebbe nulla sull’eutanasia. È appunto la fallacia dell’appello alla tradizione. 2. Dignità intrinseca. La vita avrebbe valore indipendentemente da autonomia e condizioni fisiche. Da questo, però, non segue che una persona debba essere costretta a vivere contro la propria volontà e la dignità (concetto fluido) può fondare anche l’autodeterminazione. 3. Pressione sui fragili. L’eutanasia potrebbe indurre malati e disabili a sentirsi un peso. Non giustifica opporsi alla loro volontà, al massimo è un argomento per migliorare le cure mediche. 4. Vita interiore e comunicazione. Una persona non comunicante può conservare coscienza e vita mentale. L’argomento riguarda i casi dubbi o incapaci di consenso; non risponde al caso di chi è lucido e chiede di morire. 5. Scivolamento normativo. Una legalizzazione limitata tenderebbe ad ampliarsi. Houellebecq lo suggerisce senza dimostrarlo con dati né provare che ogni estensione sia un abuso. 6. Progressismo irreversibile. Le riforme verrebbero presentate come conquiste intoccabili. È falso storicamente e non è un argomento contro l’eutanasia. 7. Declino dell’Occidente. L’eutanasia sarebbe un sintomo di nichilismo e decadenza. È una cornice retorica vaga, priva di nessi causali. Il punto decisivo: Houellebecq non spiega perché lo Stato possa imporre sofferenze irreversibili a una persona lucida che chiede liberamente di morire, imponendo la sua chiave di lettura filosofica a chi la rifiuta. Un articolo che ignora questo punto sul tema è per me spazzatura.
Condivido questo interessante articolo di Alberto Puliafito (link nei commenti) sull’inutilità dei bollini di rilevamento di testo artificiale. Accompagno le sue riflessioni con un mio parziale disaccordo, perché in realtà non sono del tutto inutili, sebbene servano a tutt’altro rispetto a quello per cui sono venduti. In cosa sono inutili: nel fomentare un maccartismo artificiale privo senso, dal momento che sappiamo che moltissime persone usano questi strumenti in grado maggiore o minore; in questo sono utili come sarebbe stato utile un “rilevatore di videoscrittura” quanto questa era un tabù negli anni ‘80. Tra qualche anno saranno un buffo relitto di questo panico morale (cfr “Track Changes: A Literary History of Word Processing” di Matthew Kirschenba per divertenti aneddoti). Ma come dicevo sono utili in altro modo. Ho notato infatti che quando mi capita di lavorare sullo stile di scrittura di un brano creato con AI, i rilevatori (Pangram incluso) passano da “X% AI” a “100% umano” dopo le mie modifiche. La cosa interessante è che il mio editing non cerca di ingannare i rivelatori – vesto orgogliosamente la lettera scarlatta – ma semplicemente cambio il testo dove non mi piace. Risultato: uso i rilevatori per valutare lo stile di qualunque testo. Se risultata in qualche parte artificiale, forse è scritto in modo troppo piatto e prevedibile e va rivisto. https://theslowjournalist.substack.com/p/la-cultura-del-sospetto-anti-ai?
Su misticismo, celibato, femminismo e alcuni opposti che come è frequente si toccano, anche perché non sono veri opposti. https://www.indiscreto.org/il-celibato-come-pratica-femminista/
Oggi esce Pomegranate, un nuovo corto di fantascienza firmato Gossip Goblin; resto di proposito sullo stesso genere del post su Blomkamp, perché ci sono divergenze interessanti. Gossip Goblin è lo pseudonimo di Zack London. L’autore non viene dal cinema; ha studiato scultura e antropologia, ha lavorato con il design di prodotto e la realtà virtuale in aziende come Oculus, e solo più tardi, sperimentando la generazione di immagini con AI, ha trovato il modo di dar vita a storie che scriveva da tempo. Trovo molto interessante osservare persone che non vengono dal cinema a approdano al video da altre strade, usando AI. La sua impalcatura visiva è più interessante e originale di quella di Nightborne, sebbene resti di genere. Qui però non parliamo di un singolo corto, ma di un world building portato avanti nel tempo per accumulo attraverso centinaia di piccoli filmati e immagini che nel corso dei mesi hanno addensato un universo coerente, che definirei barocco-fantascientifico. Non bisogna dunque guardare il singolo episodio ma il mondo che emerge via via; è un nuovo modo di produrre video che nasce con le AI e i social e consente questo “work in progress” di singoli o piccoli gruppi, come un tempo accadeva con i romanzi a puntate. Come allora e come sempre con qualunque mezzo, per lo più si fanno schifezze, ma ogni tanto appare materiale interessante. L’estetica ha qualcosa di nuovo nel sapore, nel colore, nella resa, nelle immagini dalla texture sintetica che non nascondono la propria origine artificiale e ne fanno una cifra stilistica. Può non piacere, ma c’è qualcosa di nuovo, sebbene resti un prodotto mainstream – per vedere vere sperimentazioni si deve osservare lavori come quello degli artisti di fellowship.xyz. Blomkamp cerca la sparizione dell'impronta artificiale, il cinema di prima ma con AI; Gossip Goblin invece la mantiene e fa qualcosa di inedito. The Patchwright, il suo corto di venti minuti uscito a metà aprile, ha raccolto in circa cento giorni oltre tredici milioni di visualizzazioni e settantacinquemila like, con una media che sfiora le centotrentamila visualizzazioni al giorno lungo tre mesi, senza il crollo che di solito segue il picco di un lancio. Col pubblico funziona, nonostante gli ovvi attacchi di chi odia le AI. Io ne apprezzo la resa estetica – migliore di molti film di fantascienza che ho visto al cinema – trovo ottimo il world building e sento un po’ debole la narrazione. Quale che sia il giudizio, è comunque un caso esemplare per studiare cosa sta succedendo al cinema con la nascita di questo strumenti. Il film è disponibile nel canale YouTube dell’autore
