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Francesco Cappello - Seminare domande

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  • Tuttavia, l'efficacia di questa tutela si scontra con la fragilità della catena amministrativa. Per applicare i divieti, i Comuni devono catalogare e aggiornare tempestivamente il "Catasto degli Incendi". I cronici ritardi, le lacune mappali e la scarsità di risorse di molti enti locali creano ampie zone grigie legislative. All'interno di questi vuoti burocratici, le società speculative riescono ad avviare e far approvare le procedure autorizzative per i mega-impianti energetici prima che il vincolo sul terreno bruciato venga formalizzato e digitalmente registrato. Il lavoro di Pearson si intreccia così con gli studi sull'estrattivismo verde e con i rapporti periodici di realtà come associazioni ambientaliste e la Direzione Investigativa Antimafia. Il quadro che ne emerge mostra come la transizione energetica, gestita senza la necessaria rigorosa pianificazione pubblica e il controllo del territorio, viene parassitata dalle logiche criminali da un lato e da quelle finanziarie speculative dall’altro. La mafia non ha bisogno di trasformarsi in un produttore diretto di energia; le basta operare come custode e mediatore dell'accesso alla risorsa primaria, cioè la terra. Attraverso l'uso strategico del fuoco, la criminalità organizzata svaluta il territorio, ne scaccia la presenza umana tradizionale e lo consegna al capitale speculativo, completando una vera e propria colonizzazione energetica dell'isola condotta all'ombra della sostenibilità ambientale. Francesco Cappello FONTI La fonte accademica fondamentale su cui si struttura l'analisi è lo studio condotto da Lauren R. Pearson, ricercatrice presso il Dipartimento di Geografia della University of California, Berkeley. Il suo articolo, intitolato "Land on fire: The spatial production of the mafia", è stato pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Criminology & Criminal Justice (SAGE Publications, identificativo DOI: 10.1177/17488958241286117) all'interno del numero speciale New Geographies of Organised Crime. L'indagine offre una disamina etno-geografica incentrata sulle devastanti stagioni degli incendi in Sicilia del 2021 e 2023, analizzando l'uso tattico del fuoco come strumento di controllo socio-spaziale. Sul versante investigativo e istituzionale, la ricostruzione si avvale dei resoconti della Commissione Regionale Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana, che ha documentato l'operato di intermediari legati alla speculazione sul fotovoltaico a terra e sull'eolico nelle aree colpite dai roghi nell'entroterra dell'isola. A questi contributi si sommano le relazioni semestrali presentate al Parlamento italiano dalla Direzione Investigativa Antimafia, focalizzate sui tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella filiera della transizione ecologica e nei fondi europei del PNRR, unitamente ai Rapporti Ecomafia pubblicati annualmente da Legambiente per monitorare i crimini contro il patrimonio boschivo e i fenomeni di accaparramento fondiario. Il quadro teorico e normativo si completa infine attraverso il pensiero del filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre, la cui opera La production de l'espace del 1974 fornisce la lente interpretativa per comprendere la riprogrammazione criminale del territorio. Il caposaldo legislativo di riferimento è l'articolo 10 della Legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge quadro sugli incendi boschivi), che impone rigidi vincoli di inedificabilità e di stasi nella destinazione d'uso per i terreni percorsi dal fuoco, integrato dalla letteratura scientifica sull'ecologia politica, sull'estrattivismo verde e sul fenomeno del green grabbing nel bacino del Mediterraneo. F.C.

  • TERRA BRUCIATA PER FAR SPAZIO AI GIGAWATT DELLA SPECULAZIONE ENERGETICA  Quando la Sicilia brucia durante i mesi estivi, il racconto mediatico e istituzionale tende spesso a confinare la tragedia nell'alveo della fatalità climatica, dell'incuria o dell'opera isolata di piromani instabili. La ricerca accademica condotta da Lauren R. Pearson dell'Università di California, Berkeley, insieme agli studi di ecologia politica e ai dossier investigativi sulle ecomafie, ribalta radicalmente questa narrazione, svelando un meccanismo sistemico e lucidamente pianificato. Pearson dimostra che lo spazio geografico non è un semplice fondale inerte su cui accadono eventi casuali, ma un prodotto sociale ed economico plasmato dai rapporti di potere. Negli anni del dopoguerra, la mafia siciliana ha ridefinito il tessuto urbano attraverso il cosiddetto "Sacco di Palermo", trasformando il verde agricolo in colate di cemento per la speculazione edilizia. Oggi, nell'era della crisi energetica/climatica, lo stesso fenomeno si riproduce in chiave rurale ed ecologica: il territorio viene sistematicamente distrutto per essere riprogrammato e asservito ai grandi interessi della speculazione energetico/finanziaria. In questa dinamica, il fuoco cessa di essere un elemento naturale e diventa un'arma vera e propria. Pearson evidenzia come le organizzazioni criminali mettano a sistema le condizioni meteorologiche estreme, sfruttando le forti siccità, le temperature record e i venti di scirocco come un "moltiplicatore di forza". Innescare un incendio in queste specifiche condizioni meteorologiche permette da un lato di massimizzare la devastazione con il minimo sforzo operativo, e dall'altro di mimetizzare l'azione criminale dietro la facciata del cambiamento climatico incontrollabile. Il fuoco viene così impiegato come strumento di rimodellamento territoriale per azzerare il valore socio-economico esistente su un determinato appezzamento di terra. Il nodo centrale di questa strategia risiede nel legame diretto tra l'incendio doloso e la successiva valorizzazione finanziaria dei suoli devastati, spinta dai capitali della transizione energetica e dai fondi europei come quelli del PNRR. Il meccanismo operativo si sviluppa secondo una sequenza precisa. In prima battuta, il rogo distrugge le colture, i pascoli e le infrastrutture agricole, piegando la resistenza economica dei proprietari terrieri e dei piccoli agricoltori già indebitati. Un terreno agricolo già poco produttivo, se costantemente minacciato dalle fiamme perde ulteriormente valore di mercato, trasformandosi in un peso economico insostenibile per chi lo possiede. È in questa fase di forte vulnerabilità che si inserisce la speculazione energetica. Grandi gruppi finanziari, intermediari e società dello sviluppo rinnovabile sono alla costante ricerca di enormi superfici di suolo per l'installazione di impianti fotovoltaici a terra e parchi eolici. L'incendio funge da acceleratore di questo processo di "green grabbing", ovvero l'accaparramento verde delle terre. Come documentato dalle inchieste e dai report delle commissioni antimafia, laddove un proprietario rifiuta di cedere o affittare i propri terreni per far posto ai pannelli solari, l'incendio doloso interviene come atto ritorsivo e intimidatorio. Viceversa, una volta che la terra è stata ridotta in cenere, gli stessi intermediari si ripresentano offrendo contratti di locazione o d'acquisto a prezzi d'occasione. La devastazione ambientale diventa così la premessa necessaria per giustificare la riconversione industriale del suolo, trasformando un paesaggio agricolo o naturale in una centrale elettrica a cielo aperto. A favorire questa catena speculativa contribuisce una profonda debolezza istituzionale e normativa. Sulla carta, la legislazione italiana, in particolare la Legge 353 del 2000, stabilisce vincoli severissimi sulle aree percorse dal fuoco, vietando per diversi anni il cambio di destinazione d'uso, la caccia, il pascolo e la realizzazione di nuove strutture.

