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Andrea Zhok

Antropologia / Filosofia / Politica

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  • 11 авг.5 99698

    Israele e USA hanno una notoria e capillare capacità di modellare la realtà percepita. Larry Sanger, cofondatore di Wikipedia, ha rivelato come la CIA abbia operato una sistematica revisione delle pagine di Wikipedia, per anni, nell’interesse del governo USA, di “governi amici” e di alcune corporations. Sappiamo che Israele sta allocando per le campagne propagandistiche (hasbara) enormi investimenti. Alla luce del sole ci sono 726 milioni stanziati per il 2026, ma molto altro (vedi il condizionamento dell’Eurovision o l’avvelenamento delle fonti delle AI, via società come Clock Tower X) passano per canali indiretti. Questo dato di fatto spiega la manifesta costante crescita delle campagne antiislamiche sui social media. Solo nella giornata di ieri ho contato tre post virali, con profluvio di like, che una breve indagine ha rivelato essere del tutto falsi (richiesta di adozione della Sharjia in Michigan, presunta persecuzione dei cani in quanto animali impuri, filmati di origine irrintracciabile descritti come spedizioni punitive di gruppi di islamici.) Questo turbinio di menzogne, mezze verità distorte o schiette diffamazioni è il concime su cui fioriscono le esternazioni dei nostri Vannacci, che drenano parassitariamente sangue dalle paure di molti, non per cercare di risolverle, ma per esacerbarle a fini elettorali. Il problema però non è l’uso elettorale: il punto di caduta di queste iniziative è ben più grave. Avendo il mondo visto il vero volto di Israele negli ultimi anni, la hasbara sta promuovendo un’operazione correttiva di soft power, che ripresenti Israele (e gli USA) nelle vesti sbiancate del “baluardo antiislamico”. Abbiamo visto che per questi attori internazionali il fine giustifica ogni mezzo. Al di là degli utili idioti che si prestano al gioco per qualche voto in più, il problema è che l’odio fomentato è reale: si sta spargendo massivamente benzina in un’area fumatori. E siccome gli esagitati ci sono in ogni gruppo, non ci vuole niente per organizzare un bel Bataclan e una guerra civile, come premessa per uno “scontro di civiltà”. Chi diffonde questa spazzatura è complice di ciò che seguirà.

  • 10 авг.3 77323

    Segnalo per gli interessati: https://www.youtube.com/watch?v=vXFnHmkk-HI

  • 9 авг.12,3 тыс192

    C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti. E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano? In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici. Ma non solo. Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati. Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano? Dunque, non raccontiamoci balle. Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima. Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello. Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone. Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato. Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale. Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.

  • 7 авг.4 34239

    Segnalo per gli interessati: https://www.youtube.com/watch?v=0xcaIMgROhU

  • 7 авг.21,1 тыс318

    Ieri, tre ragazzini (13-14 anni) di Pradamano (UD) hanno cercato di vendere limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao; un passante li ha denunciati per vendita senza licenza, e la forza pubblica è intervenuta per punire l’illecito. C’è chi ha deprecato il denunciante, chi l’intervento della polizia. Ma questo episodio, nella sua banalità, mette il dito sulla piaga di una questione enorme, che ci coinvolge tutti: la questione delle norme sociali. In ogni società esistono due tipi di norme, quelle INFORMALI, basate sul costume e sulle aspettative condivise, e quelle FORMALI, basate sui codici e sull’intervento della forza pubblica. Nelle società arcaiche esistevano solo norme informali fondate su costumi, tradizioni, comunanza culturale. Con il complessificarsi delle società, vennero introdotte leggi scritte e sanzioni erogate da giudici terzi, come elemento complementare, integrativo delle norme informali. Il dramma della società europea contemporanea è di aver spinto all’estremo la sostituzione delle norme informali con quelle formali. Nel mondo che abbiamo costruito per ogni conflitto, disaccordo, violazione, attrito, offesa, molestia bisognerebbe ricorrere all’intervento di un giudice terzo (carabiniere, magistrato, Stato). Questa sostituzione è tecnicamente impossibile. Per ragioni sia logiche che pratiche le normatività informali non possono essere tutte rimpiazzate da articoli di legge. Dovremmo avere tutti un carabiniere e tribunale portatile a seguito. Qui però viene fuori un enorme problema. Infatti, per non poggiare sulle leggi formali devi poter contare sulle norme informali. E queste funzionano soltanto in società con un elevato grado di comunanza culturale (costumi, tradizioni). Ma noi ci siamo vantati di aver costruito società “aperte” e “cosmopolite” dove quella comunanza culturale è in gran parte abolita. Però, quanto meno puoi contare su un retroterra comune con chi ti circonda, tanto più devi confidare sulla forza pubblica. Ergo, l’esito delle società aperte e cosmopolite è una parabola legalista, securitaria, di sorveglianza e controllo, il cui eroe è il cittadino che denuncia i ragazzini che vendono limonata senza licenza.

