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СтатистикаArticoli, rassegna stampa e appuntamenti di lotta contro frontiere e centri di espulsione. Per scriverci: hurriya@autistici.org Blog: hurriya.noblogs.org
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A Torpignattara (Roma) i pranzi/cene di ogni seconda domenica del mese tornano a settembre. 13 settembre cena di quartiere dalle ore 19 a Largo Perestrello
Il CPR di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, ha ucciso ancora. Nel tardo pomeriggio di oggi si è diffusa la notizia della morte di una persona reclusa, della quale non è stato diffuso nemmeno il nome, della protesta dei suoi compagni, di incendi e dell'intervento repressivo di polizia, carabinieri e guardia di finanza, di altri feriti tra i reclusi, dell'arrivo di una ambulanza e un'eliambulanza. Le informazioni sono come al solito confuse e frammentate, perché quello che avviene nei lager deve sempre essere filtrato dalle autorità per silenziarne la violenza quotidiana. Seguiranno aggiornamenti
[continua da sopra] Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un'ulteriore escalation della guerra condotta dall'Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno. Collettivo Rotte Balcaniche Contatti: collettivorottebalcaniche@proton.me
[fonte: Collettivo Rotte Balcaniche] Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara. Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l'ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall'avvio, nel mese di giugno, dell'implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall'Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come "Libertà, Hurriya" e "Open camp! Open camp!", riunendosi gioiosamente mentre all'esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un'ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate.
Detenzione amministrativa negli Stati Uniti? Tra chi ci lucra e come si resiste Parliamo della detenzione amministrativa negli Stati Uniti, un tema centrale per capire come la macchina del razzismo istituzionalizzato dell’amministrazione Trump – dalle retate ICE nelle strade alla detenzione – si muova nel cuore del capitalismo. Gli Administrative Detention Centers, il corrispettivo statunitense dei nostri CPR, vengono gestiti in gran parte da colossi privati che lucrano miliardi sulla pelle delle persone recluse, con investimenti pubblici esplosi dalla seconda amministrazione Trump. Ripercorriamo due momenti di lotta che hanno scosso quei centri dalle fondamenta negli ultimi anni: lo sciopero della fame collettivo dell’aprile 2020 all’Otay Mesa Detention Center di San Diego, e di come una forma di protesta di solito individuale sia diventata lotta collettiva, “contagiandosi” tra vari centri di reclusione negli USA – un parallelo che ci risuona con le rivolte nelle carceri italiane della stessa primavera 2020 e con la repressione durissima che le ha seguite. Poi le proteste e lo sciopero della fame e del lavoro del maggio 2026 a Delaney Hall, New Jersey, dove la lotta interna si è saldata con la solidarietà e i blocchi fuori dal centro, incontrando anch’essa una risposta repressiva molto violenta. Ascolta: https://radioblackout.org/podcast/detenzione-amministrativa-negli-stati-uniti-tra-chi-ci-lucra-e-come-si-resiste
[continua da sopra 2/2] Come d’altronde ha scarso valore quella di qualsiasi migrante povero, tirato per la giacca da ogni parte per biechi fini politici, da Ceuta in su. È stata proprio questa strumentalizzazione a logorare le lotte autorganizzate di chi per anni ha vissuto nelle varie tendopoli della Piana, che chiedevano case documenti e contratti per tutti. Oggi anche chi grida all’ingiustizia dovrebbe avere il pudore di tacere e guardarsi allo specchio. Nuove lotte metteranno in crisi il sistema del razzismo organizzato, nella Piana ed ovunque, e noi saremo al loro fianco, senza dimenticare quello che è stato.
