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«Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo». Il Vangelo di oggi ci ricorda una pratica che abbiamo quasi completamente dimenticato: la correzione fraterna. Non si tratta di un invito a controllare la vita degli altri o a sentirci moralmente superiori. Al contrario, è una delle forme più autentiche dell'amore. Molto spesso facciamo esattamente il contrario di ciò che Gesù insegna. Quando qualcuno sbaglia, siamo tentati di parlarne con tutti tranne che con lui. Usiamo gli errori altrui per umiliare, per ferire, per alimentare pettegolezzi o, peggio ancora, per costruire giudizi definitivi sulla persona. Il Vangelo, invece, ci chiede di custodire il fratello, non di esporlo. Correggere fraternamente significa avere a cuore il bene dell'altro. È il coraggio di avvicinarsi con discrezione e carità per aiutare qualcuno a non farsi del male. Chi ama davvero non rimane indifferente davanti agli errori della persona amata, ma sceglie il modo giusto per aiutarla a ritrovare la strada. C'è però una differenza decisiva tra correggere e giudicare. La correzione nasce dall'amore e desidera la guarigione. Il giudizio nasce spesso dall'orgoglio e cerca soltanto una condanna. Noi abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a vedere ciò che da soli non riusciamo più a riconoscere. Non abbiamo bisogno di accusatori, ma di fratelli. Una vera amicizia, una vera comunità, una vera famiglia sono luoghi in cui ci si aiuta reciprocamente a crescere, senza paura della verità e senza rinunciare alla misericordia. Per questo il Vangelo conclude parlando della comunione: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». La presenza di Gesù non nasce semplicemente dal fatto che alcune persone si trovino nello stesso luogo. Nasce quando esistono relazioni vere, fondate sulla carità, sulla verità e sul desiderio reciproco del bene. #dalvangelodioggi
«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». Queste parole di Gesù sono tra le più fraintese del Vangelo. Diventare come bambini non significa rimanere immaturi o vivere una sorta di infantilismo spirituale. Significa recuperare ciò che rende un bambino veramente tale: la fiducia. Il bambino vive sapendo di essere nelle mani di qualcuno che si prende cura di lui. È questa la piccolezza evangelica. Molto spesso pensiamo che diventare adulti significhi non avere bisogno di nessuno, controllare tutto, bastare a noi stessi. Il Vangelo ci insegna invece il contrario. La maturità della fede consiste nel riconoscere che la nostra vita è davvero al sicuro quando è nelle mani di Dio. Questa fiducia non ci rende più deboli. Ci rende più liberi. È proprio chi si sente custodito da un amore più grande che trova il coraggio di prendere decisioni grandi nella propria vita. La paura, infatti, ci rende prudenti fino alla paralisi. La fiducia, invece, rende possibile l'audacia. Per questo la piccolezza evangelica non è passività, ma la sorgente delle scelte più coraggiose. Santa Chiara d'Assisi, di cui oggi facciamo memoria, ne è una testimonianza luminosa. Soltanto una giovane donna profondamente convinta di essere nelle mani di Dio poteva lasciare tutto, andare contro le aspettative del suo tempo e dare origine a una forma di vita che avrebbe cambiato la storia della Chiesa. Non è stata la sicurezza nelle proprie capacità a sostenerla, ma la certezza di essere sostenuta dall'amore del Signore. Questo è il paradosso del Vangelo: i piccoli sono i più grandi. Chi si affida a Dio non rinuncia a pensare, a scegliere o a lottare. Semplicemente smette di portare da solo il peso della propria esistenza. #dalvangelodioggi