  • 5 авг.12,3 тыс251

    Le idee contano, eccome se contano. La sovrastruttura culturale influenza la struttura economica, non solo viceversa. E l’esempio più mirabile di ciò è il processo culturale che ha demolito l’Italia portandola da 5a potenza mondiale negli anni ’80 (Pil procapite come la Germania) a 28a per Pil procapite oggi. Esiste un fiaba con cui i giornalisti a gettone hanno infarcito le nostre teste: la storia dell’Italia spendacciona, che avendo vissuto al di sopra delle sue possibilità ha prodotto perciò un mostruoso debito pubblico, condannando le generazioni successive alle catene debitorie. È stata un’invenzione prodotta e pompata nell’atmosfera della rivoluzione neoliberale. Come molti sanno, ma è bene ricordarlo, la catastrofe debitoria degli anni ’80 (debito dal 60% al 120% del PIL) fu dovuta a una precisa scelta politica, cioè al cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: la rinuncia a contenere i tassi di interesse acquistando i titoli del Tesoro non collocati nelle aste pubbliche. Questa scelta fu presa perché i responsabili economici del paese (Andreatta,Ciampi, ecc.) decisero di imporre al paese un “vincolo esterno”, subordinando lo stato frutto del patto costituzionale all’“equilibrio dei mercati internazionali”. La verità è che la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, aumenta un po’ all’inizio degli anni ’80 per poi rimanere stabile dal 1985 al 2001. Ad esplodere è la spesa per interessi sul debito, che si impenna proprio con il “divorzio” del 1981. Ergo: economisti nutriti di teoria neoclassica, formati su manualistica anglosassone, sensibili alle nuove èlite neoliberali decisero di “dare una lezione” alla giovane democrazia italiana, togliendo potere alla politica e consegnandola al mercato dei capitali. La china delle privatizzazioni dell’industria pubblica ne fu una conseguenza, con la scusa di usare i soldi per ridurre il debito pubblico (fallendo). La tecnocrazia si è imposta sulla democrazia. L’ideologia neoliberale si è imposta sullo stato sociale. Il futuro di una nazione è stato dato in ostaggio, rovinando due generazioni (finora). Traditori. Sovversivi. Golpisti in doppiopetto.

  • 3 авг.13,4 тыс342

    Poche cose sono più insopportabili di atlantisti filoamericani, sostenitori da sempre delle virtù del mercato che si impancano a difensori dell’Identità Italiana. L’identità italiana non è stata fatta a pezzi dalle moschee ma dai McDonald’s, dalle basi americane, da Hollywood, da un profluvio di scarti culturali a stelle e strisce che ha invaso ogni ganglio della nostra cultura. La cultura italiana è stata massacrata da quelli che hanno promosso il libero movimento di merci, capitali e forza-lavoro nel nome delle gioie della globalizzazione e del conto in banca. Il cattolicesimo italiano non è stato messo all’angolo dall’Islam, ma si è messo all’angolo da solo accettando ogni sorta di compromesso pop e pensando di conquistarsi, a colpi di marketing, una fetta del “mercato delle religioni”. L’identità italiana è stata demolita da chi l’ha immaginata non come una tradizione vivente da coltivare, ma come un “brand” da vendere, il “made in Italy”, la svendita da parte dei nipoti degeneri del patrimonio e della fama conquistata dagli antenati. L’identità italiana è stata scarnificata da slogan come le “tre I” di Berlusconi (Inglese, Internet, Impresa), seguita da emuli persino peggiori (Renzi, Gelmini), che non sono mai riusciti a immaginare il paese se non come colonia USA. L’unità italiana è stata logorata dalla privatizzazione delle aziende pubbliche, dal competitivismo neoliberale negli ospedali, nelle scuole, nelle università, istituzioni oggi rivolte sempre meno al servizio del cittadino e sempre più alle gare a premi per ottenere premietti ministeriali. La prevalenza della competizione sulla cooperazione, tra istituzioni, e dentro di esse ha spostato enormi risorse dal “servire i cittadini” all’“essere attrattivi”, dal “fare bene” all’“apparire fighi”. Queste e un’infinità di altre porcate le avete volute voi, atlantisti filoamericani, mercatisti neoliberali. Ed oggi, come non bastasse, volete spiegarci che il vero pericolo all’identità italiana è la minaccia islamica, lo “scontro di civiltà”? Laddove la nostra civiltà da salvare sarebbe il diritto al Bic Mac. E tutto per ottemperare ai desideri delle ambasciate israelo-americane. Pericolosi pagliacci

