L2U Post e Lanci
СтатистикаCanale in cui verranno pubblicati il calendario dei lanci (nel messaggio fissato) e i post della pagina Facebook Link2Universe.
- Последний пост
- 4 окт. 2024 г.
- Последнее чтение
- 13 авг.
- Постов за неделю
- 0
- Всего постов
- 20
- Тип
- открытый
- Язык
- итальянский
- В каталоге с
- 13 авг.
- 1/24сутки в ленте
- —
- 1/48двое суток
- —
- 1/72трое суток
- —
Оценка по просмотрам недавних постов: пост набирает почти всё за первые сутки.
Посты
All'appello mancano 2 strumenti, piuttosto importanti per la missione HERA, e il cubesat Juventas. Planetary ALTimeter è un LIDAR e quindi serve per calcolare la distanza della sonda dall'asteroide, misurando il tempo di volo di un raggio laser a 1.5 micron, con un accuratezza di 0.5 metri. PALT aiuterà nella navigazione, dal fly-by alle operazioni di atterraggio (sì, a fine missione la sonda atterrerà su Didymos), e fornirà diversi dati scientifici. Aiuterà a raccogliere dati per lo sviluppo del modello della forma dell'asteroide e per la misurazione della massa (che consente di stimare la densità apparente), nonché per la determinazione della topografia della superficie. Con la High Gain Antenna verranno svolti esperimenti di Radio Science. Questi aiuteranno a determinare la massa del sistema binario, il campo gravitazionale e lo stato rotazionale. L'esperimento comprende le classiche misure radiometriche a terra tra Hera e le stazioni terrestri mediante un collegamento bidirezionale in banda X, le immagini di Didymos riprese dalle telecamere di bordo e il tracciamento radiometrico da satellite a satellite tra Hera e i cubesat. Quest'ultima misura, il cosiddetto Inter-satellite link (ISL), rappresenta un'aggiunta cruciale per la stima della gravità dei corpi a bassa gravità, sfruttando la vicinanza dei Cubesat al sistema. Il cubesat Juventas determinerà le caratteristiche geofisiche di Dimorphos. Il cubesat mapperà il campo gravitazionale e determinerà sia la struttura interna che le caratteristiche superficiali della luna. Per fare ciò avrà a bordo questi strumenti: - JuRa: un radar con risoluzione spaziale di 10-15 m. Sarà il primo strumento a analizzare le zone interne di un asteroide. - GRASS: un gravimetro, uno strumento per misurare l'intensità del campo gravitazionale. - Una camera - L'Inter-Satellite Link (ISL) - Accelerometri e giroscopi: Juventas atterrerà su Dimorphos e i suoi accelerometri permetteranno di misurare le proprietà di rimbalzo all'atterraggio, che forniranno informazioni preziose sulla risposta meccanica superficiale dell'asteroide in un ambiente a bassa gravità. [Missione HERA]
Anche l'astronomia ha i suoi Centauri: si tratta di oggetti che orbitano tra Giove e Nettuno. Inizialmente si sono formati oltre l'orbita di Nettuno, ma per influenze gravitazionali sono stati spostati internamente, e alcuni possono diventare comete a periodo corto. Sono "ibridi", come i centauri mitologici, nel senso che condividono caratteristiche con i trans-nettuniani e le comete a periodo corto. Poiché sono poco studiati e la loro composizione non è nota con accuratezza, un team ha deciso di osservare Centaur 29P con lo strumento del JWST NIRSpec. 29P è famoso per essere piuttosto attivo e la sua attività di emissione di gas (dovuta alla sublimazione dei ghiacci) è quasi-periodica. Il team ha scoperto un nuovo getto di CO e dei getti mai osservati di CO2, che posso fornire indizi sulla natura del nucleo del centauro. Non sono state rilevate tracce evidenti della presenza di vapori di acqua, che potrebbe essere legato alle temperature estremamente basse all'interno dell'oggetto. Basandosi sui dati, il team ha creato un modello 3D dei getti per capirne l'orientazione e l'origine. Hanno così scoperto che i getti sono emessi da diverse regioni del nucleo, anche se il JWST non può risolvere il nucleo stesso. La scoperta più solleticante