«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Le parole del Vangelo di oggi illuminano la festa di san Lorenzo, martire. Ma dobbiamo stare attenti a non fraintenderle. Gesù non sta esaltando il dolore né tanto meno la morte. Il cristianesimo non è una ricerca della sofferenza. È la scoperta che la vita trova il suo significato soltanto quando viene donata. Forse possiamo comprendere questo mistero con un'immagine molto semplice. Che senso avrebbe acquistare un'automobile, lucidarla, tenerla perfettamente in ordine, fare il pieno di carburante e poi lasciarla sempre chiusa in garage? Sarebbe un bene conservato, ma mai vissuto. Esisterebbe, ma senza realizzare lo scopo per cui è stato costruito. Anche la nostra vita corre lo stesso rischio. Possiamo passare gli anni cercando soltanto di proteggerci, di evitare ogni fatica, di non correre rischi, di preservare noi stessi. Ma una vita vissuta soltanto per essere conservata finisce inevitabilmente per rimanere sterile. È proprio questo che Gesù chiama il rimanere soli. Il chicco di grano che muore non viene annientato. Si trasforma. Perde una forma di esistenza per generare una vita più grande. Così accade ogni volta che scegliamo di donarci davvero. Possiamo trascorrere un'intera esistenza chiusi nel "garage" delle nostre paure, oppure avere il coraggio di mettere la nostra vita sulla strada del dono, dell’amore, del rischio vero, non di quello banale e stupido. Solo ciò che viene donato porta frutto. È questa la logica del Vangelo. Ed è questa la libertà che i martiri ci consegnano con la loro testimonianza: la vita non si salva trattenendola, ma offrendola per non rinnegare l’amore. #dalvangelodioggi
https://youtu.be/hnNXXYLJenw?is=ej0DYh8Sr0vh_xV3
«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Il nostro più grande problema è dubitare riguardo all'unica cosa che rende stabile la nostra vita: credere di essere amati in maniera irreversibile di un amore che è più grande della morte stessa. Come arriva questo dubbio immediatamente affondiamo. #dalvangelodioggi
La liberazione di un ragazzo che nessuno era riuscito ad aiutare suscita nei discepoli del racconto del vangelo di oggi una domanda: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». È una domanda che, in fondo, appartiene anche a noi. Perché, nonostante l'impegno, la buona volontà e gli sforzi, ci sono situazioni che sembrano non cambiare? Perché certe ferite continuano a resistere? La risposta di Gesù è lapidaria: «Per la vostra poca fede». Non sta rimproverando i discepoli perché non hanno fatto abbastanza. Sta indicando la radice del problema. Molto spesso pensiamo che tutto dipenda dalle nostre capacità, dalle strategie, dall'organizzazione, dall'efficienza. Gesù ci ricorda invece che esiste una forza senza la quale tutto il resto rimane insufficiente: la fede. Per questo aggiunge: «Se avrete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: “Spostati”, ed esso si sposterà». Non è un invito a compiere prodigi spettacolari. Il granello di senape è minuscolo. Gesù vuole dirci che non è la quantità della fede a fare la differenza, ma la sua autenticità. Anche una fede piccola può diventare una forza immensa quando è realmente appoggiata su Dio e non sulle nostre sole possibilità. Questo vale anche per la vita della Chiesa. Spesso, davanti alle difficoltà, siamo tentati di pensare che basti riorganizzare strutture, cambiare metodi o moltiplicare iniziative. Tutto questo può essere utile, ma non sarà mai sufficiente se manca la fede. La storia della Chiesa è cambiata soprattutto grazie a uomini e donne che hanno creduto profondamente, non semplicemente grazie a persone capaci di organizzare meglio le cose. Forse il Vangelo di oggi ci invita a cambiare la nostra preghiera. Invece di chiedere soltanto che cambino le circostanze, dovremmo chiedere che cresca la nostra fede. Perché quando cambia la fede, cambia anche il modo di affrontare la vita. E spesso è proprio lì che iniziano i miracoli più grandi. #dalvangelodioggi
« Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?». Passiamo gran parte della nostra esistenza cercando di conquistare qualcosa: successo, sicurezza, prestigio, consenso, beni materiali. Ma Gesù ci costringe a fermarci e a domandarci quale sia il prezzo di queste conquiste. Esiste infatti un successo che può coincidere con un grande fallimento. Si può ottenere tutto ciò che il mondo considera importante e, nello stesso tempo, smarrire ciò che conta davvero. Perdere l'anima significa proprio questo: vivere talmente proiettati verso ciò che possediamo o realizziamo da dimenticare chi siamo. Il nostro tempo ci abitua a vivere come se tutto dipendesse da ciò che riusciamo ad accumulare. Ma il Vangelo ci ricorda che ogni