  • Le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari (CCEA) proposte dall’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia puntano infatti sulla proprietà diffusa e la cooperazione per promuovere la sovranità energetica locale. A differenza del modello corporate che favorisce i grandi sviluppatori, le CCEA offrono ai cittadini la possibilità di diventare comproprietari degli impianti, riducendo i costi e garantendo benefici diretti. Questo modello, basato su cooperative a mutualità prevalente, promuove l’autosufficienza finanziaria e l’autogestione energetica, senza gravare sulla spesa pubblica. Nell’attuale contesto corporate, la transizione smette di essere un'opportunità di democratizzazione e decentralizzazione del sistema energetico e si trasforma nella riproduzione dei vecchi oligopoli sotto una veste verde, in cui il potere decisionale e la ricchezza prodotta rimangono saldamente nelle mani dei grandi attori della finanza globale. Francesco Cappello Nota La transizione energetica finanziarizzata si regge su un imponente drenaggio di risorse a favore del capitale privato, mobilitando oltre 120 miliardi di euro di detrazioni fiscali, 24 miliardi dal PNRR per l'energia, 16 miliardi all'anno di incentivi erogati dal GSE e 2 miliardi annui dal Capacity Market, a cui si aggiunge un flusso compreso tra i 12 e i 14 miliardi di euro all'anno che dura ininterrottamente da quasi quindici anni (avviato con l'esplosione dei Conti Energia nei primi anni 2010), prelevati direttamente dalle bollette dei cittadini come oneri generali di sistema (in gran parte riconducibili alla componente ASOS per il sostegno alle fonti rinnovabili). Sostenuto da garanzie statali SACE e CDP fino all'80% del rischio di credito e da rendimenti fissi blindati come nel modello MACSE, questo impianto azzera il rischio d'impresa per i fondi speculativi, scaricando l'intero costo della conversione energetica sulla fiscalità generale e sulle utenze domestiche per trasformarla in un meccanismo duraturo di redistribuzione regressiva della ricchezza a favore dei profitti dei grandi privati in netta prevalenza stranieri e a danno di noi comuni mortali… F.C.

