War Room - Russia, Ucraina, NATO
СтатистикаUn tentativo di riflessione sugli aspetti MILITARI del conflitto, più qualche considerazione sparsa. I tifosi sono pregati di andare a tifare altrove.
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Bravi, ora glielo dobbiamo pure rimborsare.
Dall'organizzatrice: "Il concerto nasce dall’idea di proporre al pubblico un quadro variegato dell’eredità di Aleksandr Bašlačëv, figura poco nota al di fuori della Russia, ma estremamente rilevante nel contesto poetico e musicale degli anni Ottanta, e non solo. Ancora oggi, i suoi testi risuonano attraverso discussioni e interpretazioni. In particolare, Sara Manzi, ideatrice del festival, realizzato con l’organizzazione di Nikolaj Topnikov e Petr Kuleš, presenterà alcuni adattamenti in lingua italiana. In conclusione, Julia Belova presenterà una danza performance con il suo collettivo sulle note di Šabaš, celebre brano del gruppo Alisa".
Всем добрый вечер! ✨ 15 августа в 18:00 в концертно-выставочном центре «Фили холл» (парк «Фили», Москва) пройдёт концерт-посвящение Александру Башлачёву «Я знаю, зачем иду по земле». Песни СашБаша прозвучат в исполнении Полины Баранковой (группа «Андрей Рублёв»), Сергея Ольшукова (группа «Альтернатива»), Алексея Дёмина (группа «Самозванцы»), Николая Баталенко и итальянской исследовательницы и певицы Сары Манци, которая представит собственные переводы Башлачёва на итальянский язык. Вечер откроют организатор фестиваля Николай Топников и Сара Манци вместе с филологами Сергей Шаулов и Виталий Гавриков. Особо подчеркнём: фестиваль проходит при поддержке семьи Александра Башлачёва. В конце будет и сюрприз - перфоманс-танец Ждём всех, кому дорого пронзительное слово великого русского поэта. Благодарю за репост! Билеты по qr или по ссылке 🔗 https://bilet.mos.ru/event/688371257/
Ora inutile che vi nascondete, ma so che tra chi segue il canale ci sono alcuni italiani/moscoviti e alcuni moscoviti in generale, per cui mi hanno pregato, per voi moscoviti, di inoltrare questo:
Ospite oggi di Paolo Ferrero sul canale Dignità TV. Abbiamo commemorato "lo spirito di Anchorage" che oggi compie un anno. Che ne resta? C'è mai stato? E soprattutto: alla fine il conto chi lo paga? (Spoiler: noi. E l'Ucraina, ovviamente.) Ci trovate qui.
Il Nostradamus dei Parioli, esperto nella divinazione coi fondi del mojito.
Ospite di Giacomo Gabellini sul suo canale, Il Contesto, abbiamo discusso della situazione attuale ma anche provato a capire cosa si muove in Russia in prospettiva elettorale, quale parlamento potremmo aspettarci e quale sarà il ruolo dei reduci sui quali Putin insiste ormai da parecchio tempo. La sua idea di assorbirli nella politica e nell'amministrazione riflette una preoccupazione per il futuro della Russia che è ben più profonda della semplice "comodità" di avere un parlamento più disposto, se necessario, all'escalation. Ci trovate sul sito de Il Contesto, qui, o direttamente su YouTube qui.
PS: Intanto il nostro eroe non solo è convinto di aver ragione ma anche che il giornale ha preso le sue difese e, visto che mezzo mondo gli ha detto che era un cretinotto vigliacco, ha riaperto il profilo (però non fa commentare).
Finisce così, a tarallucci e vino, o visto che siamo in Germania boh, Brezel und Schnaps, forse? Dopo aver fatto lo struzzo per quasi due giorni la Frankfurter Allgemeine Zeitung prende posizione con un coraggio che "tutti gli uomini del Presidente" scansati proprio. Il nostro giornalista, che più o meno passava di là per caso, ha fatto una domanda per capire in che modo si poteva mettere in difficoltà la Russia: "la domanda, tuttavia, era formulata in modo ambiguo, cosa che deploriamo. Non è la linea editoriale della Frankfurter Allgemeine Zeitung sostenere che si debbano uccidere quanti più soldati russi possibile". Reazione del NAFO medio: AH MA ALLORA VI PIACE PUTIN. Trovate il coraggiosissimo comunicato qui.
