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Nel Segreto dell’anima…

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  • 13 AGOSTO SANTI PONZIANO E IPPOLITO † Sardegna, 19 novembre 235 Ponziano, papa dal 230 al 235, e Ippolito, sacerdote, condannati dall'imperatore Massimino ai lavori forzati nelle miniere di Sardegna (235), vi morirono a causa dei maltrattamenti. La traslazione di Ponziano nella cripta dei Papi nel cimitero di Callisto e di Ippolito in quello sulla via Tiburtina a Roma il 13 agosto è attestata dalla 'Depositio Martyrum' (354). La forma ordinaria del rito romano lo ricorda il 13 agosto insieme a Sant'Ippolito, mentre la forma extra-ordinaria lo commemora il 19 novembre. Martirologio Romano: Santi martiri Ponziano, papa, e Ippolito, sacerdote, che furono deportati insieme in Sardegna, dove entrambi scontarono una comune condanna e furono cinti, come pare, da un’unica corona. I loro corpi, infine, furono sepolti a Roma, il primo nel cimitero di Callisto, il secondo nel cimitero sulla via Tiburtina. #sanPonziano#sanIppolito #martire #Papa #Sacerdoti #carità #preghiera #martirio #deportazione #BeataVergine #Chiesa #santi #SacraScrittura #santità #memoria #Gesù #VergineMaria #nelSegretodellAnima #13agosto Canale Telegram: https://t.me/nelSegretodellAnima

  • ➡️Dalle «Memorie» della religiosa segretaria di santa Giovanna Francesca (Da: Françoise-Madeleine de Chaugy, Mémoires sur la vie et les vertus de sainte J. F. de Chantal, III, 3, 3e édit., Paris, 1842, pp. 314-319) L’amore è forte come la morte    Un giorno la beata Giovanna disse queste parole di fuoco, che vennero subito fedelmente raccolte:«Figlie carissime, molti dei nostri santi padri e colonne della Chiesa, non subirono il martirio: perché – secondo voi – ciò accade?». Dopo che ognuna ebbe risposto, quella beata madre riprese: «Ed io penso che ciò sia accaduto perché vi è un altro martirio, il martirio di amore, nel quale Dio, mentre sostiene in vita i suoi servi e le sue serve perché si spendano per la sua gloria, li rende insieme martiri e confessori. Io so che a questo martirio – aggiunse – sono chiamate le Figlie della Visitazione, e per disposizione di Dio lo soffriranno le più fortunate, che l’avranno chiesto».    Una sorella le chiese come potesse avvenire questo martirio, ed ella rispose: «Dite il vostro totale sì a Dio, e ne farete la prova. Infatti l’amore divino immerge la sua spada nelle parti più intime e segrete dell’anima, e ci separa da noi stessi. Ho conosciuto un’anima, che l’amore ha separato da quanto le era più caro non meno che se i persecutori a colpi di spada le avessero separato lo spirito dal corpo».    E noi comprendemmo che parlava di sé. Un’altra sorella le chiese quanto potesse durare questo martirio. Rispose: «Dall’istante in cui ci doniamo a Dio senza alcuna riserva, fino al termine della vita. Ma questo vale per le persone magnanime, che, non tenendo nulla per sé, tengono fede all’amore, perché il nostro Dio non intende concedere questo martirio ai deboli, poveri di amore e di costanza, e lascia che conducano la loro vita a passo mediocre, purché non si allontanino da lui; infatti non forza mai la libera volontà».    Infine le si chiese se questo martirio di amore potesse uguagliare quello del corpo. «Non preccupiamoci dell’uguaglianza: tuttavia ritengo che l’uno non ceda all’altro, perché “l’amore è forte come la morte”, e i martiri d’amore sopportano dolori mille volte più gravi conservando la vita per fare la volontà di Dio, che se dovessero dare mille vite in testimonianza di fede, di carità, di fedeltà»