  • La finanziarizzazione delle energie rinnovabili trasforma la transizione energetica in un'asset class per mercati finanziari, trasferendo sui cittadini sia i costi sia i rischi degli investimenti privati attraverso i meccanismi tariffari in primis della bolletta elettrica ma non solo (vedi nota, ma tornerò a parlarne più diffusamente in altro post). Quando la costruzione di impianti eolici, fotovoltaici o di accumulo viene guidata prioritariamente dai margini di rendimento attesi da fondi d'investimento e multinazionali, l'architettura stessa dei prezzi dell'energia viene modificata per garantire flussi di cassa stabili e protetti, con pesanti ricadute sociali. La presenza del capitale finanziario nel settore energetico richiede una riduzione a zero del rischio d'impresa per attrarre liquidità. Per soddisfare questa richiesta, le istituzioni e le autorità di regolazione creano strumenti come i contratti per differenza, i mercati delle capacità o le aste di remunerazione fissa come il MACSE. Attraverso questi dispositivi, lo Stato assicura agli investitori un prezzo o un premio minimo garantito per decenni! Il costo di queste garanzie di rendimento non viene coperto dalla fiscalità generale progressiva, ma ricade direttamente nelle bollette sotto forma di oneri di sistema, tariffe di rete e quote per la sicurezza della rete. Si crea così un'asimmetria strutturale: se il mercato dell'energia garantisce prezzi alti, i profitti straordinari rimangono agli operatori privati; se i prezzi crollano o le tecnologie diventano sovrabbondanti, il costo della rendita minima assicurata al capitale finanziario viene prelevato in modo certo dalle tasche di chi consuma elettricità. Il finanziamento della transizione attraverso la bolletta anziché tramite le imposte generali rappresenta una forma di tassazione fortemente regressiva. L'energia elettrica è un bene primario e incide in misura percentuale molto più elevata sul reddito delle famiglie a basso e medio reddito rispetto a quelle abbienti. Quando la bolletta viene caricata dei costi per remunerare i fondi speculativi che hanno realizzato i grandi impianti, si realizza un vero e proprio trasferimento inverso della ricchezza: le fasce di popolazione socialmente più deboli finanziano i dividendi garantiti agli azionisti e ai detentori del capitale! Questo meccanismo alimenta direttamente la povertà energetica, costringendo milioni di nuclei familiari a ridurre i consumi essenziali o a indebitarsi per pagare le utenze. La retorica del consumatore ecologico nasconde così una dinamica di forte ingiustizia sociale, in cui la sostenibilità ambientale diviene sinonimo di rincaro coatto per i ceti meno abbienti. Sotto il profilo della giustizia spaziale e territoriale, la finanziarizzazione favorisce la realizzazione di mega-impianti industriali altamente accentrati, spessissimo localizzati in aree rurali. Queste comunità subiscono le esternalità negative dell'occupazione di suolo agricolo, della frammentazione del paesaggio e delle pressioni sulle risorse locali, mentre il valore economico generato dagli impianti viene totalmente estratto e trasferito verso i centri finanziari internazionali. Si ripete così un modello di tipo estrattivo: le popolazioni locali soffrono gli irricevibili costi ambientali e l'impatto materiale e visivo delle infrastrutture energetiche senza beneficiare di un calo reale delle proprie bollette né di uno sviluppo occupazionale duraturo, poiché la gestione di questi impianti richiede pochissima manodopera una volta completata la fase di cantiere. Aver affidato la traiettoria della cosiddetta decarbonizzazione ai mercati finanziari sta espropriando le comunità della possibilità di decidere come, dove e per chi produrre energia. La soluzione di progetti di energia diffusa, come le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari dell’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia non favorirebbero i profitti dei grandi parchi speculativi ma non sono note e rimangono per ora di nicchia.

  • ARERA CERCA DI CHIUDERE LE STALLE QUANDO ORMAI LA FRITTATA È FATTA A VANTAGGIO LORO E A DANNO DI TUTTI NOI L'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), con il documento per la consultazione 283/2026/R/eel, si è resa conto che stava incentivando con cifre enormi i privati che stanno tappezzando il territorio con impianti di accumulo e cerca di rimediare abbassando il premio massimo (cap) per la seconda asta del MACSE (Mercato di Accumulo Stazionario di Energia Elettrica) La proposta dell'Autorità di regolazione (ARERA) di ridurre da 37.000 a 22.000 euro all'anno per megawattora il premio massimo per la seconda asta dei sistemi di accumulo a batteria rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere le dinamiche della transizione energetica. Questa misura, contenuta nel documento di consultazione per le consegne previste nel 2029, viene giustificata con il calo dei costi industriali delle batterie a livello globale. Tuttavia, la notizia mette a nudo come il mercato degli accumuli sia diventato un terreno strategico per la finanziarizzazione della decantata (e buona per tutti gli usi) decarbonizzazione. In pratica, una rendita finanziaria mascherata da incentivo verde. Il meccanismo delle aste per gli accumuli nasce con l'obiettivo dichiarato di garantire la stabilità della rete elettrica, resa instabile e soggetta a sovraccarichi e blackout ricorrenti perché sempre più alimentata da fonti rinnovabili intermittenti come il sole e il vento. Nel modello di mercato attuale, per spingere i privati a costruire queste infrastrutture, lo Stato o il gestore di rete offre un rendimento minimo garantito su un orizzonte pluriennale. La prima asta, fissata con un tetto massimo di 37.000 euro, aveva garantito un margine di profitto straordinariamente elevato per i fondi di investimento e i grandi sviluppatori. In quella fase, il concetto di garanzia pubblica è stato utilizzato per azzerare il rischio d'impresa, trasformando quello che doveva essere un supporto alla conversione ecologica in una vera e propria rendita di posizione per i capitali speculativi. Il taglio del 40% ipotizzato da ARERA dimostra che le stime iniziali dei costi erano eccessivamente generose rispetto alla realtà, consentendo a pochi attori di estrarre valore a spese della collettività. Anche con la riduzione del premio a 22.000 euro, l'architettura di fondo di questa transizione rimane inalterata. Si applica la classica logica di mercatizzazione della crisi climatica: i rischi finanziari della costruzione e gestione degli impianti vengono socializzati, garantendo un ricavo fisso pagato dagli utenti attraverso le bollette elettriche, mentre i profitti derivanti dalla compravendita dell'energia rimangono privatizzati. I grandi fondi di investimento non partecipano a questa sfida per una vocazione ambientale, ma perché il settore dell'energia rinnovabile offre asset con flussi di cassa stabili, protetti dalle oscillazioni di mercato grazie all'intervento regolatorio. Quando il valore di questi incentivi viene ridimensionato, i mercati non fanno altro che calibrare la speculazione sui nuovi costi delle tecnologie, mantenendo intatto il loro potere contrattuale verso lo Stato. Spiegare questo ridimensionamento come il semplice ed inevitabile risultato del progresso tecnologico rischia di nascondere il nodo politico della questione. L'adeguamento dei tetti d'asta evidenzia come la pianificazione energetica sia oggi subordinata alle esigenze di rendimento del capitale privato. Una transizione energetica rigorosa e realmente orientata all'interesse pubblico non si limiterebbe a rincorrere i costi delle batterie aggiustando la quota dei sussidi, ma metterebbe in discussione la necessità stessa di affidare la sicurezza e la stabilità della rete elettrica a logiche di profitto privato e sistematica speculazione finanziaria a danno dei cittadini contribuenti.