è che gli angoli dei getti suggeriscono la possibilità che il nucleo sia un aggregato di oggetti distinti con diverse composizioni. Non sono da escludere altre spiegazioni. Rimane ancora molto da studiare. Il motivo per la periodicità delle "eruzioni" e i meccanismi di outgassing attraverso getti di CO e CO2 sono ancora la principale area di interesse per ulteriori indagini. Si potrebbe pensare che il meccanismo sia lo stesso delle comete, ovvero la sublimazione del ghiaccio d'acqua, ma i centauri sono troppo freddi. Il team spera di poter applicare le stesse tecniche ad altri centauri, man mano che aumenterà la comprensione di29P. Migliorando la conoscenza sui centauri, potremo migliorare la nostra comprensione della formazione e dell'evoluzione del Sistema Solare. [Comunicato stampa]
Tra pochi giorni (7 ottobre alle 16:52, ma la data potrebbe cambiare) inizierà la missione di HERA, contributo europeo alla missione congiunta con NASA (che ha operato DART) di difesa planetaria. HERA sarà diretta al sistema binario di Didymos e avrà l'obiettivo di misurare la grandezza e la morfologia del cratere generatosi e stimare la quantità di moto trasferita durante l'impatto così da misurare più accuratamente l'efficienza della deviazione. Analizzerà anche la nube di detriti, la evoluzione e quali sono le caratteristiche dell'ambiente circostante il sistema. In questo post vedremo alcuni degli strumenti a bordo e le caratteristiche del cubesat Milani. - Asteroid Framing Camera: camera che osserverà gli asteroidi in visibile con una risoluzione di 94.1cm/px a 10 km. - Thermal InfraRed Imager: camera che osserverà nell'infrarosso, tra 7 e 14 micron con 6 filtri differenti. - Hyperscout: camera iperspettrale che osserverà in 45 bande tra l'ottico e l'IR. Sarà fondamentale per indagare la composizione mineralogica e le strutture geologiche. Il cubesat Milani (dedicato ad Andrea Milani) dovrà mappare i due asteroidi, caratterizzare le superfici, misurare il campo gravitazionale degli asteroidi e determinare le caratteristiche della nube di polvere che dovrebbe circondare gli asteroidi. Per fare ciò avrà a bordo due strumenti: - ASPECT: camera iperspettrale che osserverà in 72 canali tra 0.5 e i 2.5 micron. - VISTA: un termogravimetro. Si tratta di uno strumento che misura la massa di un determinato campione mentre la temperatura di questo viene incrementata nel tempo. L'analisi termogravimetrica sarà indispensabile per individuare polvere (5-10 micron), volatili (gas o composti molto leggeri) e materiale organico. [Missione HERA]
Utilizzando il VLT di ESO si è scoperto un esopianeta che orbita la Stella di Barnard, la stella singola più vicina al Sole. A soli 6 anni luce da noi, la Stella di Barnard è il secondo sistema più vicino, dopo il sistema triplo di Alpha Centauri, e la stella singola più vicina. La scoperta di questo nuovo esopianeta arriva dopo 5 anni di osservazioni con il VLT. Il team era alla ricerca di segnali provenienti da possibili esopianeti all'interno della zona abitabile della Stella di Barnard. Le nane rosse come la Stella di Barnard sono spesso oggetto di studio da parte degli astronomi, poiché i pianeti rocciosi di piccola massa sono più facili da individuare rispetto a quelli attorno a stelle più grandi simili al Sole. Barnard b è 20 volte più vicino alla sua stella di quanto lo sia Mercurio con il Sole. Orbita la stella ogni 3.15 giorni terrestri e ha una temperatura superficiale di circa 125°C, troppo alta per permettere all'acqua di rimanere liquida. Per le osservazioni il team ha usato ESPRESSO, uno strumento all'avanguardia che misura le fluttuazioni del baricentro di una stella a causa degli strattoni gravitazionali che uno o più pianeti le tirano mentre orbitano. I risultati sono poi stati confermati dall'analisi dati di altri 4 strumenti. Oltre al pianeta confermato, il team ha trovato anche indizi di altri tre candidati esopianeti in orbita attorno alla stessa stella. Questi candidati, tuttavia, richiederanno ulteriori osservazioni con ESPRESSO per essere confermati. [Comunicato stampa]