  • COMMENTO AL VANGELO A cura di #PadreRobertoPasolini Fino allo sterminio Roberto Pasolini Sterminare significa condurre a termine. Distruggere, abbattere, mandare in perdizione sono tutti legittimi sinonimi di questa inquietante forma verbale che la Scrittura del Primo Testamento pone oggi nelle intenzioni di un Dio acceso di collera per le «nefandezze» e le «violenze» (Ez 8,17) che si compiono in mezzo al suo popolo. Vedendo il dilagare dell'ingiustizia, Dio decide di sterminare la sua amata «casa di Giuda» (8,17) per opera di «sei uomini ciascuno, con lo strumento di sterminio in mano» (9,2). È un testo tremendo che ci pone di fronte a un volto divino assolutamente spietato: «Colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio» (Ez 9,5-6). La rabbia del cielo sembra volersi scagliare senza freni proprio sulle categorie più deboli e indifese del popolo. C'è però una feritoia di luce in questo testo profetico e tenebroso, un particolare di estremo interesse sul quale deve soffermarsi la nostra attenzione: «un uomo vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco» (9,2). A questo misterioso personaggio, che appare subito come una presenza pacifica e autorevole, il Signore dice: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono» (Ez 9,4). Accanto all'intenzione di punire il popolo, il linguaggio antico e duro del Testamento Antico registra anche nel cuore di Dio il desiderio di impartire un'ultima, disperata benedizione al suo popolo infedele. Quasi un estremo tentativo di rinunciare a mettere in atto la pena che il popolo merita a causa della sua impenitente condotta: «Non toccate chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,6). San Francesco, capace di scoprire come «l'economia veterotestamentaria sia in movimento verso Cristo» (Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 21), era rimasto colpito e affascinato da questa figura misteriosa che già i santi Padri avevano riletto come anticipatrice della persona di Cristo che, con la sua Croce (dalla forma simile alla lettera tau), ha proiettato un'ombra di salvezza sulla fronte dell'intera umanità, come ricordava oggi lo stesso canto al Vangelo: «Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione». Se poniamo al centro della riflessione la volontà di preservare il popolo dallo sterminio, il testo di Ezechiele può diventare anticipazione di quella volontà di perdono che Gesù ha manifestato pienamente nella sua vita e nei suoi insegnamenti. Nel Vangelo di oggi ritroviamo questa logica di misericordia pienamente espressa nel discorso ecclesiastico sulla correzione fraterna. Gesù insegna ai suoi discepoli a esprimere una crescente capacità di riammettere nella comunione il fratello che «commette una colpa» (Mt 18,15), anche quando egli «non ti ascolterà» (18,16). La parola del perdono è difficile da accogliere, per questo il Maestro comanda ai suoi discepoli di aumentare il volume di questa voce di salvezza quando il peccatore non riesce ad ascoltarla, fino a coinvolgere tutta la chiesa: «Se poi non ascolterà... dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano o un pubblicano» (Mt 18,17). Che significa: se tutta la comunità non riesce a suscitare la conversione del peccatore, ricordatevi che egli è come un pagano, un pubblicano, cioè una pecorella che si è perduta, di cui il Signore andrà ancora una volta alla ricerca. Come ha fatto con Matteo, il pubblicano convertito che ha scritto queste parole! Fino allo sterminio, dunque, dicono oggi a noi le Scritture. Fino a sterminare il giudizio con la misericordia senza limiti, perché ogni persona che incontriamo porta sulla fronte il segno dell'amore infinito di Dio. Ogni persona che incontriamo – dice il Signore – è «il tuo fratello» (18,15).

  • VANGELO DEL GIORNO Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,15-20 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Parola del Signore.

  • 12 AGOSTO SANTA GIOVANNA FRANCESCA FRÉMIOT DE CHANTAL Digione, Francia, 1572 - Moulins, Francia, 13 dicembre 1641 La vita di Giovanna Frémiot è legata indissolubilmente alla figura di Francesco di Sales, suo direttore e guida spirituale, e di cui fu seguace e al tempo stesso ispiratrice e collaboratrice. Nata a Digione nel 1572, a vent'anni sposò il barone de Chantal, da cui ebbe numerosi figli. Rimasta vedova, avvertì sempre di più il desiderio di ritirarsi dal mondo e di consacrarsi a Dio. Sotto la guida di Francesco di Sales, diede vita a una nuova fondazione intitolata alla Visitazione e destinata all'assistenza dei malati. L'Istituto si diffuse rapidamente nella Savoia e nella Francia. Ben presto seguirono Giovanna, diventata suor Francesca, numerose ragazze, le Visitandine, come erano chiamate e universalmente note le suore dell'Isituto. Prima della sua morte, avvenuta a Moulins il 13 dicembre del 1641, le case della Visitazione erano 75, quasi tutte fondate da lei. Martirologio Romano: Santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, religiosa: dal suo matrimonio cristiano ebbe sei figli, che educò alla pietà; rimasta vedova, percorse alacremente sotto la guida di san Francesco di Sales la via della perfezione, dedicandosi alle opere di carità soprattutto verso i poveri e i malati; diede inizio all’Ordine della Visitazione di Santa Maria, che diresse pure con saggezza. Il suo transito avvenuto a Moulins sulle rive dell’Allier vicino a Nevers in Francia ricorre il 13 dicembre. #santaGiovannaFrancesca #DeChantal #SanFrancescoDeSales #Religiosa #matrimonio #preghiera #Visitazione #BeataVergine #Chiesa #santi #SacraScrittura #santità #memoria #Gesù #VergineMaria #nelSegretodellAnima #12agosto Canale Telegram: https://t.me/nelSegretodellAnima