[fonte: Campagne in lotta https://www.facebook.com/share/p/18xHPK3MLk/ ] San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte Uno sgombero in piena regola, in piena estate, taciuto fino all’ultimo e lontano dal picco della stagione di raccolta degli agrumi ha spazzato via l’ultima tendopoli della Piana di Gioia Tauro – il contrario di quello sbandierato nel 2019 dall’allora ministro dell’Interno Salvini, che con un massiccio dispiegamento di forze aveva obbligato decine di persone a trasferirsi da una tendopoli all’altra e molte di più a cercare un’alternativa di fortuna. Questa volta la destinazione di oltre 100 abitanti dell’ormai fu tendopoli – la 4a costruita nella zona industriale di San Ferdinando a partire dal 2012, per volere dello stesso Ministero – sono 5 palazzine site nel vicino comune di Rosarno, rimaste vuote per quasi un decennio nonostante fossero destinate proprio ai lavoratori delle campagne della tendopoli. Dopo i rifiuti razzisti del comune di Rosarno, il cui sindaco la magistratura ha decretato essere colluso con la ‘ndrangheta, dopo anni di silenzi da parte di istituzioni, associazioni e sindacati davanti alle chiare richieste degli abitanti della tendopoli, aprono le case, già vecchie e dilapidate, in cui a quanto pare in alcuni casi manca la corrente. Proprio come nel vicino Villaggio della Solidarietà, aperto, anche qui dopo più di un decennio, per far posto a chi era stato sgomberato dal fatiscente campo container di contrada Testa dell’Acqua, a Rosarno, dove manca anche l’acqua ma bisogna comunque pagare l’affitto, come nelle palazzine di Serricella. A cui comunque i lavoratori – quelli con i documenti, beninteso, perché gli altri sono stati espulsi, alcuni rinchiusi in un CPR – non devono abituarsi, perché presto le case dovranno essere destinate ad altri, perché non si possono fare favoritismi verso gli immigrati. Un progetto da 10 milioni di euro, finanziato da un congiunto di fondi tra cui il PNRR e il Decreto Caivano, prevede infatti che chi ora è a Serricella l’anno prossimo si trasferisca in una fantomatica fattoria solidale, acquistata dal comune di San Ferdinando e che dovrebbe costituire un polo sociale fonte di autosostentamento e creatore di integrazione e comunità. Chissà se a questa favola qualcuno ha mai creduto davvero – di certo non ci crederanno i diretti interessati, mantenuti all’oscuro di tutto, fino all’ultimo anche dello sgombero, senza che abbiano potuto recuperare nemmeno i loro effetti personali prima che venissero travolti dalle ruspe. D’altronde erano senza elettricità da mesi, nonostante le centinaia di migliaia di euro spese dal comune per ripristinare l’impianto, che non ha mai funzionato e che ora è andato distrutto insieme a tutto il resto. E non potevano nemmeno usare le biciclette, sistematicamente confiscate e distrutte per “incoraggiare” le persone ad andarsene “spontaneamente”. Rimane in tenda una persona che avrebbe i requisiti per poter accedere alle palazzine ma per qualche crudele cavillo burocratico viene lasciata marcire sulle rovine del campo/ghetto. È iniziato così un altro ciclo nell’eterno ritorno del ghetto che sorge sulle ceneri del campo, che sorge sulle ceneri del ghetto, il tutto ovviamente oliato profumatamente da finanziamenti pubblici. Dove andrà chi tra un mese inizierà ad arrivare nella Piana per la nuova stagione di raccolta non è ovviamente un problema delle istituzioni nè di chi di quel lavoro sfrutta. Molti torneranno dal saluzzese, dove sono al momento impiegati nella raccolta della frutta e dove come ogni anno si è ripetuto lo stesso copione: lavoratori accampati al parco e sistematicamente cacciati, le loro cose distrutte – ma è il “modello Saluzzo”, che non può essere messo in discussione e anzi viene portato ad esempio virtuoso. La vita dei lavoratori delle campagne, si sa, ha sempre avuto scarso valore, come ci ricorda l’infernale bollettino di guerra dei morti di caldo nei campi, o negli incidenti stradali, negli incendi, negli agguati razzisti. [continua... 1/2]