  • 1 авг.17,1 тыс282

    Un mesetto fa l’incontinenza verbale del Segretario della Nato Rutte ha messo al corrente l’opinione pubblica italiana che da Sigonella e Aviano erano partiti 500 voli a sostegno dei bombardamenti americani sull’Iran. Ieri siamo venuti a sapere che da quattro mesi l’Italia ha dispiegato nel Golfo Persico 400 membri dell’Areonautica e 300 dell’Esercito, più caccia Eurofighter, Aerei di sorveglianza, ecc., sempre a sotegno dell’aggressione statunitense all’Iran. In sintesi, il governo Meloni ci ha coinvolto in una guerra di aggressione illegale, non dichiarata, senza mandato parlamentare, in forma clandestina e occulta. Ricordo, per quanto nessuno oramai sembri farci caso, che la Costituzione italiana, all’art. 11, dichiara che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ergo il comportamento del governo è manifestamente anticostituzionale. Non mi intendo abbastanza di diritto per sapere se ci sono gli estremi per un procedimento formale di messa sotto accusa, ma quel che è certo è che questo modo irresponsabile di agire ci mette tutti in pericolo, su questo come su altri fronti. Il giorno in cui ci troveremo a scavare sotto qualche ammasso di detriti, non avremo neanche il piacere di sapere da dove il colpo è arrivato, e perché.

  • 31 июл.7 09379

    Nei commenti sulla questione dell’invasione di migranti illegali a Ceuta gira parecchia confusione e, come al solito, parecchia ignoranza. Tre osservazioni. 1) In primo luogo, Ceuta è sul continente africano, per quanto territorio spagnolo. Dunque per giungere sul territorio del continente europeo devono ancora attraversare lo stretto di Gibilterra. Se lo faranno o meno è decisione politica e giuridica, non è esito automatico dell’invasione. 2) In secondo luogo, Ceuta ha un regime speciale, tale per cui chi parte da lì per prendere un traghetto o un aereo deve superare un controllo dei documenti, che devono dunque essere in regola. Nelle uscite da Ceuta non vale Schengen. 3) In terzo luogo, molti citano come causa di questa invasione una recente decisione del governo spagnolo di “concedere la cittadinanza” a 500.000 stranieri entrati illegalmente. Qualunque cosa si pensi di questa decisione, deve essere chiaro che non si è trattato di una concessione di cittadinanza, come scritto da più parti, ma dell’erogazione di permessi di soggiorno e lavoro di un anno (la cosiddetta, uscita dall’irregolarità). I permessi sono stati erogati a persone che lavorano in Spagna da anni, senza precedenti penali. Lo scopo è, come sempre in questi casi, farle uscire dal lavoro nero e poterli dunque tassare. Per capirci, in Italia abbiamo avuto 8 grandi regolarizzazioni di lavoranti stranieri. Ad esempio, con la Bossi-Fini si regolarizzarono 634.000 immigrati clandestini, con la sanatoria Berlusconi del 2009 se ne regolarizzarono 300.000, con la sanatoria del governo Conte (2020) furono 200.000 ad essere regolarizzati. Morale. Il tema migratorio è oggettivamente incasinato e non può essere trattato né con semplificazioni “buoniste”, né con semplificazioni “cattiviste”. Questo se si è interessati a risolvere problemi. Se si è invece interessati a suscitare reazioni di pancia per fidelizzare i propri gruppi ideologici, va benissimo andare avanti così.