  • “Che io bruci, Signore, celeste Re, del fuoco della tua carità.” Santa Chiara #SantaChiara #SanFrancesco #fuocodellacarità #Gesù #nelSegretodellAnima

  • 🌺Attirami a te, o Celeste Sposo!🌺 Dietro a te correremo attratti dalla dolcezza del tuo profumo. Correrò senza stancarmi, finché tu m'introduca nella tua cella inebriante. Allora la tua sinistra passi sotto il mio capo e la tua destra mi abbraccerà deliziosamente e tu mi bacerai col felicissimo bacio della tua bocca. E in questa comunione ti parlerò dei miei fratelli. O Amore che abiti i nostri cuori, vivi nelle nostre opere e, tutto di noi imiti la tua semplicità, la tua umiltà e la tua povertà. O Amore che abiti i nostri cuori, feconda in noi la carità di Cristo. O Crocifisso povero che ci strappi dal principe delle tenebre, donaci il tuo coraggio, e l’ardente desiderio di te, prenda l’andatura di una corsa che mai si arresti se non nel tuo abbraccio. La gioia di te, o Signore, scacci ogni ombra di tristezza. Davanti a te i miei occhi contemplino l’eternità; accanto a te, la mia anima contempli il paradiso; dentro te il mio cuore diventi Te. Tutto di me conosca la tua amicizia e la segreta dolcezza, che riservi a coloro che ti amano, sia il mio tesoro. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Il Signore vi benedica e vi custodisca, mostri a voi la sua faccia e vi usi misericordia. Rivolga a voi il suo volto e vi doni la pace. Il Signore sia sempre con voi ed Egli faccia che voi siate sempre con Lui. Amen. Santa Chiara

  • COMMENTO AL VANGELO A cura di #PadreRobertoPasolini Meno grandi Roberto Pasolini             ASCOLTA = APRI LA BOCCA È un ascolto attivo. Non avviene solo con le orecchie, è necessario che «la bocca» mangi ciò che le orecchie ascoltano, cioè che ci preoccupiamo di metabolizzare il cibo che deve riempire le nostre viscere. Proprio come dice il salmista: «Apro anelante la bocca, perché desidero i tuoi comandamenti». Questo è contro un’idea un po’ intellettuale e occidentale di ascolto. Noi pensiamo che ascoltare sia una cosa che avvenga in assoluto silenzio e tranquillità. A tale concezione si lega anche un’immagine di obbedienza. Noi crediamo di dover/poter mettere in pratica una parola che abbiamo ascoltato solo quando essa ha convinto la nostra volontà. Peccato che questo momento, talvolta – soprattutto con alcune parole! – non arriva mai per il nostro cuore «ribelle» (Ez 2,8)! Nella mentalità ebraica, ascoltare significa fare qualcosa: ruminare, ripetere, masticare. E questo è già obbedienza incipiente. È già porsi davanti a Dio «come un bambino» che «accoglie», senza inutili chiusure aprioristiche.               ASCOLTA = DIVENTA COME I BAMBINI Noi vorremmo ascoltare per diventare «più grande» di chi ci parla, accogliendo solo ciò che non ci mette a nudo e non ci chiede di cambiare. Ma così (non!) facendo non cresciamo, rimaniamo bloccati e chiusi. Oggi il Maestro Gesù cerca di guarire la nostra aspirazione di grandezza invitandoci a considerare i «piccoli» come paradigma di coloro che «vedono sempre la faccia del Padre», cioè coloro che accettano di poter diventare sempre più «grandi» ascoltando e imparando da colui che «non vuole che si perda neanche uno solo» dei suoi figli. E per questo pone sulla loro bocca parole dolci al palato, li imbocca coma fa un Padre premuroso e attento, che ci offre cibo per la nostra vita e la nostra crescita. Ed è un’esperienza dolce, che ci fa esclamare: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Sal 118). Sembra che la Scrittura oggi voglia ravvivare il desiderio di Dio di poterci nutrire, come un adulto fa con il suo figlio piccolino. Non per mantenerci dentro un’infanzia non responsabile. Anzi, per farci crescere fino a piena maturità. Naturalmente la Scrittura – così facendo – sollecita la nostra libertà a offrire una risposta.

