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  • «Quante volte dovrò perdonare mio fratello?». È una domanda bellissima quella che Pietro rivolge a Gesù nel Vangelo di oggi. In fondo è la domanda di ciascuno di noi. Esiste un limite oltre il quale non siamo più tenuti a perdonare? Gesù risponde con un numero simbolico, «settanta volte sette», per dirci che il perdono, quando nasce dall'amore di Dio, non può essere misurato con il calcolo. Subito dopo racconta la parabola del servo spietato. Ed è lì che si trova la chiave di tutto. Il motivo per cui possiamo perdonare sempre non è che il male ricevuto sia poca cosa. Il motivo è un altro: chi ha fatto davvero esperienza della misericordia di Dio non può più guardare gli altri con gli stessi occhi di prima. Il problema nasce quando perdiamo la memoria di questo dono. Per questo mi colpisce sempre quando qualcuno si presenta davanti a Dio pensando di non avere poi molto da farsi perdonare, come se fosse semplicemente una “brava persona”. La presunzione di sentirsi migliori degli altri è una delle forme più sottili dell'orgoglio. Chi pensa di non avere ricevuto molto difficilmente sentirà il bisogno di donare molto. Chi invece sa di essere stato rialzato, assolto e amato oltre ogni merito trova lentamente la forza di fare lo stesso con gli altri. Per questo Gesù conclude dicendo che il perdono deve nascere “di cuore”. Non nasce da uno sforzo eroico. Nasce dalla gratitudine. E quando una persona vive nella memoria dell'amore ricevuto, scopre che ciò che sembrava impossibile diventa, poco alla volta, una strada percorribile. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Giovedì 13 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,21- 19,1 In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

  • «Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo». Il Vangelo di oggi ci ricorda una pratica che abbiamo quasi completamente dimenticato: la correzione fraterna. Non si tratta di un invito a controllare la vita degli altri o a sentirci moralmente superiori. Al contrario, è una delle forme più autentiche dell'amore. Molto spesso facciamo esattamente il contrario di ciò che Gesù insegna. Quando qualcuno sbaglia, siamo tentati di parlarne con tutti tranne che con lui. Usiamo gli errori altrui per umiliare, per ferire, per alimentare pettegolezzi o, peggio ancora, per costruire giudizi definitivi sulla persona. Il Vangelo, invece, ci chiede di custodire il fratello, non di esporlo. Correggere fraternamente significa avere a cuore il bene dell'altro. È il coraggio di avvicinarsi con discrezione e carità per aiutare qualcuno a non farsi del male. Chi ama davvero non rimane indifferente davanti agli errori della persona amata, ma sceglie il modo giusto per aiutarla a ritrovare la strada. C'è però una differenza decisiva tra correggere e giudicare. La correzione nasce dall'amore e desidera la guarigione. Il giudizio nasce spesso dall'orgoglio e cerca soltanto una condanna. Noi abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a vedere ciò che da soli non riusciamo più a riconoscere. Non abbiamo bisogno di accusatori, ma di fratelli. Una vera amicizia, una vera comunità, una vera famiglia sono luoghi in cui ci si aiuta reciprocamente a crescere, senza paura della verità e senza rinunciare alla misericordia. Per questo il Vangelo conclude parlando della comunione: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». La presenza di Gesù non nasce semplicemente dal fatto che alcune persone si trovino nello stesso luogo. Nasce quando esistono relazioni vere, fondate sulla carità, sulla verità e sul desiderio reciproco del bene. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Mercoledì 12 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,15-20 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