  • 7 авг.348410

    Oltretutto si intende spacciare per "transizione ecologica" un progetto che arricchisce chi trae profitto dall'occupazione e dalla violazione dei diritti umani in Palestina! In Maremma, nella frazione di Ribolla tra i comuni di Roccastrada e Grosseto, sta per prendere forma un imponente impianto da quasi 20 megawatt distribuito su ben 25 ettari di terreni agricoli, destinato a stravolgere il paesaggio rurale con oltre 36.000 pannelli fotovoltaici e uno scavo per un cavidotto lungo 16 chilometri. Dietro la facciata dell'energia pulita si nasconde una realtà politica ed etica gravissima. A realizzare l'opera è la multinazionale israeliana Shikun & Binui, che agisce in Italia attraverso la "Spv Energy 3", una società di comodo con sede a Milano, zero dipendenti e un capitale sociale di appena 2.500 euro. Parliamo dello stesso colosso industriale che da decenni costruisce interi insediamenti e colonie illegali in Cisgiordania, infrastrutture stradali e tranviarie a sostegno dell'annessione dei territori occupati, la barriera di separazione attorno alla Striscia di Gaza e basi militari sui terreni espropriati alle comunità beduine nel deserto del Naqab. Contro questa operazione è nata una forte mobilitazione che vede uniti cittadini, il collettivo "Diritti in Palestina", associazioni come Italia Nostra e diversi comitati territoriali. Le ragioni della denuncia sono nette e riguardano due fronti inscindibili: Puro greenwashing dell'apartheid: parlare di "energia pulita" quando i profitti vanno a un gruppo economico direttamente complice di violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani non è accettabile. Utilizzare la transizione ecologica in Europa per ripulire l'immagine di aziende impegnate nell'occupazione è una palese speculazione finanziaria ed etica. Devastazione e svendita del territorio: L'impianto sottrae circa 25 ettari di suolo agricolo (un'area pari a metà dell'abitato di Ribolla) per una trasformazione industriale invasiva che rischia di compromettere l'equilibrio paesaggistico ed ecologico della Maremma senza portare reali benefici alla comunità locale. Le leggi italiane e regionali che regolano la concessione dei permessi per le energie rinnovabili prevedono verifiche antimafia, ma non contengono alcun filtro sul rispetto dei diritti umani o dei trattati internazionali. Questo buco legislativo permette a queste multinazionali di penetrare nei territori italiani senza alcun controllo etico. La Regione Toscana ha già concesso il via libera ambientale nascondendosi dietro la burocrazia e dichiarando di avere le "mani legate". I sindaci e i cittadini chiedono la revoca delle autorizzazioni e lo stop definitivo all'iter previsto per l'autunno. La Maremma non può e non deve diventare complice di chi trasforma l'oppressione in business speculativo verde. Francesco Cappello

  • SAVE THE DATE | MILANO, 11 SETTEMBRE 2026 “IL CAMMINO NELLA LUCE” «Per onorare. Per non dimenticare. Per ricominciare.» 🤍 Evento nazionale a sostegno di TUTTI i danneggiati da vaccino (pediatrici, obbligatori e anti-Covid) e le vittime dei protocolli ospedalieri 2020-2026. 🗓️ Venerdì 11 Settembre 2026 | Milano 📍 Gazebo Info (tutto il giorno): Piazza Duca d’Aosta (Stazione Centrale) 📍 Convegno (ore 14:00 - 17:30): Pirellone - Sala Pirelli (SOLO 70 POSTI) 📍 Corteo & Flash Mob (ore 18:00): Vestiti di BIANCO 🔗 PRENOTAZIONE CONVEGNO OBBLIGATORIA (Posti Limitati): 👉 https://tally.so/r/LZBPKG Promosso da: Le persone in cammino, Sindacato d'Azione, Le Verità Nascoste, Comitato 2CS (Con l'adesione di oltre 30 associazioni e comitati nazionali e internazionali) 📧 Info: personeincammino@libero.it #IlCamminoNellaLuce #Milano11Settembre #DanneggiatiDaVaccino #Insieme

  • Ron Paul, medico ed ex parlamentare statunitense, ha dichiarato che l'operazione pandemia serviva per contenere l'inflazione che sarebbe esplosa nel mondo dell’economia reale mentre era desiderabile nell’economia finanziaria. Essa era stata innescata dalle operazioni di enormi immissioni monetarie da Banca centrale con le operazioni di quantitative easing in conseguenza della enorme immissione monetaria per salvare il sistema bancario messo in serio pericolo dalla crisi del 2007 2008 A suo tempo ne avevo parlato qui: https://www.francescocappello.com/2020/08/24/la-depressione-mondiale-puo-far-comodo/ https://www.francescocappello.com/2020/12/05/strategie-di-sopravvivenza-del-sistema-finanziario/

  • Qui l’intervento: https://www.telecolor.net/2026/08/la-nascita-dellalleanza-nord-ovest-per-aerospazio-lanalisi-di-cappello/ e qui l’articolo di riferimento per chi volesse approfondire: https://www.francescocappello.com/2026/06/03/la-foglia-di-fico-di-marte-torino-milano-e-genova-nellasse-del-nord-ovest-verso-la-corsa-al-riarmo-spaziale/

  • Questa costante dissipazione termica trasforma i grandi impianti BESS in vere e proprie isole di calore locali, capaci di alterare il microclima e le temperature delle aree agricole o rurali circostanti, a fronte di una quota significativa di energia che viene inevitabilmente sprecata e dispersa nell'atmosfera sotto forma di calore residuo. Senza un ripensamento profondo che metta al centro la stabilità strutturale e la protezione dei consumatori dai costi speculativi del dispacciamento, l'aumento massiccio di fonti intermittenti continuerà a tradursi in una crescente fragilità sistemica, elevati rischi di blackout locali e bollette sempre più pesanti per famiglie e imprese a favore delle grandi speculazioni finanziarie. Francesco Cappello