  • 30 июл.13 тыс89

    2) Trovare il modo per togliere dalla circolazione, almeno nel breve periodo, anche i rei di reati “minori”. Se questo deve significare la costruzione di nuove carceri, è triste ma così sia. Anche gli atti di criminalità minore da parte di chi ha poco da perdere devono poter essere oggetto di sanzione efficace e dissuasiva. Non è possibile che lo scippatore arrestato ieri sia in strada oggi. 3) Escludere i rei da risarcimenti e compensazioni monetarie in caso di danni subiti nel corso dell’esercizio dei propri reati. Un reato non può essere trattato come un incidente sul lavoro. Chi si mette al di fuori della legge per perseguire i propri scopi a danni di terzi deve sapere che non potrà comunque trarne beneficio economico. 4) Trasferire l’attenzione e le energie delle forze dell’ordine sulla criminalità ordinaria, distogliendola dal concentrarsi sulle proteste civili. Non è accettabile assistere – come accade sempre più spesso – a forze dell’ordine (e giudici) che intervengono pesantemente e in massa su proteste pacifiche, manifestazioni, sit-in, mentre latitano quando si tratta di colpire spacciatori, violenti, vandali, scippatori, ecc. • CIÒ CHE NON SI DEVE FARE È: 1) NON si devono rimuovere i limiti di proporzionalità e incombenza del pericolo nell’esercizio della legittima difesa. (Eventualmente si possono produrre delle casistiche esemplificative che consentano alle persone di capire meglio quali reazioni siano adeguate e quali no.) 2) NON si deve “chiudere un occhio” sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine. Il fatto che lo stato avochi a sé il “monopolio della violenza” comporta una rigorosa assunzione di responsabilità nei confronti dei civili. Proprio perché esiste il reato di “resistenza a pubblico ufficiale”, che obbliga il cittadino ad accondiscendere all’operato delle forze dell’ordine, deve esistere una rigorosa responsabilità intorno ai limiti consentiti a tali interventi.

  • 30 июл.10,6 тыс82

    NOTE SUL TEMA “SICUREZZA” • In questi giorni estivi il tema “sicurezza”, e il suo nesso con l’immigrazione, è stato al centro della discussione pubblica. Possiamo immaginare facilmente le ragioni di questa concentrazione, che al tempo stesso favorisce la polarizzazione su vecchie linee oppositive (Dx-Sx), distrae dai problemi strutturali e aiuta l’imporsi dei Gate-Keeper di Futuro Nazionale. Ma non basta capire le ragioni strumentali, bisogna anche guardare in faccia lo stato reale delle cose e confrontarsi con la percezione pubblica. • ALCUNI DATI. Secondo l’Istat e sulla base dei dati del Ministero dell’Interno il quadro della criminalità in Italia si è evoluta in questo senso. Il numero totale dei delitti in rapporto alla popolazione si attesta su una dimensione eguale a quella degli anni ’90 (40 delitti per 1000 abitanti). La natura dei delitti però è cambiata. Sono in diminuzione abbastanza costante dagli anni ‘90 omicidi, furti e rapine (anche se queste ultime in aumento negli ultimi 5 anni). Stabili gli scippi. Sono invece in aumento frodi e truffe informatiche, episodi di criminalità minorile (baby gang), aggressioni in generale e, in misura minore, le violenze sessuali. La popolazione di origine straniera è sovrarappresentata nella popolazione carceraria (per una popolazione straniera residente del 9,4%, la popolazione carceraria di origine straniera è del 31,5%). La distribuzione dei crimini è radicalmente diversa tra i grandi centri urbani e i piccoli centri: nei grandi centri urbani la percentuale di eventi criminosi in rapporto alla popolazione è più del triplo rispetto a centri sotto i 10.000 abitanti. • Questi dati non sono sufficienti per definire un quadro dettagliato ma sono sufficienti a stabilire che, per quanto la situazione della sicurezza in Italia sia lontana da una situazione d’emergenza, tuttavia la diffusa percezione di allarme sociale non è un mero costrutto artificiale. Potremmo dire che le forme di criminalità spicciola e arbitraria, non organizzata (aggressioni gratuite, vandalismi, ecc.), sono in aumento, a fronte di una diminuzione dei grandi delitti (l’omicidio, la rapina in banca). • Questa tipologia di reati, paradossalmente, sfuggono più facilmente alle sanzioni di legge proprio per la loro natura: per i reati che non prevedono pene superiori ai 5 anni di reclusione non esiste l’obbligo di arresto, e in presenza di carceri già ampiamente sovraffollate (occupazione media al 135%), l’esito più frequente è il rilascio immediato del reo. • Il nesso tra criminalità e immigrazione è chiaro anche se ne va precisata la natura. Non si tratta di una maggiore “propensione a delinquere degli stranieri” in generale. Si tratta di una maggiore propensione a delinquere tipica di soggetti giovani, sradicati e disagiati, tutte caratteristiche che si concentrano nella popolazione migrante italiana. • Che fare? Esiste un livello di intervento fondamentale, che riguarda la forma produttiva del paese: oggi l’Italia attrae intenzionalmente persone poco formate, che forniscano manovalanza di base a buon prezzo, e che si vogliono sacrificabili e ricattabili. Se si vuole affrontare il problema di petto, bisogna modificare il modello produttivo – il che avrebbe incidentalmente ricadute benefiche innanzitutto sui giovani italiani. Ma se si vuole rimanere sul ristretto piano degli interventi in termini di sicurezza, esistono risposte che si dovrebbero dare – per quanto non risolutive. Queste risposte riguardano sia il piano di ciò che si deve fare sia il piano di ciò che non si deve fare. • CIÒ CHE SI DEVE FARE, vista la natura dei crimini e il tipo di percezione di insicurezza, è: 1) Mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di intervenire con efficacia e sicurezza, per sé e per i soggetti oggetto degli interventi restrittivi. La sciatteria (volendo essere benevoli) vista in recenti interventi mette in luce un problema di formazione e di protocolli di intervento.