  • «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». Queste parole di Gesù sono tra le più fraintese del Vangelo. Diventare come bambini non significa rimanere immaturi o vivere una sorta di infantilismo spirituale. Significa recuperare ciò che rende un bambino veramente tale: la fiducia. Il bambino vive sapendo di essere nelle mani di qualcuno che si prende cura di lui. È questa la piccolezza evangelica. Molto spesso pensiamo che diventare adulti significhi non avere bisogno di nessuno, controllare tutto, bastare a noi stessi. Il Vangelo ci insegna invece il contrario. La maturità della fede consiste nel riconoscere che la nostra vita è davvero al sicuro quando è nelle mani di Dio. Questa fiducia non ci rende più deboli. Ci rende più liberi. È proprio chi si sente custodito da un amore più grande che trova il coraggio di prendere decisioni grandi nella propria vita. La paura, infatti, ci rende prudenti fino alla paralisi. La fiducia, invece, rende possibile l'audacia. Per questo la piccolezza evangelica non è passività, ma la sorgente delle scelte più coraggiose. Santa Chiara d'Assisi, di cui oggi facciamo memoria, ne è una testimonianza luminosa. Soltanto una giovane donna profondamente convinta di essere nelle mani di Dio poteva lasciare tutto, andare contro le aspettative del suo tempo e dare origine a una forma di vita che avrebbe cambiato la storia della Chiesa. Non è stata la sicurezza nelle proprie capacità a sostenerla, ma la certezza di essere sostenuta dall'amore del Signore. Questo è il paradosso del Vangelo: i piccoli sono i più grandi. Chi si affida a Dio non rinuncia a pensare, a scegliere o a lottare. Semplicemente smette di portare da solo il peso della propria esistenza. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Martedì 11 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,1-5.10.12-14 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

  • «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Le parole del Vangelo di oggi illuminano la festa di san Lorenzo, martire. Ma dobbiamo stare attenti a non fraintenderle. Gesù non sta esaltando il dolore né tanto meno la morte. Il cristianesimo non è una ricerca della sofferenza. È la scoperta che la vita trova il suo significato soltanto quando viene donata. Forse possiamo comprendere questo mistero con un'immagine molto semplice. Che senso avrebbe acquistare un'automobile, lucidarla, tenerla perfettamente in ordine, fare il pieno di carburante e poi lasciarla sempre chiusa in garage? Sarebbe un bene conservato, ma mai vissuto. Esisterebbe, ma senza realizzare lo scopo per cui è stato costruito. Anche la nostra vita corre lo stesso rischio. Possiamo passare gli anni cercando soltanto di proteggerci, di evitare ogni fatica, di non correre rischi, di preservare noi stessi. Ma una vita vissuta soltanto per essere conservata finisce inevitabilmente per rimanere sterile. È proprio questo che Gesù chiama il rimanere soli. Il chicco di grano che muore non viene annientato. Si trasforma. Perde una forma di esistenza per generare una vita più grande. Così accade ogni volta che scegliamo di donarci davvero. Possiamo trascorrere un'intera esistenza chiusi nel "garage" delle nostre paure, oppure avere il coraggio di mettere la nostra vita sulla strada del dono, dell’amore, del rischio vero, non di quello banale e stupido. Solo ciò che viene donato porta frutto. È questa la logica del Vangelo. Ed è questa la libertà che i martiri ci consegnano con la loro testimonianza: la vita non si salva trattenendola, ma offrendola per non rinnegare l’amore. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Lunedì 10 Agosto Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 12,24-26 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

  • La liberazione di un ragazzo che nessuno era riuscito ad aiutare suscita nei discepoli del racconto del vangelo di oggi una domanda: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». È una domanda che, in fondo, appartiene anche a noi. Perché, nonostante l'impegno, la buona volontà e gli sforzi, ci sono situazioni che sembrano non cambiare? Perché certe ferite continuano a resistere? La risposta di Gesù è lapidaria: «Per la vostra poca fede». Non sta rimproverando i discepoli perché non hanno fatto abbastanza. Sta indicando la radice del problema. Molto spesso pensiamo che tutto dipenda dalle nostre capacità, dalle strategie, dall'organizzazione, dall'efficienza. Gesù ci ricorda invece che esiste una forza senza la quale tutto il resto rimane insufficiente: la fede. Per questo aggiunge: «Se avrete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: “Spostati”, ed esso si sposterà». Non è un invito a compiere prodigi spettacolari. Il granello di senape è minuscolo. Gesù vuole dirci che non è la quantità della fede a fare la differenza, ma la sua autenticità. Anche una fede piccola può diventare una forza immensa quando è realmente appoggiata su Dio e non sulle nostre sole possibilità. Questo vale anche per la vita della Chiesa. Spesso, davanti alle difficoltà, siamo tentati di pensare che basti riorganizzare strutture, cambiare metodi o moltiplicare iniziative. Tutto questo può essere utile, ma non sarà mai sufficiente se manca la fede. La storia della Chiesa è cambiata soprattutto grazie a uomini e donne che hanno creduto profondamente, non semplicemente grazie a persone capaci di organizzare meglio le cose. Forse il Vangelo di oggi ci invita a cambiare la nostra preghiera. Invece di chiedere soltanto che cambino le circostanze, dovremmo chiedere che cresca la nostra fede. Perché quando cambia la fede, cambia anche il modo di affrontare la vita. E spesso è proprio lì che iniziano i miracoli più grandi. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Sabato 8 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt.17,14-20 In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».

  • « Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?». Passiamo gran parte della nostra esistenza cercando di conquistare qualcosa: successo, sicurezza, prestigio, consenso, beni materiali. Ma Gesù ci costringe a fermarci e a domandarci quale sia il prezzo di queste conquiste. Esiste infatti un successo che può coincidere con un grande fallimento. Si può ottenere tutto ciò che il mondo considera importante e, nello stesso tempo, smarrire ciò che conta davvero. Perdere l'anima significa proprio questo: vivere talmente proiettati verso ciò che possediamo o realizziamo da dimenticare chi siamo. Il nostro tempo ci abitua a vivere come se tutto dipendesse da ciò che riusciamo ad accumulare. Ma il Vangelo ci ricorda che ogni realtà di questo mondo è provvisoria. Tutto passa. Le ricchezze, il potere, la fama e perfino la salute hanno una scadenza. Eppure il nostro cuore continua ad avere sete di qualcosa che non finisca. Per questo desideriamo cose eterne. E l'unica esperienza di eternità che possiamo già fare in questa vita è l'amore. Solo ciò che è vissuto nell'amore resiste al tempo. Solo ciò che nasce dall'amore non viene consumato dalla morte. Ecco perché Gesù aggiunge subito un'altra condizione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Ogni relazione vera richiede la capacità di non mettere sempre noi stessi al centro. E la croce non è il gusto della sofferenza, ma la realtà così come è. Oggi il Vangelo ci fa fare una domanda importante: ciò per cui sto spendendo la mia vita vale davvero una vita intera? Perché possiamo conquistare il mondo e rimanere vuoti. Oppure possiamo perdere qualcosa per amore e scoprire di aver trovato tutto. È questa la logica del Vangelo. Ed è questa la strada che conduce alla vera pienezza della vita, quella che nemmeno la morte può toglierci. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di venerdì 7 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 16,24-28 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell'uomo con il suo regno».

  • La Trasfigurazione del Signore è uno di quei momenti del Vangelo che non dovremmo mai dimenticare. Gesù conduce con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte e dona loro un'esperienza così intensa da imprimersi per sempre nella loro memoria. Non è un premio, è una preparazione. Quella luce li sosterrà quando arriverà il tempo del buio. Anche nella nostra vita il Signore ci dona delle trasfigurazioni. Non sempre sono eventi straordinari. Molto spesso sono frammenti di luce disseminati lungo il cammino. Un incontro che ci cambia il cuore, una parola ascoltata nel momento giusto, il volto di una persona amata, un luogo, un profumo, una musica, un'esperienza, un gesto. Sono momenti in cui, quasi senza accorgercene, Dio ci lascia intravedere qualcosa della sua presenza. Spesso non comprendiamo subito il valore di questi doni. Ce ne rendiamo conto soltanto quando arriva il tempo della prova. Allora scopriamo che quella luce custodita nella memoria diventa una forza capace di impedirci di cedere alla disperazione. È come una riserva di speranza che il Signore ha depositato nel nostro cuore molto tempo prima che ne avessimo bisogno. La fede vive anche di memoria. Non soltanto del ricordo di ciò che abbiamo vissuto, ma della certezza che Dio è già passato nella nostra storia e continuerà a esserci. Per questo, nei momenti più bui, è importante tornare con il cuore a quelle esperienze in cui abbiamo percepito con chiarezza il suo amore. Non è vivere di nostalgia, ma ritrovare il coraggio di affrontare il presente. Chi custodisce quella luce nel cuore scopre, anche nelle notti più oscure, che le tenebre non avranno mai l'ultima parola. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Giovedì 6 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 17,1-9 In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