realtà di questo mondo è provvisoria. Tutto passa. Le ricchezze, il potere, la fama e perfino la salute hanno una scadenza. Eppure il nostro cuore continua ad avere sete di qualcosa che non finisca. Per questo desideriamo cose eterne. E l'unica esperienza di eternità che possiamo già fare in questa vita è l'amore. Solo ciò che è vissuto nell'amore resiste al tempo. Solo ciò che nasce dall'amore non viene consumato dalla morte. Ecco perché Gesù aggiunge subito un'altra condizione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Ogni relazione vera richiede la capacità di non mettere sempre noi stessi al centro. E la croce non è il gusto della sofferenza, ma la realtà così come è. Oggi il Vangelo ci fa fare una domanda importante: ciò per cui sto spendendo la mia vita vale davvero una vita intera? Perché possiamo conquistare il mondo e rimanere vuoti. Oppure possiamo perdere qualcosa per amore e scoprire di aver trovato tutto. È questa la logica del Vangelo. Ed è questa la strada che conduce alla vera pienezza della vita, quella che nemmeno la morte può toglierci. #dalvangelodioggi
La Trasfigurazione del Signore è uno di quei momenti del Vangelo che non dovremmo mai dimenticare. Gesù conduce con sé Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte e dona loro un'esperienza così intensa da imprimersi per sempre nella loro memoria. Non è un premio , è una preparazione. Quella luce li sosterrà quando arriverà il tempo del buio. Anche nella nostra vita il Signore ci dona delle trasfigurazioni. Non sempre sono eventi straordinari. Molto spesso sono frammenti di luce disseminati lungo il cammino. Un incontro che ci cambia il cuore, una parola ascoltata nel momento giusto, il volto di una persona amata, un luogo, un profumo, una musica, un'esperienza, un gesto. Sono momenti in cui, quasi senza accorgercene, Dio ci lascia intravedere qualcosa della sua presenza. Spesso non comprendiamo subito il valore di questi doni. Ce ne rendiamo conto soltanto quando arriva il tempo della prova. Allora scopriamo che quella luce custodita nella memoria diventa una forza capace di impedirci di cedere alla disperazione. È come una riserva di speranza che il Signore ha depositato nel nostro cuore molto tempo prima che ne avessimo bisogno. La fede vive anche di memoria. Non soltanto del ricordo di ciò che abbiamo vissuto, ma della certezza che Dio è già passato nella nostra storia e continuerà a esserci. Per questo, nei momenti più bui, è importante tornare con il cuore a quelle esperienze in cui abbiamo percepito con chiarezza il suo amore. Non è vivere di nostalgia, ma ritrovare il coraggio di affrontare il presente. Chi custodisce quella luce nel cuore scopre, anche nelle notti più oscure, che le tenebre non avranno mai l'ultima parola. #dalvangelodioggi
La pagina del Vangelo di oggi ci mette davanti a uno degli episodi più imbarazzanti e, a prima vista, più difficili da comprendere nel ministero di Gesù. Una donna cananea implora Gesù: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Gesù non le rivolge neppure una parola. Il suo silenzio ci mette a disagio. Perché sembra ignorarla? Perché sembra respingerla? Se ci fermassimo alle apparenze, potremmo persino pensare a un atteggiamento incomprensibile. In realtà il Vangelo sta portando alla luce la qualità straordinaria della fede di questa donna. Ella non interpreta il silenzio di Gesù come un rifiuto. Non si lascia scoraggiare. Continua a sperare, continua a pregare, continua a fidarsi. È una lezione immensa anche per noi. Molte volte, quando Dio sembra tacere, siamo tentati di pensare che non ci ascolti, che non gli importi di noi o che non siamo degni del suo amore. Ma questi pensieri, più che provenire dalla fede, nascono spesso dalla paura e dallo scoraggiamento. Il male cerca sempre di convincerci che la nostra preghiera sia inutile e che Dio sia lontano. La donna cananea ci insegna invece che la fede autentica non consiste nel ricevere subito una risposta, ma nel non smettere di confidare anche quando la risposta tarda ad arrivare e le sensazioni negative sembrano prendere il sopravvento. La sua preghiera diventa sempre più umile, sempre più libera da ogni pretesa. Non rivendica diritti. Si affida. Ed è proprio questa fiducia perseverante che Gesù porta alla luce davanti a tutti. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Non loda la sua insistenza in quanto tale, ma quella fiducia che non si è lasciata vincere né dal silenzio né dalla prova. Forse il Vangelo di oggi ci invita a rivedere il nostro modo di pregare. Tante volte interrompiamo il dialogo con Dio perché non otteniamo ciò che chiediamo. La donna cananea ci insegna invece che la preghiera non è un modo per costringere Dio ad ascoltarci, ma il luogo in cui impariamo a fidarci di Lui contro tutto e contro tutti. #dalvangelodioggi
«Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi». Sono parole molto dure quelle che Gesù pronuncia nel Vangelo di oggi. Ma non sono rivolte contro la fragilità delle persone. Sono rivolte contro un modo sbagliato di vivere la responsabilità. Una guida che non vede non soltanto smarrisce la strada, ma trascina fuori strada anche coloro che si fidano di lei. Tutto nasce da un'affermazione che, in fondo, è molto semplice: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca». Gesù sposta l'attenzione dall'esteriorità al cuore. Il vero problema non è l'osservanza formale di alcune regole, ma ciò che abita dentro di noi. Perché dalle parole escono i pensieri, dalle scelte emerge ciò che portiamo nel cuore, e proprio lì si decide la verità della nostra vita. È significativo allora che oggi la Chiesa celebri san Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars. Egli rappresenta l'esatto contrario delle guide cieche denunciate da Gesù. Non era un uomo perfetto né un grande intellettuale, ma era un uomo che aveva lasciato Dio illuminare il proprio cuore. Per questo è diventato una guida capace di condurre gli altri non verso se stesso, ma verso il Signore. La sua vita ci ricorda che il mondo non ha bisogno semplicemente di persone competenti, ma di persone trasparenti. Non bastano guide preparate se manca un cuore convertito. Chi accompagna gli altri nella fede può farlo davvero soltanto se continua, per primo, a lasciarsi guidare da Dio. Questo vale in modo particolare per i sacerdoti, ma riguarda, in fondo, ogni cristiano. Ognuno di noi, in qualche misura, diventa un punto di riferimento per qualcuno: in famiglia, sul lavoro, tra gli amici, nella comunità. La domanda allora è inevitabile: sto conducendo gli altri verso Cristo o fuori strada? Per questo oggi è bello pregare per tutti i sacerdoti, perché il Signore doni alla Chiesa ministri santi, innamorati di Dio e totalmente dedicati al servizio del suo popolo. Dalla conversione di un prete dipende tanto il destino di un popolo a lui affidato. Pregate per noi! #dalvangelodioggi
Tante cose colpiscono nella pagina del Vangelo di oggi. Forse la prima è un particolare che rischiamo di dare per scontato: Gesù sale sul monte, da solo, a pregare. È un dettaglio che ci rivela il cuore della sua vita. Gesù non cerca il Padre soltanto quando ha bisogno di una risposta o di un aiuto. La sua preghiera è anzitutto una relazione d'amore. Chi ama non frequenta una persona solo nei momenti di necessità. La frequenta perché desidera stare con lei. Così vive Gesù il suo rapporto con il Padre. Forse anche noi dovremmo domandarci se la nostra preghiera nasce dall'amore o soltanto dall'urgenza. Molte volte ci ricordiamo di Dio solo quando qualcosa non funziona, quando abbiamo paura o quando cerchiamo una soluzione ai nostri problemi. Ma una relazione autentica non può essere ridotta a un bisogno. Essa cresce nella gratuità, nella fedeltà, nel desiderio di stare insieme anche quando non c'è nulla da chiedere. Ed è proprio da questa intimità con il Padre che nasce la forza di Gesù. Dopo aver pregato, Egli cammina sulle acque. Il Vangelo ci suggerisce così una verità profonda: la preghiera non serve a evitare le tempeste, ma a non esserne travolti. Anche Pietro desidera fare la stessa esperienza. Scende dalla barca e comincia a camminare verso Gesù. Ma a un certo punto smette di guardare il Signore e si lascia catturare dalla violenza del vento e affonda. È una dinamica che conosciamo bene. Anche noi molte volte permettiamo ai problemi, alle paure e alle preoccupazioni di diventare più convincenti della presenza del Signore. Eppure la fede consiste proprio in questo: continuare a fissare lo sguardo su Cristo anche quando tutto intorno sembra minacciare la nostra speranza. La preghiera ci educa esattamente a questo. Ci insegna a guardare prima il volto di Dio e poi le onde. Perché quando ci lasciamo amare da Lui, non è detto che la tempesta finisca subito. Ma certamente non avrà più il potere di farci affondare. #dalvangelodioggi