Due anni fa la sonda DART si schiantava contro la luna Dimorphos dell'asteroide Didymos per verificare se fossimo in grado di deviare l'orbita di un asteroide. Circa un mese dopo, io ero ad Asiago a osservare il sistema per la mia tesi triennale! L'oggetto nella foto è il sistema asteroidale post impatto con una lunghissima cosa di polvere e detriti. Effettivamente DART è riuscita a spostare l'orbita della luna, riducendone il periodo di 32 minuti. Questo è quello che è stato misurato con dati spettroscopici raccolti in varie parti del mondo. Tra pochi giorni (7 ottobre alle 16:52, ma la data potrebbe cambiare), è la volta di HERA, missione dell'ESA che ha lo scopo di andare a studiare in loco le conseguenze dell'impatto. HERA è il contributo europeo a questa missione congiunta di difesa planetaria. Una volta giunta al sistema la sonda avrà l'obiettivo di misurare la grandezza e la morfologia del cratere generatosi e stimare la quantità di moto trasferita durante l'impatto così da misurare più accuratamente l'efficienza della deviazione. Analizzerà anche la nube di detriti, la evoluzione e quali sono le caratteristiche dell'ambiente circostante il sistema. HERA caratterizzerà nella sua interezza la composizione e le proprietà fisiche del sistema binario di asteroidi, comprese, per la prima volta, la sottosuperficie e le strutture interne. Eseguirà inoltre dimostrazioni tecnologiche legate alle operazioni in prossimità (navigazione autonoma) di un piccolo corpo e al dispiegamento e alla comunicazione con i due cubesat: Juventas e Milani. I dati raccolti dalla missione saranno cruciali per aiutare gli scienziati a comprendere meglio la composizione e le strutture dei sassi spaziali. A ridosso del lancio parleremo più nel dettaglio della sonda e dei suoi due compagni di esplorazione.
Sono stati annunciati i vincitori della competizione "Astronomy Photographer of the Year". Il vincitore assoluto è Ryan Imperio (USA) con "Distorted Shadows of the Moon’s Surface Created by an Annular Eclipse" che raffigura la progressione delle perle di Baily durante l'eclisse di sole anulare del 2023. Per la categoria "Aurore" abbiamo Larryn Rae dalla Nuova Zelanda, con un panorama composto da 19 foto di Queenstown illuminato dall'aurora australe nel febbraio 2023. Per "La nostra Luna" c'è Gabor Balzas dall'Ungheria. Ha immortalato Sinus Iridium - Bacino degli Arcobaleni, un cratere di 260 km di diametro circondato da crateri più piccoli. "Galassie": Bence Toth e Peter Feltoti, dall'Ungheria, hanno combinato le forze per realizzare il ritratto di NGC 5128 (Centaurus A), mettendo in evidenza lo spettacolare sistema di onde mareali che circonda il disco galattico, e il getto di radiazioni e particelle. La galassia è visibile solo nell'emisfero australe e quindi i due fotografi hanno viaggiato fino in Namibia. Per "Persone e Spazio", una foto che non stanca mai: la ISS che transita davanti al disco solare: a realizzarla, Tom Williams. A fare da contorno si possono notare diverse prominenze solari. Tom Williams ha vinto anche il premio "Pianeti, Comete e Asteroidi" con un trittico delle fasi di venere in falsi colori. UV e infrarosso per mettere in risalto l'intricata struttura delle nubi del pianeta. Per "Pesaggi celesti" Tom Rae ci mostra in tutta la loro bellezza la Valle Tasman e tutti i principali protagonisti del cielo dell'emisfero australe. "Stelle e Nebulose": È servito un lavoro di gruppo con componenti da tutto il mondo per realizzare questa immagine che vale 260 ore di esposizione totali, da tre continenti diversi. Il soggetto è un resto di supernova nella costellazione di Cassiopea, prima d'ora sconosciuto. Il "Premio Sir Patrick Moore per il Miglior Esordiente" va a due fotografi cinesi e alla loro Nebulosa Testa di Delfino. Daniel Borsari dall'Italia ha vinto il premio "Giovane Astrofotografo" con la Nebulosa California 🤙🏻 "Innovazione": immagine della Terra vista nell 16 bande monitorate da GOES-18. [Clicca qui per vedere tutte le foto] [Se voleste partecipare l'anno prossimo: Sito della competizione]