  • Poiché il sistema elettrico non può tollerare sbalzi di frequenza o congestioni fisiche senza rischiare il blocco totale, questi enormi parchi di batterie vengono presentati come una soluzione indispensabile. Il loro ruolo è agire come una spugna, assorbendo l'energia elettrica prodotta in eccesso quando il sole splende o il vento soffia forte, per poi restituirla alla rete durante le ore di buio, di bonaccia o di picco dei consumi. L'instabilità intrinseca della rete viene così trasformata in una merce altamente redditizia. Attorno a questa esigenza tecnica si è scatenata un'imponente corsa speculativa da parte di fondi d'investimento e colossi dell'energia. In Italia e in Europa, le aziende che realizzano impianti BESS di grande taglia non guadagnano semplicemente comprando energia a basso costo per rivenderla quando i prezzi di mercato salgono. Essi beneficiano soprattutto di rendite di posizione garantite attraverso aste pubbliche e mercati della capacità, come il meccanismo MACSE gestito da Terna. Attraverso questi sistemi, gli operatori privati ricevono un compenso fisso a lungo termine per il solo fatto di rendere disponibile la capacità delle proprie batterie al gestore di rete. L'investimento privato viene così blindato e protetto dal rischio d'impresa, scaricando i costi direttamente sulle bollette dei cittadini sotto forma di oneri di sistema, mentre il capitale finanziario trova negli accumuli una nuova fonte di profitti certi. Sul piano ambientale e territoriale, l'impatto di questi grandi impianti smentisce totalmente la narrazione di una tecnologia a impatto zero. I BESS commerciali non sono piccoli dispositivi domestici, ma distese industriali di container metallici impattanti dal punto di vista paesaggistico e spesso collocati in aree agricole o vicine ai nodi elettrici rurali. La loro fabbricazione richiede un'estrazione mineraria ad altissimo impatto ecologico in Paesi del Sud del mondo per recuperare litio, cobalto, nichel e manganese. A ciò si aggiunge il problema del fine vita: dopo circa un decennio di cicli continui di carica e scarica, la capacità delle batterie decade drasticamente, generando imponenti volumi di rifiuti speciali difficili e costosi da riciclare, all'interno di una filiera del riciclo ancora lontana dall'essere autosufficiente o circolare. A questi fattori di medio e lungo termine si sommano i rischi operativi immediati legati alla sicurezza e all'inquinamento locale. Gli impianti a batterie al litio sono soggetti al rischio del cosiddetto thermal runaway o fuga termica, una reazione chimica a catena generata dal malfunzionamento anche di una sola cella che può innescare incendi estremamente violenti e diffusi. Un incendio di questo tipo non può essere spento con le tecniche tradizionali e richiede enormi quantitativi d'acqua per essere raffreddato. L'acqua usata nei soccorsi si carica di sostanze tossiche e corrosive come l'acido fluoridrico e metalli pesanti, creando un grave rischio di contaminazione del suolo e delle falde acquifere se non perfettamente contenuta. Le comunità locali si trovano così a subire l'occupazione del suolo, il rumore costante prodotto dai sistemi di raffreddamento e trasformazione e i pericoli ambientali, senza ottenere benefici diretti sul costo dell'energia. Oltre all'impatto paesaggistico e ai rischi operativi, va considerata un'inevitabile legge della fisica: l'accumulo dell'energia non avviene mai a rendimento unitario. Ogni fase di conversione da corrente alternata a continua e ciascun ciclo di carica e scarica comportano una perdita energetica quota parte sotto forma di calore, rilasciato nell'ambiente sia dalle reazioni elettrochimiche sia dai potenti sistemi di ventilazione necessari per il condizionamento dei container.