https://youtu.be/SupQCulnS_U?is=F9Tt25M1W6dD5SNa
L'antefatto della morte di Giovanni Battista, che leggiamo nella pagina del Vangelo di oggi, non è semplicemente un episodio di cronaca nera che riguarda Erode e il martirio di Giovanni. È una storia che ci riguarda molto più da vicino di quanto immaginiamo, perché ci mostra la fine che può fare una persona quando perde progressivamente il dominio di sé. Erode è certamente un uomo potente, ma proprio il Vangelo ci mostra quanto possa essere interiormente schiavo. È prigioniero della propria affettività disordinata, delle passioni, del giudizio degli altri e, infine, della parola data davanti ai commensali. Può comandare su molte persone, ma non riesce più a comandare su se stesso. Ed è questa la sua vera tragedia. Molto spesso pensiamo che la libertà consista nel fare tutto ciò che desideriamo. In realtà una persona che non sa dire di no ai propri impulsi non è libera, ma schiava. Il dominio di sé non è repressione della vita, ma la condizione necessaria per poterla orientare verso il bene. Quante persone dotate di grandi talenti, investite di responsabilità importanti, capaci di fare cose straordinarie, finiscono per rovinare se stesse e gli altri a causa di schiavitù interiori mai affrontate. Basta una dipendenza, un'affettività disordinata, il bisogno ossessivo di approvazione o l'incapacità di mettere un limite a se stessi perché il giudizio venga progressivamente compromesso. Forse allora il Vangelo non ci racconta semplicemente la storia di Erode. Sta parlando anche di noi e della necessità che abbiamo di una continua conversione. Ognuno dovrebbe domandarsi: che cosa ha potere su di me? Che cosa condiziona la mia libertà? Quale desiderio, paura o dipendenza rischia di decidere al posto mio? Ed è significativo poter affidare questa conversione all'intercessione di due grandi santi di cui oggi facciamo memoria, sant'Alfonso Maria de' Liguori e san Pietro Favre. Con carismi e storie differenti, entrambi hanno annunciato un Vangelo capace di raggiungere anche chi sembrava lontano, senza mai confondere la misericordia con la giustificazione del male. Erode ci ricorda fin dove può condurci una libertà non educata. I santi, invece, ci ricordano fin dove può portarci una libertà consegnata alla grazia. #dalvangelodioggi
«Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi prodigi? Non è egli il figlio del carpentiere?». Le parole dei compaesani di Gesù raccontano uno dei più grandi ostacoli che incontriamo nelle nostre relazioni: il pregiudizio. Pensiamo di conoscere una persona semplicemente perché conosciamo la sua storia, la sua famiglia, il suo passato. E così ciò che sappiamo di lei diventa una gabbia che ci impedisce di vedere ciò che potrebbe essere diventata. Qualcosa di simile potremmo pensarlo anche guardando la storia di sant'Ignazio di Loyola, di cui oggi celebriamo la memoria. Non era forse un soldato? Non era un uomo affascinato dalla gloria mondana e lontano dalla vita che avrebbe poi scelto? Come è possibile che proprio quell'uomo sia diventato uno dei grandi maestri di discernimento e di vita spirituale della storia della Chiesa? La risposta è che la grazia di Dio può fare di una persona qualcosa di completamente nuovo. Ma noi molto spesso continuiamo a guardare gli altri attraverso ciò che sono stati. Li identifichiamo con un errore, con un limite, con una fragilità. Il pregiudizio consiste esattamente in questo: pensare che ciò che già sappiamo di qualcuno sia tutto ciò che c'è da sapere. Persino i compaesani di Gesù rimangono prigionieri di questa logica. Pensano di conoscerlo nella sua verità. E proprio questa presunzione impedisce loro di riconoscere il mistero che hanno davanti. Forse anche noi siamo circondati da persone straordinarie che non riusciamo più a vedere veramente. Potremmo persino essere circondati da santi e continuare a riconoscere soltanto i loro difetti, semplicemente perché li abbiamo imprigionati dentro le nostre etichette. Sant'Ignazio ci insegna allora una delle arti più difficili della vita cristiana: il discernimento. Discernere significa imparare a distinguere in maniera chiara le cose, soprattutto ciò che è Dio e ciò che non viene da Lui. #dalvangelodioggi