La sonda dell'ESA JUICE ha appena scoperto che la Terra è un pianeta abitabile! No, tranquilli, non siamo davanti al finalista per il premio annuale "Grazie Al Cazzo" della scienza, ma è un simpatico modo per dirci che la calibrazione degli strumenti della sonda diretta verso Giove, vanno a gonfie vele! Il passaggio ravvicinato del 20 agosto ha offerto al team di JUICE l'opportunità di testare e calibrare gli strumenti scientifici della sonda nello spazio, in preparazione per il suo arrivo intorno alle lune ghiacciate di Giove previsto per il 2031. Due strumenti in particolare il Moons and Jupiter Imaging Spectrometer (MAJIS) e il Submillimetre Wave Instrument (SWI) hanno raccolto dati che confermano l'abitabilità della Terra e quindi di riflesso certificano il loro buon funzionamento. MAJIS ha acquisito immagini a infrarossi della superficie terrestre, come quelle che vedete, rilevando molecole come ossigeno, ozono, anidride carbonica e acqua, e producendo mappe dettagliate della temperatura. Nel frattempo, SWI ha monitorato i segnali di centinaia di molecole nell'atmosfera terrestre, inclusi gli elementi CHNOPS (carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, fosforo e zolfo), componenti fondamentali della vita. Ovviamente, questi risultati non sono sorprendenti, ma dimostrano che MAJIS e SWI funzioneranno efficacemente su Giove, dove aiuteranno a indagare se le lune ghiacciate del pianeta potrebbero ospitare forme di vita, passate o presenti. [Fonte]
Un enorme asteroide potrebbe aver alterato permanentemente la luna gioviana Ganimede. Un nuovo studio suggerisce che l'impatto sia avvenuto circa 4 miliardi di anni fa. Le simulazioni numeriche prevedono un asteroide di circa 300 km, 20 volte più grande dell'asteroide che ha causato l'estinzione di massa del Cretaceo. Un impatto del genre sarebbe stato abbastanza potente da destabilizzare Ganimede e far oscillare la luna sul suo asse di rotazione. Il sasso spaziale ha probabilmente impattato a un angolo tra 60° e 90° di latitudine nord e ha prodotto un cratere con un diametro di 1400-1600 km. Le prove del riorientamento di Ganimede si troverebbero su tutta la superficie, che è segnata da estesi solchi, o anelli concentrici di avvallamenti che si pensa siano resti frammentati di bacini creati da impatti di asteroidi. L'analisi dei solchi superficiali suggerisce che l'impatto ha "ruotato" la luna in modo tale che ora il cratere di impatto è opposto a Giove (la luna è bloccata marealmente - rivolge sempre la stessa faccia al pianeta). L'impatto del sasso spaziale potrebbe aver rimosso completamente la superficie originale di Ganimede. L'impatto avrebbe influenzato in modo significativo la geologia e l'interno della luna, dove gli scienziati pensano ci sia un oceano di acqua salata. Purtroppo molte aree di Ganimede non sono state fotografate con sufficiente risoluzione, limitando il numero e la qualità delle informazioni che se ne possono ricavare. Per fortuna c'è la missione JUICE, di ESA, che si occuperà di studiare le lune ghiacciate di Giove e potrebbe aiutare a raccogliere più indizio su come l'impatto abbia alterato l'evoluzione della luna. JUICE arriverà al sistema gioviano nel 2031 e da dicembre 2034 si dedicherà allo studio di Ganimede per 9 mesi. Sarà la prima volta che una sonda orbiterà una luna che non sia quella della Terra e la sorvolerà tra i 200 e i 1000 km dalla superficie! [Lo studio]