Eccolo là. Prima vuole sapere come fare per "uccidere più russi", poi non regge 24 ore di shitstorm su Twitter. Patetico.
Un grandissimo ringraziamento a Marco Rizzo (non QUEL Marco Rizzo, ovviamente!), che ha scritto una bellissima recensione pubblicata su "Le parole e le cose" al libro che ormai tre anni fa ho scritto insieme a Carlo Ziviello ("Oppenheimer, Putin e altre storie sulla bomba", ed. Ad Est dell'Equatore). Leggetela non tanto per quello che dice del libro, quanto per le sue considerazioni sulla questione della deterrenza nucleare, argomento che sta tornando prepotentemente di moda. Mi sa che dobbiamo preparare una ristampa. Trovate la recensione di Marco qui. Il nostro libro, se ancora non ve lo siete procurato, lo trovate sui soliti canali online, o naturalmente in libreria (ma mi sa che glielo dovete ordinare).
Certe cose, Martens, si pensano e ci si impegna perché succedano, ma non si dicono. Soprattutto se si è tedeschi e si chiede, in Serbia, a un ucraino in che maniera ‟l’Europa” possa aiutarli a uccidere più russi; soprattutto se al tempo dell’ultimo assalto armato dell’Occidente all’Est il proprio nonno era procuratore, ovvero l’accusa nei processi (e quindi, nella Germania nazista, si sarà occupato oltre che di furti di galline anche di ebrei e comunisti. Ma erano tempi complicati, bisogna contestualizzare e i comunisti, si sa, sono peggio dei nazisti) e poi ufficiale nello Stato maggiore della Wehrmacht, il cui ruolino di marcia, a est, non è specchiato e la cui ideologia di espansione, sempre a est, abbiamo convenientemente messo sotto il tappeto per concentrarci sugli ebrei, che sono come noi, ed evitare di pensare agli europei dell’est, che non lo sono del tutto e che lo sono sempre meno quanto più a est si va. Un ceco sì, è come noi, uno sloveno sì, un polacco di solito sì ma dipende, per il resto chissà. Anche gli ucraini sono stati in fondo promossi ‟europei” solo nel 2014, con una buona quantità di distinguo, e si fa presto a essere retrocessi.
La cosa non è passata inosservata, soprattutto perché il nostro amico l’ha rivendicata con un certo orgoglio, e non era nemmeno la prima volta che la diceva (foto), e ci è rimasto male che qualcuno non l’ha apprezzata e gli ha detto cose non piacevoli, per quanto meritate.
E così ieri, nella conferenza stampa congiunta di Zelensky e Vučić a Belgrado, il giornalista tedesco Michael Martens, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha fatto, in inglese, la seguente domanda: ‟can you tell us Europeans what can we concretely do to help you to kill more Russians”. Poi ha velocemente aggiunto ‟more Russian soldiers, of course”, che migliora solo di poco la frase precedente (foto, dal suo Twitter). Cosa possiamo, concretamente, fare noi europei per uccidere più russi? Ora, la risposta istantanea a questa domanda (strano Zelensky non l’abbia detto lui) è prendere un fucile e vedere come va, forti delle ottime esperienze del passato. Ma Martens, ovviamente, non vuole ucciderli lui i russi, appunto per via delle esperienze del passato. Non è mica scemo. I russi devono ucciderli quella specie di mezzi russi degli ucraini, mentre noi guardiamo e facciamo il tifo in attesa di passare all’incasso.