«Il Regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». È suggestiva questa immagine che Gesù usa nel Vangelo di oggi. Una rete, quando viene gettata, raccoglie tutto. Non sceglie prima che cosa prendere, non fa distinzioni, non esclude nessuno. Solo alla fine ciò che è stato raccolto viene separato. C'è una buona notizia nascosta in questa immagine: nessuno deve sentirsi escluso a priori dalla logica del Regno. La rete di Dio è abbastanza grande da raggiungere tutti. Non esistono storie troppo sbagliate, vite troppo compromesse o persone troppo lontane per non poter essere raggiunte dalla grazia. Ma proprio questa misericordia ci consegna anche una grande responsabilità. Essere raccolti nella rete non significa che tutto sia indifferente. La nostra vita è il tempo che ci viene dato per decidere che cosa diventare. Ogni scelta, ogni gesto, ogni decisione contribuisce lentamente a formare la persona che saremo quando quella rete verrà finalmente tirata a riva. Forse è questo il peso più grande e insieme la dignità più alta della nostra esistenza: siamo liberi. A volte sarebbe più facile non esserlo. Sarebbe più semplice se qualcuno decidesse tutto al posto nostro, se non dovessimo portare la responsabilità delle conseguenze delle nostre scelte. Ma senza libertà non potrebbe esistere nemmeno l'amore. Perché si ama davvero soltanto quando si può anche scegliere di non amare. Dio ci prende sul serio proprio perché prende sul serio la nostra libertà. Non ci costringe a essere buoni, non ci obbliga ad amarlo, non decide al nostro posto che cosa fare della nostra esistenza. Ci offre invece il tempo, le occasioni, la grazia e la possibilità di scegliere. Questa vita, lunga o breve che sia, è allora una straordinaria opportunità. Non è un tempo neutro da attraversare aspettando semplicemente la fine. È il luogo in cui costruiamo la nostra eternità attraverso le scelte di ogni giorno. #dalvangelodioggi
La festa di oggi è, in un certo senso, la festa dell'amicizia, perché celebriamo Marta, Maria e Lazzaro, gli amici di Gesù. La loro casa di Betania è uno dei pochi luoghi del Vangelo in cui vediamo Gesù vivere la bellezza di una relazione familiare, gratuita, intima. Gesù aveva bisogno anche di amici. Ma la cosa più interessante della loro storia è che l'amicizia con Cristo non li lascia uguali a come li ha trovati. Marta, Maria e Lazzaro vengono continuamente provocati a crescere, a cambiare, a diventare sempre più se stessi. Perché le amicizie vere non ci cristallizzano nei nostri difetti e non assecondano semplicemente ciò che siamo. Ci aiutano a diventare la versione migliore di noi stessi. Forse proprio questo potrebbe essere un criterio importante per capire la qualità delle nostre relazioni: che cosa tira fuori da me questa amicizia? Mi rende migliore o peggiore? Mi aiuta a diventare più libero, più vero, più capace di amare, oppure alimenta le mie fragilità, i miei egoismi e le mie scelte sbagliate? Esistono infatti persone con cui stiamo bene, ma che non necessariamente ci fanno bene. Non tutte le persone che frequentiamo sono davvero nostre amiche. Alcune sono semplicemente compagni di merenda, altre condividono interessi e abitudini, altre ancora rischiano di diventare complici delle nostre parti peggiori. Un vero amico, invece, non è colui che ci dà sempre ragione, ma colui che desidera sinceramente il nostro bene. Gesù è amico di Marta, Maria e Lazzaro proprio in questo modo. Ama ciascuno rispettandone l'unicità, ma allo stesso tempo conduce ciascuno oltre se stesso. Corregge Marta, accoglie Maria, richiama Lazzaro dalla morte. La sua amicizia non è mai possesso, ma liberazione. La vita è troppo difficile per poterla vivere senza amici. Ma è anche troppo preziosa per consegnarla a relazioni che ci peggiorano. Forse la festa di oggi ci invita a domandarci non soltanto quanti amici abbiamo, ma che tipo di amici siamo e quali persone abbiamo scelto per camminare accanto a noi. L'amicizia vera si riconosce da questo: quando qualcuno ci vuole davvero bene, la sua presenza ci aiuta lentamente a diventare ciò che di più vero e di più bello portiamo dentro. #dalvangelodioggi