Alieni? Un sottomarino nazista scomparso? I sopravvissuti del volo 815 della Oceanic? Possono essere mai queste, a rigor di logica, le spiegazioni per un suono pulsante proveniente da un altoparlante della capsula Starliner? No. È sempre utile richiamare alla memoria il principio metodologico del "rasoio di Occam". Quando si è di fronte a un problema e bisogna scegliere una soluzione/spiegazione, la metafora del rasoio rende evidente come sia opportuno eliminare le ipotesi più complicate. Ciò significa che, tra le varie spiegazioni possibili di un evento, bisogna scegliere quella più "semplice" intesa come quella che appare ragionevolmente vera senza ricercare un'inutile complicazione. Ovvio, proseguendo poi il ragionamento, data un'ipotesi plausibile, è inefficace appoggiarsi progressivamente a elaborazioni troppo semplici e parziali, perché ciò metterebbe a dura prova la solidità dell'ipotesi iniziale. Appurato che non è Jin-Soo a mandare questo segnale "simil radar", a cosa è dovuto il rumore che l'astronauta della NASA Butch Wilmore ha sentito all'interno della Starliner? Il feedback dell'altoparlante era il risultato di una configurazione audio tra la ISS e la capsula. Il sistema audio della stazione spaziale è complesso, in quanto consente l'interconnessione di più navicelle e moduli, ed è comune che si verifichino disturbi e feedback. NASA fa inoltre sapere che il disturbo non ha arrecato problemi tecnici alle operazioni della stazione, compreso lo sgancio senza equipaggio della Starliner dalla stazione non prima di venerdì 6 settembre. Credit: NASA https://www.ddinstagram.com/reel/C_dI6skuItV/
Per chi si fosse trovato a guardare il cielo stellato del nord Italia ieri sera, avrà notato una cosa molto particolare avvenuta intorno alle 21.30 e che potete vedere qui. Niente apocalisse, niente invasione aliena, ma "semplicemente" uno Starlink del 2021 che rientrava e bruciava in atmosfera. Nessun pericolo per le persone sotto la sua traiettoria, in quanto questo tipo di satelliti (e molti altri) sono progettati per bruciare in atmosfera in modo completo, senza porre rischio per la popolazione. Credit: Alexander Hens
Oggi, Copernicus Sentinel-2 ci regala questo meraviglioso scatto del vulcano Emi Koussi, immortalato il 27 novembre 2017. Ci troviamo sopra l’Africa occidentale, in particolare nel nord del Ciad, alla fine sud-est delle Montagne Tibesti. Emi Koussi, un imponente vulcano a scudo piroclastico, si staglia per 2,3 km sopra la pianura circostante. Con i suoi 3.500 metri, è la cima più elevata non solo del Ciad, ma dell’intero Sahara. I contrasti cromatici dell’immagine sono frutto dell’utilizzo del MultiSpectral Instrument (MSI) della missione Sentinel, che acquisisce immagini multispettro in 13 bande del visibile e infrarosso, facendo emergere la differente composizione minerale della roccia osservata: intorno al cono del vulcano, il colore verde rivela la presenza di lava antica, mentre l’arenaria nell’area circostante appare nei toni del rosso e del giallo. Sulla sommità di questo maestoso vulcano possono essere osservate caldere e depressioni, testimonianza dell’attività vulcanica passata che ha plasmato il suo profilo. Al momento, Emi Koussi è dormiente e non si ha memoria della sua ultima eruzione. Credits: ESA [Cristina]
Ormai il clima partecipa e vince ogni puntata dello "Show dei Record". È ancora un dato preliminare, ma poco importa. Il 21 luglio 2024 potrebbe essere stato il giorno più caldo mai registrato, con una temperatura media globale di 17.09° C, battendo il precedente "record" di 17.07° C del 6 giugno 2023. Il valore si basa sui dati di ERA5, un dataset globale prodotto dal Centro Europeo per le Previsioni Meteo a Medio-Termine (ECMWF) e il servizio di satelliti europeo Copernicus. Il dataset fornisce dati a partire dal 1940 per quanto riguarda la temperatura superficiale dell'aria. Questa corrisponde alla