  • Se una linea principale va in blocco automatico per evitare la fusione o un corto circuito, l'energia si riversa istantaneamente sulle linee adiacenti, innescando un effetto domino che rappresenta la causa primaria dei grandi blackout sistemici. La rete elettrica non è un serbatoio passivo dove stivare corrente a piacimento, ma un circuito dinamico che richiede un perfetto equilibrio secondo per secondo tra immissioni e prelievi. A complicare ulteriormente il quadro vi è un aspetto tecnico spesso ignorato nel dibattito pubblico ma fondamentale per l'ingegneria elettrica: la perdita di inerzia sincrona. Le centrali tradizionali a gas, idroelettriche o termoelettriche utilizzano enormi turbine rotanti che fungono da ammortizzatori meccanici, stabilizzando la frequenza di rete a cinquanta hertz e assorbendo le improvvise oscillazioni di tensione. Gli impianti fotovoltaici ed eolici, al contrario, si collegano alla rete tramite convertitori elettronici privi di massa rotante. La progressiva dismissione dei gruppi termoelettrici tradizionali sta privando la rete italiana del suo sistema immunitario naturale. Senza inerzia, la rete diventa estremamente rigida e al tempo stesso vulnerabile: una minima variazione nella produzione o nel carico può causare bruschi sbalzi di frequenza, costringendo i sistemi automatici di protezione a staccare intere porzioni di territorio per evitare il collasso generale. Per impedire che l'infrastruttura crolli sotto il peso di questa sovrabbondanza incontrollata e intermittente, il gestore della rete è costretto a ricorrere al cosiddetto taglio della produzione o al redispatching. In sostanza, viene ordinato agli impianti eolici e fotovoltaici di spegnersi o di ridurre la potenza per non far saltare le linee. Parallelamente, si rende necessario accendere a forza centrali a gas, ad olio combustibile o a carbone nelle zone di consumo per garantire la tensione e la frequenza necessarie. Esiste quindi una profonda contraddizione e speculazione insita in questo meccanismo: l'energia verde prodotta in eccesso viene sprecata e compensata economicamente ai produttori privati attraverso i mercati dei servizi di dispacciamento, mentre i cittadini finiscono per pagare due volte in bolletta. Si paga l'incentivo per l'impianto rinnovabile che viene fermato e si paga il costo della centrale a gas tenuta in riserva per evitare il blackout. La vera radice di queste criticità risiede nella scollatura temporale ed economica tra l'iniziativa privata e la pianificazione pubblica. La costruzione di un parco eolico o solare richiede pochi mesi, spinta da ingenti capitali speculativi a caccia di rendimenti garantiti e sussidi. Al contrario, la realizzazione delle infrastrutture di trasporto ad alta tensione e dei grandi sistemi di accumulo necessita di molti anni tra iter autorizzativi, valutazioni di impatto ambientale e cantieri complessi. Questo squilibrio ha trasformato la transizione energetica in una corsa disordinata alla speculazione finanziaria a rendimento garantito, dove la priorità è stata la saturazione delle richieste di connessione senza una reale valutazione della capacità ricettiva dei territori e delle linee elettriche. Invece di pianificare la rete in base alle reali esigenze del Paese, ci si trova a inseguire l'installazione selvaggia di impianti in zone incapaci di assorbire l'energia prodotta. In definitiva, l'analisi obiettiva della rete elettrica italiana dimostra che non è possibile gestire la complessa macchina energetica di una nazione industriale basandosi solo su slogan o su un'accelerazione priva di basi fisiche. Le criticità strutturali della rete elettrica, causate dall'intermittenza delle fonti rinnovabili e dall'incapacità delle linee ad alta tensione di sopportare i picchi di produzione, rappresentano il terreno di coltura ideale per la nascita di un nuovo grande business energetico: i sistemi di accumulo elettrochimico a batteria su larga scala, noti con l'acronimo BESS (Battery Energy Storage System).

  • SOVRACCARICHI E BLACKOUT NELLA RETE ELETTRICA NAZIONALE PERMETTONO DI DISTRIBUIRE, PIÙ CHE ENERGIA ELETTRICA, INCENTIVI E PROFITTI MANCATI AI PRIVATI CHE SPECULANO MENTRE INFESTANO E COLONIZZANO CON I LORO IMPIANTI IL TERRITORIO ITALIANO La transizione energetica speculativa che sta colonizzando il territorio italiano ha diffuso l’illusione che basti installare milioni di pannelli solari e pale eoliche per trasformare da un giorno all’altro il sistema energetico italiano. Essa si scontra tuttavia quotidianamente con la dura realtà della fisica delle reti elettriche. La nostra infrastruttura evidenzia una frattura strutturale profonda: la geografia della produzione non coincide con quella dei consumi. La maggior parte dei grandi impianti rinnovabili sorge nelle regioni del Sud e nelle isole, caratterizzate da una domanda industriale ridotta. Al contrario, il cuore pulsante dei consumi elettrici risiede nel Nord Italia. Trasportare enormi flussi di energia lungo una penisola stretta e lunga trasforma l'infrastruttura nazionale in un imbuto elettrico, dove le linee ad altissima tensione si trovano costantemente a viaggiare al limite delle proprie capacità fisiche. Quando la produzione del Sud raggiunge i picchi nelle ore centrali delle giornate soleggiate o molto ventilate, le dorsali di trasmissione dirette verso Nord si saturano. Per comprendere cosa accade alla rete elettrica nazionale, è utile immaginare l'infrastruttura come una gigantesca rete di canali e condotte idriche progettata per trasportare un flusso d'acqua costante e perfettamente prevedibile da pochi grandi bacini artificiali verso le città e i distretti industriali. La pressione all'interno di questo acquedotto deve rimanere sempre rigorosamente stabile ad un livello prefissato: se la pressione sale troppo le condotte esplodono, se scende troppo i rubinetti degli utenti rimangono a secco. L'ingresso imponente e diffuso delle fonti rinnovabili equivale all'improvvisa apertura di milioni di rigagnoli, torrente e rami secondari che si innestano lungo l'intero corso dell'acquedotto principale. Questi affluenti hanno però una natura del tutto imprevedibile. Quando il sole splende o il vento tira forte, questa miriade di corsi d'acqua secondari riversa contemporaneamente e senza preavviso volumi enormi di acqua nel canale maestro. Il canale principale, tuttavia, ha una capienza fisica limitata e non è stato costruito per smaltire una simile piena improvvisa. La pressione interna schizza all'istante verso i livelli di guardia, creando ingorghi idrici lungo le direttrici che collegano i luoghi in cui la pioggia d'energia è abbondante a quelli in cui la domanda è ridotta. Se la pressione supera il limite di guardia, i sistemi automatici di sicurezza scattano per evitare il collasso strutturale, isolando intere porzioni di rete e provocando l'equivalente elettrico di un allagamento o di un blocco delle forniture. Per scongiurare questo scenario, i gestori dell'acquedotto sono costretti ad agire continuamente sulle valvole d'emergenza. Quando la piena delle rinnovabili minaccia di far straripare il canale, viene ordinato di chiudere le paratie di centinaia di torrenti fotovoltaici ed eolici, gettando via l'acqua in eccesso per mantenere il sistema in equilibrio. Al tempo stesso, la natura di questi affluenti privi di massa costante rende il flusso d'acqua estremamente turbolento e privo di spinta uniforme. Non appena una nuvola copre il sole o il vento cala, migliaia di rigagnoli si prosciugano in pochi secondi. La pressione nel canale principale crolla verticalmente e, per impedire che l'intero acquedotto si svuoti lasciando le città al buio, il gestore deve tenere sempre accesi e pronti a intervenire enormi motori a combustibile fossile posti lungo la rete, capaci di pompare istantaneamente acqua e ripristinare la spinta perduta. Spingere i cavi elettrici oltre i loro limiti di carico genera un surriscaldamento dei conduttori, l'allungamento dei cavi per dilatazione termica e un drastico aumento del rischio di guasti a catena.