  • VANGELO DEL GIORNO Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli. Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,1-5.10.12-14 In  quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda». Parola del Signore.

  • 11 AGOSTO SANTA CHIARA Assisi, 1193/1194 - Assisi, 11 agosto 1253 Chiara d’Assisi nacque ad Assisi nel 1193 o 1194, in una famiglia nobile e benestante. Suo padre, Favarone di Offreduccio, apparteneva all’aristocrazia cittadina, mentre la madre Ortolana era una donna profondamente religiosa, che aveva compiuto pellegrinaggi in Terra Santa e in altri importanti luoghi della cristianità. Chiara crebbe quindi in un ambiente privilegiato e, secondo le consuetudini dell’epoca, la famiglia pensava per lei a un matrimonio adeguato alla sua posizione sociale. Fin da giovanissima, però, mostrò una sensibilità diversa: amava la preghiera, aiutava i poveri e sentiva crescere dentro di sé il desiderio di appartenere interamente a Dio. La sua vita cambiò quando conobbe la predicazione di Francesco d’Assisi. Francesco aveva rinunciato alle ricchezze della propria famiglia per vivere il Vangelo nella povertà e nella fraternità. Le sue parole colpirono profondamente Chiara, che iniziò a incontrarlo segretamente per comprendere quale fosse la volontà di Dio sulla propria vita. Poco a poco maturò una decisione radicale: anche lei avrebbe lasciato ogni privilegio per seguire Cristo povero. La sera della Domenica delle Palme del 1212, quando aveva circa diciotto anni, Chiara lasciò di nascosto la casa paterna e raggiunse Francesco e i suoi frati alla Porziuncola, nella piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli. Qui depose gli abiti preziosi della nobiltà, Francesco le tagliò i capelli come segno della sua consacrazione e Chiara indossò una semplice veste di penitenza. Fu l’inizio di una nuova vita. La famiglia reagì duramente e cercò di riportarla a casa. Chiara, però, rimase ferma nella sua scelta. Poco tempo dopo anche sua sorella Caterina, che prendendo l’abito religioso avrebbe assunto il nome di Agnese, decise di raggiungerla. Francesco affidò infine Chiara e le sue compagne al piccolo monastero di San Damiano, appena fuori dalle mura di Assisi. Qui nacque la comunità delle Povere Dame di San Damiano, che in seguito sarebbero state conosciute come Clarisse. La loro vita era semplice e austera: preghiera, silenzio, lavoro manuale, fraternità e povertà assoluta. Chiara non desiderava che il monastero possedesse ricchezze o rendite stabili; voleva che le sorelle vivessero affidandosi completamente alla Provvidenza. Questo desiderio di povertà accompagnò tutta la sua esistenza. Chiara dovette insistere a lungo presso i Pontefici perché alla sua comunità fosse riconosciuto il cosiddetto «privilegio della povertà», cioè il diritto di non possedere beni. La tradizione racconta anche un episodio molto conosciuto avvenuto durante un attacco ad Assisi. Mentre le truppe minacciavano il monastero di San Damiano, Chiara, già gravemente malata, fece portare davanti alla porta la pisside contenente il Santissimo Sacramento e pregò con fiducia perché le sorelle e la città fossero protette. Gli assalitori si ritirarono. Per questo nell’iconografia Santa Chiara viene spesso rappresentata mentre tiene tra le mani l’Eucaristia. Negli ultimi anni della sua vita fu colpita da una lunga malattia che la costrinse spesso a letto, senza però impedirle di continuare a guidare le sue sorelle. Fu la prima donna nella storia della Chiesa a scrivere una Regola per una comunità femminile approvata dal Papa. L’approvazione definitiva arrivò il 9 agosto 1253, appena due giorni prima della sua morte. Chiara morì a San Damiano l’11 agosto 1253, circondata dalle sue sorelle. Fu canonizzata appena due anni dopo, nel 1255, da Alessandro IV. Il suo corpo riposa nella Basilica di Santa Chiara, meta ancora oggi di pellegrini provenienti da tutto il mondo. #santaChiara #Assisi #SanFrancesco #Vergine #povertà #preghiera #BeataVergine #Chiesa #santi #SacraScrittura #santità #memoria #Gesù #VergineMaria #nelSegretodellAnima #11agosto Canale Telegram: https://t.me/nelSegretodellAnima