temperatura dell'aria a 2m sopra la superficie terrestre. Questa è l'altezza standard a cui viene misurata la temperatura dell'aria nelle stazioni meteorologiche. È importante distinguere questa temperatura da quella della superficie del suolo, che può essere misurata dal satellite. Le differenze tra le due temperature possono superare i 20°C a seconda dell'ora del giorno e delle condizioni meteorologiche. In ERA5, la temperatura a 2m viene prodotta utilizzando una tecnica di interpolazione ottimale (OI), che combina una previsione del modello a breve termine con le osservazioni delle stazioni di superficie. Una rianalisi viene prodotta combinando l'output di un modello di previsione meteorologica (modello IFS) con le osservazioni provenienti da tutto il mondo (comprese quelle dei satelliti, delle stazioni meteorologiche e di altri strumenti nell'atmosfera, negli oceani e sulla terraferma). Il risultato è un set di dati completo a livello globale e coerente nel tempo che copre più di 80 anni e che ci permette di valutare i cambiamenti a lungo termine del clima terrestre. Nell'immagine i dati si riferiscono alle anomalie, la differenza tra il dato e una media. In questo caso si fa riferimento al periodo 1921-2020, il periodo standard moderno utilizzato dalla World Meteorological Organization. Non c'è possibilità di discussione. I report annuali parlano chiaro e i dati giornalieri confermano ma a nessuno sembra interessare e chi dovrebbe non agisce per evitare il peggio. Credit: in foto I dati consultabili li trovate qui: https://pulse.climate.copernicus.eu/
Quattro immagini che uniscono la vista del Chandra X-ray Observatory e il JWST. In alto a sinistra, l'ammasso MACS J0416. Contiene centinaia se non migliaia di galassie legate gravitazionalmente. Lo spazio intragalattico è pervaso da gas caldo - plasma - che è visibile nei raggi X, la nube diffusa violetta. In ottico (grazie a Hubble) e infrarosso vediamo le singole galassie. In alto a destra, c'è una porzione della Nebulosa di Orione. Si trova a 1500 anni luce da noi ed è osservabile, anche con un piccolo telescopio, al centro dell'omonima costellazione, poco sotto le stelle della cintura. Chandra mostra le giovani stelle che brillano nei raggi X, colorate in rosso, verde e blu; mentre il JW mostra il gas e le poveri (in rosso scuro), che eventualmente collasseranno a formare nuove stelle. In basso a destra troviamo la regione di formazione stellare Rho Ophiuchi, a soli 390 anni luce dalla Terra. È un complesso sistema di nubi e stelle di diverse età di cui Chandra mette in risalto le stelle neonate che esplodono violentemente producendo raggi X (sempre in viola). Il JW, ancora una volta, grazie ai suoi sensori sensibili all'infrarosso, mostra le regioni di gas e polvere (che se provassimo a guardare con i nostri occhi, difficilmente riusciremmo a vederli così in dettaglio). Il tour si conclude in basso a sinistra con NGC3627. È una galassia a spirale, leggermente di taglio, con dei bracci di spirale ben strutturati, messi in risalto dal JWST e da Hubble, ed è possibile notare che è "barrata". Al centro si trova una regione bianco-viola evidenziata da Chandra. Si tratta del buco nero supermassiccio al centro della galassia. Solo combinando le osservazioni a diverse lunghezze d'onda riusciamo a cogliere tutti gli aspetti di questi complicatissimi sistemi, che solo all'apparenza sembrano in quiete. Su che argomenti, menzionati nel post (per favore no buchi neri), vorreste un approfondimento in un prossimo post? Credit: NASA/ESA/STScI/CXC/SAO
Ciao Ragazzi! La nostra Martina ha fatto una intervista/chiacchierata per il podcast "Cose molto Umane" di Giampiero Kesten! Si parla di allunaggi, razzi, missioni spaziali e un sacco di altre cose curiose! Link alla puntata: https://open.spotify.com/episode/5OOAYAFymMBKkgFA6D1z16?si=fLBncCUQSKeTfBk_hJnsPA