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  • Il problema è che questo meccanismo, proprio perché premia chi promette di fare di più spendendo meno, può spingere le aziende verso comportamenti scorretti o pericolosi pur di vincere la gara. Il rischio più diffuso è quello delle offerte speculative, cioè proporre un prezzo talmente basso da non coprire realmente i costi dell’impianto, scommettendo che i prezzi dell’energia sul mercato saliranno abbastanza da rendere comunque conveniente l’operazione, oppure calcolando che convenga pagare una penale al GSE e abbandonare il progetto piuttosto che completarlo in perdita. Chi vince con un’offerta non sostenibile si trova poi a dover recuperare margine altrove, e spesso lo fa tagliando sulla qualità dei materiali, scegliendo pannelli solari, turbine o componenti elettrici più economici ma meno affidabili, con conseguenze che si vedranno solo dopo anni, quando l’impianto inizia a guastarsi o a rendere meno del previsto. Un’altra tentazione è quella di comprimere i costi della manodopera, affidando la costruzione a subappaltatori scelti solo in base al prezzo più basso, in una catena che alla fine lascia margini così ridotti da spingere verso il mancato rispetto delle norme di sicurezza nei cantieri, o verso tempi di realizzazione accelerati oltre il ragionevole, aumentando il rischio di errori nella fase di costruzione. Allo stesso modo, per abbassare i costi di conformità ambientale, alcune aziende presentano studi di impatto poco accurati o anche minimizzano gli adempimenti richiesti dalle normative europee sulla tutela dell’ambiente, semplicemente per risparmiare tempo e denaro nella fase di autorizzazione. C’è poi un rischio più legato alla finanza che alla costruzione fisica dell’impianto, ovvero l’uso di una leva finanziaria eccessiva: indebitarsi molto oltre la propria reale capacità per poter permettersi di offrire un prezzo basso in gara, un’operazione che funziona finché tutto va secondo i piani ma che rende l’azienda estremamente fragile davanti a un imprevisto, con il rischio concreto di fallire a metà dei vent’anni di contratto, lasciando l’impianto incompiuto o mal gestito. Infine esiste un comportamento più subdolo, quello di presentare progetti in siti dove la rete elettrica è già satura solo perché lì i costi di connessione risultano più bassi, scaricando così sul sistema elettrico nel suo complesso dei costi indiretti di congestione che altri dovranno poi sostenere, oppure quello di partecipare a più aste con progetti non ancora del tutto maturi solo per bloccare quote di potenza, sottraendole a operatori più seri e pronti a realizzarle davvero, spessissimo presentati solo per rivendere l’autorizzazione senza reale intenzione di costruire… Proprio per arginare questi realtà il decreto FER X tenta di correre ai ripari prevedendo una serie di paletti, come le cauzioni economiche che un’azienda perde se rinuncia al progetto, le garanzie finanziarie da dimostrare prima ancora di partecipare alla gara, e i requisiti ambientali obbligatori da rispettare fin dall’inizio, tutti strumenti pensati per filtrare in anticipo le offerte poco credibili prima che possano arrivare a vincere un’asta come è successo sinora. Le aste GSE continuano comunque ad essere gestite a livello centrale e nazionale, lasciando ai Comuni un margine di intervento quasi nullo su dove e come vengono realizzati gli impianti nel loro territorio. Nel teatrino nel quale ci vorrebbero ridurre a spettatori passivi e plaudenti, quali saranno le contromosse degli speculatori? F.C.