«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del Regno; la zizzania sono i figli del Maligno». La spiegazione che Gesù dà della parabola nel Vangelo di oggi ci pone davanti a una domanda che forse molto spesso evitiamo: a chi apparteniamo? Potrebbe sembrare una domanda astratta, ma in realtà riguarda la concretezza di ogni nostra giornata. Perché continuamente possiamo metterci al servizio del bene oppure del male, diventare strumenti dello Spirito Santo oppure prestare qualcosa di noi alla logica dell'accusatore. Pensiamo alle parole. Una parola può rialzare una persona oppure distruggerla. Può difendere qualcuno oppure alimentare un pettegolezzo. Può riconciliare oppure dividere. Molto spesso non ci accorgiamo che, attraverso ciò che diciamo, possiamo prestare la nostra voce alla grazia di Dio oppure alla logica del male. Lo stesso vale per le nostre azioni. Un gesto può diventare il modo concreto attraverso cui qualcuno sperimenta l'amore di Dio, oppure può trasformarsi nello strumento attraverso cui il male entra nella vita di un altro. Nulla di ciò che facciamo è completamente neutro. Ogni nostra scelta contribuisce, in qualche misura, a seminare qualcosa nel campo del mondo. Ma dobbiamo stare attenti a non trasformare questa parabola in un modo per dividere troppo facilmente l'umanità in buoni e cattivi. La prima domanda non riguarda gli altri, ma noi stessi. Non dobbiamo andare in giro a stabilire chi è grano e chi è zizzania. Dobbiamo invece domandarci continuamente quale seme stiamo permettendo di crescere dentro di noi e quale logica stiamo servendo attraverso le nostre scelte. In fondo, appartenere a Dio significa scegliere ogni giorno di mettere ciò che siamo al servizio del bene. La nostra intelligenza, le nostre parole, il nostro tempo, le nostre relazioni possono diventare strumenti della sua grazia. Ciò che serviamo lentamente ci plasma, e le scelte che facciamo ogni giorno rivelano a chi abbiamo deciso veramente di appartenere. #dalvangelodioggi
«Il Regno dei cieli è simile a un granello di senape» e ancora «è simile al lievito». Sono due immagini semplicissime che Gesù usa nel Vangelo di oggi per raccontarci la grande dinamica dell'interiorità e della vita spirituale. Entrambe ci insegnano due cose di cui abbiamo tremendamente bisogno: la piccolezza di chi sa affidarsi e la pazienza di chi accetta la gradualità della vita. Noi siamo abituati a pensare che ciò che è grande debba cominciare in maniera grande. Gesù invece ci dice esattamente il contrario. Il Regno comincia sempre da qualcosa di piccolo, quasi insignificante. Un seme che si può perdere tra le dita, una manciata di lievito che scompare nella massa della farina. Eppure proprio ciò che sembra irrilevante contiene una forza capace di trasformare tutto. Essere piccoli, però, non significa sminuirsi o pensare di non valere nulla. La vera piccolezza evangelica è la fiducia. È la libertà di chi non pretende di controllare ogni cosa perché sa di essere nelle mani di Qualcuno che si prende cura di lui. Un bambino è piccolo non perché non vale, ma perché vive affidandosi. Il lievito, invece, ci insegna la pazienza. Esso lavora senza fare rumore, nascosto dentro la pasta. Non produce immediatamente il suo effetto, ma lentamente trasforma tutto dall'interno. Così agisce molto spesso la grazia di Dio nella nostra vita. Noi vorremmo cambiamenti immediati, conversioni istantanee, risposte definitive. Dio invece lavora attraverso processi che hanno bisogno di tempo. Avere pazienza significa allora amare la realtà rispettandone i tempi. Significa credere che qualcosa possa stare crescendo anche quando ancora non riusciamo a vederlo. Le cose più grandi della vita accadono spesso un po' alla volta, silenziosamente, ma inesorabilmente. #dalvangelodioggi