Crack! Succede a tutti di calpestare o di salire con una ruota su qualcosa che poi si è rotto. Una pozzanghera ghiacciata, dei rametti di legno, un bicchiere di plastica abbandonato sotto la ruota, il cellulare appena caduto... ok, quello si spera di no. Ma una roccia un po' fragile, beh, sì, può succedere anche quello. Ed è successo anche su Marte, al rover Curiosity, mentre esplorava il canale Gediz Vallis. Un bel crack! e si è rotta la roccia che affiorava sotto a una delle sue ruote. E che fai, non dai un'occhiata a quello che hai appena frantumato? Sorpresa! Come se avesse aperto un uovo di pasqua geologico, è apparso quello che era nascosto sotto la sua superficie: cristalli di zolfo! Curiosity si trova in un'area ricca di minerali che contengono proprio lo zolfo, tra cui soprattutto solfati di magnesio e di calcio. Sali come questi tendono a formarsi dove circola acqua, e il fatto che Curiosity ne abbia trovati nella loro forma cosiddetta "idrata", cioè legata a molecole d'acqua (per essere più tecnici, nella forma MgSO4‧nH2O), ci dà un suggerimento sul fatto che qua possa essercene stata. Si pensa cioè che queste siano evaporiti: in sostanza, c'era acqua, è andata persa, ma in piccola parte è rimasta legata ai minerali che si erano cristallizzati. Tra l'altro, non è l'unico indizio. Anche l'aspetto delle formazioni rocciose ci racconta storie di corsi d'acqua e colate detritiche, cioè blocchi e sabbia trascinati violentemente dall'acqua, non solo la mineralogia dell'area. E allora mi direte: se si sapeva già, che sorpresa è? Be', intanto guardate che belli, dai! E poi c'è una differenza: questi sono cristalli di zolfo puro, non solfati. Il perché siano in quella zona è ancora tutto da scoprire, e non vediamo l'ora. (Immagine: NASA/JPL-Caltech/MSSS. La larghezza della roccia frantumata è di circa 13 cm)
In questo giorno di 55 anni fa, alle 22:18 ora italiana, il modulo lunare LM-5 Eagle della missione Apollo 11 poggiava le sue quattro gambe sulla superficie lunare. Circa sei ore più tardi, Neil Armstrong e Buzz Aldrin diventeranno i primi due uomini a camminare sulla Luna. Dopo più di 21 ore sulla Luna, di cui due e mezza trascorse in EVA, i due ripartirono alla volta del modulo di comando Columbia per ricongiungersi con Michael Collins. La missione terminò il 24 luglio, con l'ammaraggio nell'Oceano Pacifico. Negli anni seguenti altre missioni Apollo furono un successo, portando il totale di uomini che camminarono sulla superficie lunare a 12. Nella foto, Buzz Aldrin ripreso da Neil Armstrong mentre esce dal portello del modulo lunare e si appresta a scendere sulla superficie lunare. Potete ripercorrere in "tempo reale" la missione: http://apolloinrealtime.org/11/ Credit: NASA
Come è intuibile dalla immagine di copertina, questo video mi ha portato alla follia. Da pochi minuti è uscito sul canale degli amici di SlimDogs un nuovo video de "La scienza di" dove analizziamo proprio lui, la nemesi di ogni appassionato di spazio: Armageddon. Stavolta non basta una bomba nucleare a salvare la mia sanità mentale, ma nonostante tutto proviamo ad analizzare scientificamente 3 aspetti del film (per farlo tutto non mi bastava la bile prodotta in 30 anni). Link: https://youtu.be/RyJnxdrpgcY
Questa è una foto astrofisica. Sì, del Sole e ci sono voluti 500 giorni di esposizione per generarla. Assurdo. Ma quello rappresentato è il flusso di neutrini solari. Ancora più assurdo ve'? L'immagini è un pretesto per parlare del problema dei neutrini solari. I neutrini sono particelle subatomiche che vengono prodotti durante le fasi si fusione nucleare nel sole e interagiscono molto debolmente con la materia. Ogni secondo, attraverso il vostro pollice, passano circa 100 miliardi di neutrini solari. Negli anni '60 abbiamo iniziato a studiare queste particelle. Solo 1/3-1/2 dei neutrini predetti dal Modello Standard