A San Ferdinando in Calabria, per la quarta volta in 16 anni, è stata sgomberata e distrutta dalle ruspe la tendopoli istituzionale allestita per segregarvi lavoratori agricoli immigrati dopo la rivolta del 2010. I media raccontano di uno sgombero lampo, ordinato, senza problemi, a differenza dei precedenti, quando abitanti e solidali cercarono di resistere e rivendicare i propri bisogni. I politici locali hanno esultato per "l'evento storico", che rappresenta "una delle pagine più belle della storia della Calabria". I sindacati parlano di una "spinta positiva". Le associazioni e gruppi locali si lamentano di non essere state consultate. In realtà si è trattato ancora una volta di un violento atto di repressione e di controllo. Durante lo sgombero la polizia ha identificato 458 persone nella zona, e perquisito 60 tende e identificato 165 lavoratori all’interno della tendopoli. 42 persone sono state portate in questura: 8 hanno ricevuto un decreto di espulsione e 4 sono state recluse nei CPR. Un centinaio di lavoratori, che avevano un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro, sono stati trasferiti nelle 4 palazzine di contrada Serricelle a Rosarno, ultimate nel 2018 e lasciate vuote per 7 anni e mezzo, pur essendo vincolate fin dall’origine del progetto ad abitazioni per lavoratori agricoli immigrati. Qui i lavoratori alloggeranno solo temporaneamente, con controlli all’ingresso e uscita e il coprifuoco notturno, dopo aver sborsato 160 euro come caparra per l’affitto, e successivamente verranno trasferiti nella prevista “Fattoria solidale”, in prefabbricati di legno, una struttura della quale non si conosce pubblicamente né il progetto né la durata dei lavori di costruzione. Nel marzo 2019, durante il penultimo sgombero, queste palazzine erano già disponibili ma le autorità costrinsero i lavoratori, che reclamavano queste case come da progetto, a lasciare la vecchia tendopoli per trasferirsi nella nuova, proprio quest’ultima sgomberata e smantellata negli scorsi giorni. All’epoca le voci dei lavoratori, che già avevano indicato la strada giusta con la lotta, restarono inascoltate. Ora decine di persone sono rimaste prive di un minimo riparo, e la stessa mancanza di alloggi riguarderà i lavoratori che arriveranno in autunno per l'inizio della stagione di raccolta. Solo la lotta può contrastare questo regime di sfruttamento, apartheid e violenza istituzionale. Documenti, case e contratti per tutti e tutte!
Tecnologie della sorveglianza: dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo ai guadagni israeliani --- Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso e approfondito le varie modifiche normative che impatteranno gravemente sulla vita delle persone, sprovviste di documenti europei o permessi di soggiorno, in viaggio. Ma tra le righe di questi accordi tra gli Stati dell’Europa occidentale vi è la decisione di implementare gli investimenti economici in merito ai dispositivi di controllo non solo delle persone (si veda il – più che discusso – database Eurodac) ma soprattutto delle frontiere terrestri e marine. [...] Ascolta: https://radioblackout.org/podcast/tecnologie-della-sorveglianza-dallapplicazione-del-nuovo-patto-europeo-su-migrazione-e-asilo-ai-guadagni-israeliani
Da alcuni giorni migliaia di persone raggiungono a nuoto Ceuta, exclave spagnola nel territorio del Marocco. Lo Stato spagnolo negli anni ha speso decine di milioni per impedire questi arrivi, innalzando reticolati, fili spinati e muri, dispiegando droni, telecamere termiche, torrette e centinaia di agenti. Ma gli insopprimibili bisogni e desideri di libertà hanno trovato un modo per aggirare questa frontiera militarizzata che circonda l'Europa, al costo di migliaia di morti ogni anno. Purtroppo anche ieri almeno 18 persone sono morte nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo, e si aggiungono alle altre 28 trovate annegate dall'inizio dell'anno a Ceuta. La cinica Europa che non batte ciglio per le persone che uccide nel Mediterraneo, si dice ora allarmata per le persone che sono riuscite ad arrivare sane e salve. Solidarietà a chi brucia le frontiere
Condividiamo un contributo dell'Assemblea NO CPR FVG sulle recenti assoluzioni per la morte di Vakhtang Enukidze, avvenuta a seguito di un pestaggio delle guardie nel CPR di Gradisca d'Isonzo nel 2020, a poche settimane dalla sua riapertura. "Il razzismo non è solo retorica, ma una macchina reale [...]. La morte, in questo complesso, non è un semplice accidente, ma uno dei suoi tanti effetti, conseguenza del funzionamento e monito per i/le liberi/e" https://nofrontierefvg.noblogs.org/post/2026/07/14/sulle-assoluzioni-per-la-morte-di-vakhtang-la-farsa-della-giustizia-la-realta-del-razzismo-di-stato/