  • ➡️Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397) Fu ministro del sangue di Cristo        Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell'altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione.      San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue.      Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della morte del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L'ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.      Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell'imitazione di Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l'apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all'effusione del sangue, fino a rassomigliargli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.      Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l'edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna persona deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4).      Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all'effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L'Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!       «Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento!      Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano l'esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l'Apostolo che dice: «Se siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).

  • COMMENTO AL VANGELO A cura di #PadreRobertoPasolini Con gioia Roberto Pasolini Fin dai primi secoli della storia del cristianesimo, il martire san Lorenzo viene raffigurato come un giovane diacono, rivestito della dalmatica, con la graticola su cui è stato arso vivo in una mano, e nell’altra la borsa contenente il «tesoro» di carità della Chiesa romana. In questa immagine troviamo sintetizzati i lineamenti essenziali della sua figura, secondo quanto la letteratura agiografica – tanto incerta quanto vivida e sapiente – ci rende noto di questo appassionato apostolo: una sincera e costante attenzione ai poveri, unita a una rocciosa volontà di dare testimonianza al vangelo di Cristo. Alla richiesta del prefetto dell’imperatore Valeriano che, a metà del III sec. d.C., gli imponeva di consegnare i beni ecclesiastici di cui era amministratore, Lorenzo risponde: «Ecco, questi sono i tesori della Chiesa», non indicando però né oro né argento, ma soltanto una folla di poveri, malati, emarginati di cui egli quotidianamente si prendeva cura e ai quali aveva appena distribuito le offerte contenute nella cassa della Chiesa. Tre giorni dopo questo gesto di grande libertà interiore, che accende lo sdegno del collerico imperatore romano, Lorenzo viene condannato a morte e ucciso, portando a compimento nella sua stessa carne la promessa di Gesù nel vangelo: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (Gv 12,26). Le parole che Paolo rivolge alla comunità di Corinto, continuamente bisognosa di rimettere al centro del suo essere e del suo agire il principio della carità, sembrano essere state ben comprese e vissute dal diacono e martire Lorenzo. Anzi, potremmo considerarle persino il suo perfetto epitaffio: «Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno» (2Cor 9,9). Tuttavia, la riflessione dell’apostolo ci ricorda il segreto di qualsiasi testimonianza vissuta attraverso il battesimo nel Signore crocifisso e risorto, che non può essere mai imposta, né tantomeno programmata. Infatti, «ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (9,7). Potremmo dire, in altre parole, che solo colui che si sente amato personalmente e intimamente da Dio è capace di seminare «con larghezza» (9,6) nel campo del mondo e di «compiere generosamente tutte le opere di bene» (9,8). Vivere il battesimo, fino a saper accettare tutte le sue più radicali conseguenze, impone a ogni discepolo di Cristo la sfida di saper interpretare la vita come un dono che si riceve da «colui che dà» e sempre «darà» (9,10), quindi qualcosa da «restituire» senza indulgere in logiche di paura o rimanere paralizzati dagli istinti di autoconservazione: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). Nella sua estrema dolcezza e nella sua sapiente pedagogia, il Signore Gesù sembra non stancarsi mai di accordarci tutto il tempo necessario per accogliere la logica del vangelo, fino a diventarne creativi e gioiosi interpreti: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Nella notte in cui, tradizionalmente, gli occhi di tutti si levano verso il cielo, alla ricerca di qualche stella cadente, la memoria di san Lorenzo può ravvivare la coscienza che noi pure, in fondo, non siamo altro che luminose meteore, chiamate nel breve transito di questa vita terrena a diventare per tutti un riflesso della luce di Dio, lasciando affondare dentro il terreno della storia l’offerta della vita ricevuta. Il desiderio – o meglio la preghiera – da esprimere in questo giorno può essere allora anche molto semplice: ricominciare ad assumere la responsabilità del nostro battesimo «generosamente» e «con gioia».

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