Se poi il nemico è ‟altro”, se è orientale (e il nostro nemico vero è orientale dal tempo di Erodoto) è, nella migliore delle ipotesi, una sorta di automa inconsapevole che non capisce davvero cosa fa e dove si trova e che viene da una società di schiavi e tiranni dove la sua morte o la sua vita sono più o meno la stessa cosa, dove i figli o i genitori o la moglie manco si accorgeranno che non c’è più, e che alla fine non è nemmeno cattivo, in sé, preferirebbe passare la vita a bere l’antigelo dei motori, ma non ha alternativa. Nella peggiore, che è quella a cui siamo ora, è geneticamente un subumano, deliberatamente crudele e maligno. Le regole della moralità possono certamente essere sospese per gli insetti di Starship Troopers, che sono evidentemente non umani, e per i russi, che a uno sguardo distratto potrebbero sembrare umani ma che alla prova dei fatti certamente non lo sono.
Una di queste, e una delle più importanti, è che auguriamo al nemico la sconfitta e la distruzione ma non esplicitamente la morte dell’uomo nemico: come ci insegna Hollywood, uccidere è sempre un atto estremo che a volte è necessario ma che non dobbiamo esplicitamente perseguire, se non altro per le terribili conseguenze che ha per chi lo compie, che è buono, essendo dei nostri, e mai nella vita gli sarebbe venuto in mente di prendere un fucile e sparare a uno e quindi ci resta sempre male se è costretto a farlo (i nostri, si sa, sono sempre costretti a prendere le armi. Dipendesse da noi, la guerra non esisterebbe). Se ci fosse il modo di vincere la guerra senza sparare saremmo molto più felici. È una posizione ipocrita, se vogliamo, perché appunto sappiamo che le guerre non si vincono senza sparare, e sparare produce morti. Motivo per cui non rappresentiamo mai il nemico con una faccia e con una individualità: è sempre massa, ‟ondata umana”, un’invasione di formiche così carine, così ingegnose ma che, ahimè, dobbiamo debellare (rectius: uccidere) perché altrimenti si mangeranno il nostro zucchero.
Che la vittoria in guerra passi dalla distruzione delle capacità militari del nemico, e che parte di questa distruzione (non tutta, e non sempre) passi per l’uccisione dei suoi soldati, è cosa talmente tanto ovvia che nemmeno varrebbe la pena di ricordarla, né di citare von Clausewitz a sostegno, che ci guarda severo dalla foto che allego. Ci sono però, o dovrebbero esserci, soprattutto se non si è implicati di prima persona nella guerra in questione e si dorme nel proprio letto e non sul pavimento di una stazione della metropolitana di Kiev, alcune frontiere del dicibile che non andrebbero superate, per decenza, se non altro.
Buttiamola in caciara va
Vale la pena leggere per intero questa lunga intervista a Robert Kagan pubblicata su Responsible Statecraft, magari con il traduttore automatico se l’inglese non è il vostro forte. Perché una delle cose che ci chiediamo spesso noi gente normale, noi che in ambito lavorativo o sociale siamo prima o poi chiamati a dare conto delle fesserie che eventualmente diciamo, è come farà questa gente che ci ha portato in guerra con mezzo mondo a far finta di niente ora che tutto ci sta scoppiando in faccia. Perderanno credibilità, ovviamente, perderanno finanziamenti, prestigio, verranno licenziati e spernacchiati da chiunque, come meritano? Ma manco per niente. Faranno come Kagan, uno che predica la necessità, per non dire la santità, delle guerre americane dal tempo dei contras e che nell’intervista ci dice che non è vero niente, che siamo noi che non abbiamo capito, che lui non è mai stato né un falco né un neo-con ma è sempre stato un liberal, e lo sillaba pure, ‟lib-er-al”. Lui per i neo-con ha solo lavorato, mica ha mai condiviso le loro idee. E comunque Saddam Hussein era pericoloso e sì, ci sono stati un sacco di morti (si riferisce ai militari statunitensi, mica ai civili iracheni) ma in dieci anni, in più di dieci anni. E sì, qualche errore è stato fatto, forse, in un certo senso, ma qual è l’alternativa? Senza le guerre degli USA, pure quelle che vanno a finire male, le cose vanno peggio. È una lettura affascinante, anche perché riesce a parlare solo ed esclusivamente di Iran, mai di Ucraina o di Cina. E anche da lì ne usciranno allo stesso modo: noi non abbiamo capito niente, loro certe cose non le hanno mai pensate ma comunque erano giuste.