  • La pagina del Vangelo di oggi ci mette davanti a uno degli episodi più imbarazzanti e, a prima vista, più difficili da comprendere nel ministero di Gesù. Una donna cananea implora Gesù: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Gesù non le rivolge neppure una parola. Il suo silenzio ci mette a disagio. Perché sembra ignorarla? Perché sembra respingerla? Se ci fermassimo alle apparenze, potremmo persino pensare a un atteggiamento incomprensibile. In realtà il Vangelo sta portando alla luce la qualità straordinaria della fede di questa donna. Ella non interpreta il silenzio di Gesù come un rifiuto. Non si lascia scoraggiare. Continua a sperare, continua a pregare, continua a fidarsi. È una lezione immensa anche per noi. Molte volte, quando Dio sembra tacere, siamo tentati di pensare che non ci ascolti, che non gli importi di noi o che non siamo degni del suo amore. Ma questi pensieri, più che provenire dalla fede, nascono spesso dalla paura e dallo scoraggiamento. Il male cerca sempre di convincerci che la nostra preghiera sia inutile e che Dio sia lontano. La donna cananea ci insegna invece che la fede autentica non consiste nel ricevere subito una risposta, ma nel non smettere di confidare anche quando la risposta tarda ad arrivare e le sensazioni negative sembrano prendere il sopravvento. La sua preghiera diventa sempre più umile, sempre più libera da ogni pretesa. Non rivendica diritti. Si affida. Ed è proprio questa fiducia perseverante che Gesù porta alla luce davanti a tutti. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Non loda la sua insistenza in quanto tale, ma quella fiducia che non si è lasciata vincere né dal silenzio né dalla prova. Forse il Vangelo di oggi ci invita a rivedere il nostro modo di pregare. Tante volte interrompiamo il dialogo con Dio perché non otteniamo ciò che chiediamo. La donna cananea ci insegna invece che la preghiera non è un modo per costringere Dio ad ascoltarci, ma il luogo in cui impariamo a fidarci di Lui contro tutto e contro tutti. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Vangelo di Mercoledì 5 Agosto Dal Vangelo secondo Matteo Mt 15,21-28 In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

  • Tante cose colpiscono nella pagina del Vangelo di oggi. Forse la prima è un particolare che rischiamo di dare per scontato: Gesù sale sul monte, da solo, a pregare. È un dettaglio che ci rivela il cuore della sua vita. Gesù non cerca il Padre soltanto quando ha bisogno di una risposta o di un aiuto. La sua preghiera è anzitutto una relazione d'amore. Chi ama non frequenta una persona solo nei momenti di necessità. La frequenta perché desidera stare con lei. Così vive Gesù il suo rapporto con il Padre. Forse anche noi dovremmo domandarci se la nostra preghiera nasce dall'amore o soltanto dall'urgenza. Molte volte ci ricordiamo di Dio solo quando qualcosa non funziona, quando abbiamo paura o quando cerchiamo una soluzione ai nostri problemi. Ma una relazione autentica non può essere ridotta a un bisogno. Essa cresce nella gratuità, nella fedeltà, nel desiderio di stare insieme anche quando non c'è nulla da chiedere. Ed è proprio da questa intimità con il Padre che nasce la forza di Gesù. Dopo aver pregato, Egli cammina sulle acque. Il Vangelo ci suggerisce così una verità profonda: la preghiera non serve a evitare le tempeste, ma a non esserne travolti. Anche Pietro desidera fare la stessa esperienza. Scende dalla barca e comincia a camminare verso Gesù. Ma a un certo punto smette di guardare il Signore e si lascia catturare dalla violenza del vento e affonda. È una dinamica che conosciamo bene. Anche noi molte volte permettiamo ai problemi, alle paure e alle preoccupazioni di diventare più convincenti della presenza del Signore. Eppure la fede consiste proprio in questo: continuare a fissare lo sguardo su Cristo anche quando tutto intorno sembra minacciare la nostra speranza. La preghiera ci educa esattamente a questo. Ci insegna a guardare prima il volto di Dio e poi le onde. Perché quando ci lasciamo amare da Lui, non è detto che la tempesta finisca subito. Ma certamente non avrà più il potere di farci affondare. #dalvangelodioggi #epicoco

  • Dal Vangelo secondo Matteo Mt 14,22-36 [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.