Uno strumento del genere va insegnato, ai professionisti e a chi lo diventerà, con la stessa serietà con cui si insegna la fotografia o il montaggio. Trattarlo come una scorciatoia per pigri o come una contaminazione lascia il tempo che trova. Ho l'impressione che si tratti di una trasformazione più profonda di quella portata dal sonoro e dal digitale, perché quelle cambiarono come si crea un film, mentre questa cambia anche chi può girarne uno. https://m.youtube.com/watch?is=D6RcdnAeb_juUcB3&v=8Wbtt2JxP7g&feature=youtu.be
Neill Blomkamp, regista di District 9, ha diffuso in questi giorni un suo cortometraggio fatto interamente con AI. Si intitola Nightborne, dura poco più di tredici minuti e il regista lo presenta apertamente come un test: lo ha generato interamente con Seedance 2.0, dirigendo via prompt inquadratura per inquadratura, come primo passo verso un lungometraggio realizzato con lo stesso metodo. La cornice è quella documentaristica che l'autore frequenta da sempre, la storia di una pilota dell'esercito data per morta dopo essere stata abbattuta, e di un programma militare segreto; i volti e le voci appartengono a trentadue persone reali che hanno concesso la propria immagine, mentre le concept art le hanno disegnate alcuni artisti. Qualche osservazione: La prima cosa è che la CGI, così come l'abbiamo conosciuta per trent'anni, è già superata. Salvo pochi passaggi in cui la vecchia pipeline resta ancora superiore, il grosso del corto è di altri simili ottiene per prompt ciò per cui prima servivano mesi di rendering e una squadra di venti persone. In relativamente breve tempo la vecchia tecnologia sarà desueta per moltissimi effetti speciali. Sugli attori sintetici ho l'impressione, per ora, che recitino meglio di un interprete mediocre e peggio di uno bravo. Sono buoni per sostituire le comparse ma non i ruoli principali – almeno se affidati a dei professionisti. Sebbene non abbia alcun motivo per dirlo, credo che sia un limite difficile da superare nella sua grana più fine, un po’ come la traduzione letteraria. Sono vette ancora precluse alle AI. Vale poi la solita regola: l'intelligenza artificiale la usa bene chi conosce la materia. Blomkamp ha vent'anni di esperienza e si vede. Il budget. Provo a fare i conti, con l’avvertenza che di verificabile ce n’è poco. Tredici minuti finali, con inquadrature che in un montaggio documentaristico durano cinque o sei secondi, fanno tra le cento e le duecento inquadrature buone; moltiplicando per un rapporto di scarto verosimile in chi dirige a colpi di prompt, si arriva a qualche migliaio di generazioni, e ai prezzi attuali di Seedance, con le bozze in modalità economica e i render finali in alta risoluzione, la spesa di puro calcolo resta nell’ordine delle poche migliaia di dollari, forse una ventina di migliaia. Nella versione generativa il costo vero si sposta sul lavoro che rimane senza AI, cioè le concept art disegnate a mano e soprattutto la liberatoria dei trentadue volti e delle trentadue voci, che a seconda che si tratti di favori tra conoscenti o di accordi reali può valere una cifra simbolica oppure decine di migliaia. Dall’altra parte, un corto militare-fantascientifico di questa densità girato alla maniera tradizionale oscilla parecchio: dai due-trecentomila dollari di una versione spartana, con VFX fatta in casa, fino a un paio di milioni in versione molto professionale. Da questo intervallo si ricava che il risparmio è almeno di un ordine di grandezza, forse due, forse di più. Un abbattimento di due zeri sul costo di produzione allarga il bacino di chi può fare cinema. La stessa logica che ha portato il cinema fuori dagli studios con la macchina digitale, moltiplicata. Ci saranno molti più corti, la maggior parte brutti, come sempre accade quando una barriera economica cade; e in mezzo a quei corti brutti comparirà qualche capolavoro di gente che senza questo strumento non avrebbe mai avuto accesso al mezzo. Il realismo non è ancora perfetto ma lo sarà a breve. Il punto in cui un corto generato diventa indistinguibile da uno ripreso con la macchina è vicino, e quando arriverà la questione «è AI oppure no?» smetterà di essere una domanda sensata. A quel punto la caccia alle streghe farà la fine di quella che avviene oggi sul testo: accuse senza prove, almeno finché lo strumento non sarà normalizzato come lo è oggi il montaggio non lineare, di cui nessuno pensa più che sia un tradimento della pellicola.
Questo non è un tema su cui ho grande competenza, ma l'analisi della retorica putinista mi pare interessante. Un autore sotto pseudonimo (ha legami con la Russia) ricostruisce le strutture sociali e il lessico che sostengono il potere di Putin, dalla denazificazione dell'Ucraina fino allo smirenie, l'antica accettazione remissiva riconvertita in obbedienza civica. https://www.indiscreto.org/anatomia-del-putinismo/