  • 4 авг.320210

    C’è chi esalta l’approvazione europea e la firma del Decreto FER X definitivo come un grande successo per la transizione verde, mettendo sul piatto ben 23 miliardi di euro di incentivi e puntando a installare oltre 37 gigawatt di nuova capacità rinnovabile con cui infestare il territorio entro il 2030. Si tratta del più imponente piano di sostegno alla speculazione finanziario-energetica e all'accaparramento del suolo mai approvato in Italia. Profitti garantiti ai grandi fondi a spese dei cittadini Il cuore del Decreto FER X risiede nel meccanismo dei Contratti per Differenza a due vie e nelle tariffe garantite dallo Stato per un periodo di ben vent'anni. In termini concreti, significa che la finanza pubblica e le bollette dei cittadini (oneri di sistema) assicureranno ai grandi gruppi industriali e ai fondi di investimento un prezzo di vendita dell'energia protetto da ogni rischio di mercato. Mentre la popolazione affronta il carovita e i rincari energetici, le multinazionali azzerano il proprio rischio d'impresa, trasformando la transizione ecologica in una rendita finanziaria blindata per due decenni. Assalto industriale ai suoli agricoli e alle aree interne Raggiungere la quota di oltre 37 gigawatt di nuove installazioni scatenerà una vera e propria corsa all'occupazione del territorio. La netta prevalenza delle risorse destinate alle aste competitive per grandi impianti (superiori a 1 megawatt) spingerà gli investitori verso mega-progetti eolici e fotovoltaici a terra. Questo comporta una devastante trasformazione di terreni agricoli, aree naturali e paesaggi rurali in distretti industriali di produzione elettrica, il cui unico scopo è alimentare la rete nazionale per generare dividendi privati, senza alcun beneficio diretto per le comunità residenti. Svuotamento definitivo della democrazia e dell'autonomia locale Il Decreto FER X agisce in perfetta sinergia con il quadro giurisprudenziale che sanziona le amministrazioni locali responsabili di ritardi o dinieghi. Da un lato il Governo centrale e l'Unione Europea mettono sul piatto miliardi per accelerare i cantieri, dall'altro i Comuni vengono privati di qualsiasi reale potere di pianificazione, veto o indirizzo urbanistico. I sindaci e le giunte comunali si trovano ridotti a spettatori impotenti di fronte a procedimenti autorizzativi fortemente sbilanciati a favore dei proponenti privati, con la costante minaccia di cause risarcitorie se provano a tutelare il proprio paesaggio. Una finta svolta che soffoca la vera democrazia energetica Sebbene il decreto riservi una quota agli impianti di dimensione inferiore al megawatt, l'architettura complessiva continua a favorire il modello centralizzato delle grandi aste gestite dal GSE. Anziché impiegare questi 23 miliardi di euro per una vera transizione dal basso, finanziando la copertura solare dei tetti pubblici e industriali, l'efficientamento energetico dell'edificato e comunità energetiche autenticamente popolari e pubbliche, la misura finanzia la concentrazione del potere energetico nelle mani di pochi oligopoli, mascherando una nuova forma di estrattivismo territoriale sotto il vessillo della sostenibilità. Francesco Cappello P.S. Le aste GSE sono il sistema attraverso cui lo Stato italiano assegna gli incentivi ai grandi impianti rinnovabili, quelli sopra il megawatt di potenza. Funzionano come una gara al ribasso: ogni azienda che vuole costruire un parco eolico, un impianto fotovoltaico o una centrale idroelettrica presenta un’offerta indicando il prezzo minimo al quale è disposta a vendere l’energia che produrrà. Chi offre il prezzo più basso vince e si aggiudica un contratto ventennale con il Gestore dei Servizi Energetici, che gli garantisce quella cifra per ogni kilowattora immesso in rete: se il prezzo di mercato scende sotto quel valore lo Stato integra la differenza, se sale sopra è l’azienda a restituirla. L’idea di fondo è semplice, mettere i produttori in concorrenza tra loro per ottenere il costo più basso possibile per la collettività, invece di fissare una tariffa uguale per tutti.

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  • 3 авг.322510

    DITTATURA GREEN. IL GOVERNO FAVORISCE I PRIVATI SPECULATORI DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA A DANNO DEI POPOLI E DELLA COLONIZZAZIONE INDUSTRIALE DEI LORO TERRITORI La recente sentenza numero 05880/2026 del Consiglio di Stato (pubblicata il 20 luglio 2026) segna un punto di svolta preoccupante e va raccontata per quello che è: una ferita profonda alla sovranità dei territori e alla democrazia locale, mascherata da sostegno alle energie pulite. La decisione dei giudici amministrativi stabilisce un principio gravissimo: se un’amministrazione pubblica nega l'autorizzazione a un nuovo impianto rinnovabile e quel diniego viene successivamente ritenuto illegittimo (art. 30 del Codice del Processo Amministrativo - D.Lgs. 104/2010 e art. 2043 c.c.), la comunità locale non deve solo subire la realizzazione dell'opera, ma deve anche risarcire la società privata per tutti i "mancati guadagni", inclusi i ricchi incentivi statali persi a causa dei ritardi! (es. tariffe incentivanti GSE/Decreti FER, ma non solo) Tradotto in parole semplici, questa sentenza consegna alle multinazionali dell'energia e ai fondi speculativi un'arma di ricatto finanziario devastante contro i Comuni. Immaginiamo la posizione di un sindaco o di una giunta comunale di fronte all'ennesimo progetto invasivo di agrivoltaico o di pale eoliche industriali a ridosso di borghi, aree agricole di pregio o zone paesaggistiche delicate. Anche di fronte a fondate preoccupazioni dei cittadini o a valutazioni sull'impatto ambientale, l'amministrazione si troverà di fatto con le mani legate. Il timore di affrontare una causa legale che potrebbe concludersi con la condanna a pagare risarcimenti milionari (una cifra capace di mandare in dissesto finanziario un piccolo Comune) spingerà gli amministratori a piegare la testa e ad approvare qualsiasi progetto, indipendentemente dal suo impatto sul territorio. Siamo di fronte a un meccanismo perverso che privatizza i profitti e socializza i rischi e i costi palesemente contro l’articolo 41 e l’articolo 9 e l’articolo 1 della Costituzione. Quando un mega-impianto viene realizzato, i grandi gruppi privati incassano profitti enormi, garantiti proprio dagli incentivi che tutti noi paghiamo nelle bollette elettriche. Quando invece una comunità prova a difendere la propria terra, i cittadini rischiano di dover pagare due volte: la prima con la perdita del proprio paesaggio trasformato in zone industriali e la seconda, attraverso le tasse locali, per risarcire le aziende dei profitti "fantasmi" che non hanno potuto incassare nei tempi desiderati. Questa impostazione svuota del tutto il significato di pianificazione territoriale e trasforma i Comuni in meri uffici passacarte, espropriando la popolazione locale di ogni voce in capitolo sul proprio futuro. La transizione energetica, che dovrebbe essere un percorso partecipato verso la sostenibilità, rischia così di trasformarsi in una vera e propria colonizzazione industriale del territorio, dove le esigenze dei bilanci finanziari e delle rendite speculative prevalgono del tutto sui diritti delle comunità, sulla tutela della biodiversità e sulla democrazia locale. Francesco Cappello