Riceviamo e pubblichiamo ANCORA FUOCO A MACOMER L’arroganza e la stupidità del sistema razzista occidentale si manifestano quando pensa che moltiplicando e rinforzando le frontiere riuscirà a bloccare il movimento degli esseri umani delle cui vite colonialismo e imperialismo hanno disposto per secoli. La stessa ottusità si dimostra nella gestione del CPR di Macomer. Dopo il fuoco della rivolta di aprile che ha danneggiato un intero blocco, che dopo mesi non è stato ancora riaperto, le violenze di sbirri e operatori sono proseguite come se nulla fosse accaduto. Sono proseguite le piccole e grandi ritorsioni, sono proseguiti gli abusi sanitari, abbiamo denunciato casi di scabbia, la detenzione di persone gravemente malate e la mancanza di cure di ogni tipo, persino di cure odontoiatriche nonostante la prefettura vanti l’acquisto di una poltrona ortodontica mai installata. Abbiamo raccontato la mancanza di acqua potabile e di temperature di gran lunga superiori di quelle all’esterno. Abbiamo denunciato la detenzione di minori, gli ostacoli alla comunicazione con l’esterno perché nulla trapeli, la dinamica delle false informazioni passate da sbirri, operatori e anche qualche avvocato che alimentano inutili speranze che si infrangono contro la realtà di un’azione che tenta di ridurre i prigionieri alla nuda vita durante la detenzione, per poi rimpatriarli dopo avere tentato di sottrargli per sempre persino il sogno di una vita migliore. Questo accade con il sostegno di tutte le forze politiche e con la silente complicità dell’associazionismo assistenzialista che si alimenta con le visite a sorpresa dei politici di sinistra, facendo affidamento ad una democrazia borghese che non è mai esistita in quanto trattasi di una contraddizione in termini. Ieri i prigionieri hanno dato fuoco ad un altro blocco, ancora non sappiamo l’entità dei danni. Constatiamo che gli spazi di prigionia pian piano si stanno riducendo. Attendiamo che i prigionieri facciano quello che devono. Solidali e complici con i prigionieri in lotta
Protesta e incendio nel CPR di Macomer. Ieri 12 luglio un nuovo incendio ha danneggiato ulteriormente il lager sardo, dopo quello avvenuto a febbraio scorso che aveva reso inutilizzabile un'intera sezione. La capienza è ora inferiore ai 50 posti. In questi giorni nel CPR, sprovvisto di un impianto di ventilazione, le temperature superano spesso i 40 gradi, e rendono se possibile ancora più invivibile questo campo di concentramento.
Roma - Oggi (domenica) a Torpignattara si continua a stare in strada e a confrontarsi
S’i’ fosse treno, ardereï: di sabotaggi, Rfi e Leonardo in solidarietà allx indagatx dell’operazione del 16 giugno Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della mobilità di guerra. La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste latitudini. Con questa puntata di Harraga (in onda su Radio BlackOut) ci teniamo a dare un nostro contributo alla mobilitazione al fianco di compagnx indagatx e arrestatx: ricordando che guerra esterna e guerra interna sono le due facce della stessa medaglia. “La guerra parte anche da qui” non è uno slogan e non è riducibile alla produzione di armamenti o alla viabilità portuale. Oggi cerchiamo di analizzare come la viabilità via terra, in particolare lungo i binari ferroviari, sia centrale per la corsa al potenziamento delle infrastrutture e ai corridoi della logistica militare. Ascolta: https://radioblackout.org/podcast/si-fosse-treno-arderei-di-sabotaggi-rfi-e-leonardo-in-solidarieta-allx-indagatx-delloperazione-del-16-giugno
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Tra i centri individuati dalla circolare del Ministero dell'Interno per applicare le procedure accelerate di frontiera, per il Piemonte sono previsti 72 posti presso l'hub gestito dalla Croce Rossa a Castello d'Annone (Asti). La struttura è una ex caserma, sede dell' 111° Deposito Sussidiario dell’Aeronautica Militare, bonificata dall'amianto nel 2016 (anche con il lavoro non pagato dei richiedenti asilo all'epoca "accolti" in una tendopoli) per trasformarla in un hub di selezione e smistamento delle persone sbarcate in Italia, attivo dal maggio 2017. Già in passato nel centro, gestito dalla Croce Rossa e controllato dalle forze dell'ordine, sono avvenute proteste e fughe. Da questo hub, decine e decine di persone, provenienti dagli sbarchi a Lampedusa, sono state recluse nei CPR di Torino e Gradisca d'Isonzo.