dell'epoca venivano rivelati. Per risolvere il problema ci sono voluti 40 anni. In realtà già nel 1957 Bruno Pontecorvo aveva pubblicato una possibile soluzione, ma per diverse ragioni, tra cui il dover modificare il Modello Standard, la comunità scientifica esitò ad accettarla. La questione si chiuse a fine anni '90: oscillazioni del neutrino. Circa 2/3 dei neutrini solari cambiano il loro "sapore" durante il viaggio, arrivando come muoni o neutrini tau. L'evidenza che i neutrini cambiano tipologia è anche la prova che i neutrini hanno massa, una scoperta rivoluzionaria dal momento che il Modello Standard non la prevedeva. Per studiare queste particelle servono speciali enormi rivelatori e se ne sono costruiti diversi in varie parti del mondo. In particolare l'immagine di cui sopra è stata creata con i dati di Super-Kamiokande (Super-K) in Giappone. Anche il Sudbury Neutrino Observatory in Canada ha contribuito alla risoluzione del problema. Tra il 2002 e l 2015 4 persone legate a questi rivelatori sono state insignite del Premio Nobel per la Fisica. I neutrini possono fornirci informazioni dirette sul nucleo del Sole. Visto che interagiscono molto poco con la materia, all'interno del Sole riescono a muoversi più veloce della luce, quindi un neutrino arriva prima sulla Terra rispetto a un fotone prodotto nello stesso momento. Lo strumento Borexino in Italia ha così scoperto che il Sole produce la stessa quantità di energia che produceva 100mila anni fa.
Vi siete mai chiesti cosa vedrebbe una sorpresa di un ovetto kinder se avesse gli occhi? Questo! In questo caso la sorpresa era il piccolo YPSat che ci mostra cosa accade quando il fairing - l'ovetto kinder - dell'Ariane 6 si apre e lascia tutti quanti i satelliti a bordo esposti allo spazio, ben illuminati dal Sole. YPSat è un progetto dell'ESA che ha dato la possibilità a 30 giovani neoassunti dell'Agenzia Spaziale Europea di cimentarsi nella progettazione e costruzione di uno pseudo satellite, sperimentando l'ebrezza di costruire qualcosa di funzionante in tempi stretti e con poche risorse a disposizione. Credit: ESA-YPSat
"Un asteroide del diametro di qualche centinaio di metri potrebbe impattare la Terra fra 14 anni, con una probabilità del 72%. Come agiamo?" Iniziava circa così il testo della nuova esercitazione di difesa planetaria che la NASA istituisce ogni 2 anni. L’esercitazione consiste nel simulare un asteroide in rotta di collisione con la Terra. La simulazione ha un alto livello di realismo dalla traiettoria, alla scoperta, alle caratteristiche osservative, ecc. Quest'anno si è scelto un asteroide di un paio di centinaia di metri e con 14 anni di preavviso. Il punto di impatto non era conosciuto, rendendo necessaria la collaborazione internazionale, che era uno degli scopi principali di questa esercitazione. Queste simulazioni servono soprattutto per chi non si occupa quotidianamente di asteroidi, come le agenzie che gestiscono i disastri naturali o l'apparato statale in sé. Le procedure sono diverse da caso a caso, ma per esempio per evitare un impatto, conoscendo l'asteroide con largo anticipo, la tecnologia più testata è l'impattatore cinetico per deflettere l'asteroide, tecnologia testata con successo con la missione DART. Un'altra opzione, apprezzata dai bombaroli, sarebbe quella nucleare, soprattutto se l’oggetto fosse di grandi dimensioni ed il tempo a disposizione limitato. State tranquilli: impatti con asteroidi di grandi dimensioni sono rari. Ad esempio, oggetti in grado di fare danni a livello globale (diametro di almeno 1 km) colpiscono la Terra ogni 700 mila anni. Di questi ne abbiamo già scoperti almeno il 90%. Asteroidi di qualche metro raggiungono la Terra ogni paio di anni. Non sono pericolosi ma permettono di esercitarsi e dimostrare, come nel caso di 2024 BX1, che siamo in grado di prevedere il tempo e luogo di impatto.