AGGIORNAMENTO DAL CPR TORINESE In questo inizio estate bollente, il CPR di corso Brunelleschi continua ad essere segnato da violenze contro chi è rinchiuso, così come da momenti di ribellione. E' in corso il tentativo di ampliare la capienza del centro e, al tempo stesso, di mantenerlo saturo al fine di tenere alti i profitti dell'ente gestore. L'area verde (rimasta inutilizzabile in seguito alle rivolte del 2023) è stata opportunamente riaperta per consentire di svolgere lavori nell'area gialla. La verde è un'area fatiscente, con muri anneriti e nessun segno evidente dei lavori che avrebbero dovuto fare per consentirne la riapertura. Sembra invece che i lavori nell'area rossa siano quasi conclusi; lo ha suggerito la visita di alcune persone esterne nella suddetta area. Ci sono persone a cui, nonostante esse ritengano di avere i requisiti legali per uscire, viene di volta in volta prorogata la detenzione. I detenuti fanno notare, non sorprendentemente, le pessime condizioni materiali: sporco diffuso, mancanza di asciugamani, lenzuola e vestiti leggeri compatibili con l'estremo caldo estivo e, soprattutto, il razionamento dell'acqua: 1 litro al giorno, che con le temperature di questo periodo, mette a rischio la salute delle persone recluse. Fin qui risulta chiaro come il tentativo sia quello di tenere alto il profitto di Sanitalia. Ricordandoci che l'ente gestore guadagna un importo fisso per persona reclusa ogni giorno, è facile tenere le fila di come si muova in tal senso: ampliamento, anche spostando le persone in aree non "idonee"; allungamento dei tempi di detenzione; risparmio su materiali e beni di prima necessità. Sabato 20 giugno c'è stato un momento di forte rabbia e protesta: la mensa/saletta dell'area verde è stata incendiata e resa non più utilizzabile. Quattro persone sono state portate in carcere. Atti di ribellione e/o protesta sono all'ordine del giorno, portati avanti sia in forma individuale che collettiva. In molti sono portati ad assumere psicofarmaci per reggere la situazione. Una persona è riuscita a evitare il rimpatrio verso la Tunisia convincendo il pilota dell’aereo a non partire. Nel frattempo ci sono stati trasferimenti verso l’Albania e diversi rimpatri, soprattutto con voli di linea verso la Tunisia. Mentre il Ministero degli Interni progetta nuovi CPR e dichiara di voler mettere a disposizione oltre 8mila posti in centri atti a smaltire le procedure accelerate di frontiera e velocizzare i rimpatri, in linea con l'entrata in vigore del nuovo Patto europeo sull'asilo e l'immigrazione, ribadiamo che per ogni centro che apre, da qualche parte, ci sono rivolte che ne danneggiano o ne bruciano un altro. Qui sotto l'aggiornamento andato in onda all'informazione di Radio Blackout costruito insieme da alcune persone recluse nel CPR torinese. https://radioblackout.org/2026/06/voci-dal-cpr-di-torino/
Il Ministero degli Interni ha emanato una circolare (ancora non disponibile pubblicamente, ma girata sui media) dove si individuano i nuovi centri governativi preposti all'applicazione delle "procedure accelerate di frontiera", in base a quanto previsto nel nuovo Patto europeo sull'asilo e l'immigrazione, entrato in vigore il 12 giugno 2026. Il governo italiano metterà a disposizione 8.017 posti (il numero più alto tra i paesi europei): in Campania 67 posti a Morcone, in provincia di Benevento. In Emilia-Romagna, 893 posti (540 a Bologna, 220 a Ozzano, 50 a Sasso Marconi, 21 a Bondeno, 42 a Ferrara, 20 a Porto Maggiore). 487 in Friuli Venezia Giulia, 20 nel Lazio, 72 in Liguria, 1091 in Lombardia (di cui 945 a Milano), 72 in Piemonte, 290 in Sardegna, 100 in Sicilia, 49 in Toscana, 3.754 in Veneto.