  • 29 июл.8 491121

    L’altro giorno il Ministro del Commercio cinese ha annunciato una serie di restrizioni verso le aziende europee dei settori difesa e tecnologia. Si tratta di una risposta all’attacco alle aziende cinesi presente nel 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. Questo è solo l’ultimo atto di una crescente tensione tra UE e Cina, di cui un momento importante è stata l’uscita dell’Italia dal progetto della Via della Seta nel 2023. Le fiabe che gli europei si raccontano rispetto alla Cina sono innumerevoli. Di volta in volta la Cina è stata ed è accusata di varie e contraddittorie nefandezze. Dapprima era accusata di essere un paese chiuso in quanto comunista. Poi è stato accusato di farci concorrenza sleale (mentre le aziende europee correvano a delocalizzare in Cina – con la benedizione dei governi - per ricattare i propri lavoratori con la minaccia di “salari cinesi”). Intanto la Cina ha fatto tesoro dell’expertise europea, ha educato i propri lavoratori, e ha mantenuto un forte settore statale in ricerca e sviluppo, trasformandosi rapidamente da esportatrice di prodotti di fascia bassa, a prezzi risibili, ad esportatrice di prodotti tecnologicamente all’avanguardia. Le oligarchie finanziarie europee pensavano di poter continuare a far soldi detenendo solo la proprietà legale e il brand (logo), e facendo fare tutta la produzione all’estero (Cina in testa), pagandola in perline e specchietti. Questo paradiso dell’economia finanziaria ricattava i lavoratori europei, comprimendone i salari e passava dalla vecchia economia europea con alti investimenti ed alta innovazione ad un’economia di sfruttamento del nome fattosi in generazioni passate (un po’ come l’odierna vendita a pezzi di Venezia). Il risultato finale è: 1) un tessuto produttivo sempre più deindustrializzato, dove la stessa expertise produttiva si è ridotta (lo scotto delle delocalizzazione); 2) un mercato interno impoverito, cioè con sempre meno europei capaci di acquistare merci di qualità (lo scotto del contenimento salariale); 3) una capacità di innovazione tecnologica sempre più ridotta (per lo più l’industria privata privilegia i dividendi degli azionisti agli investimenti in ricerca e sviluppo). Ed oggi frigniamo per il mostruoso disavanzo della bilancia commerciale (359 miliardi a favore della Cina) e pensiamo di affrontarlo con patetiche accuse di “violazioni dei diritti umani” (un evergreen europeo) e con richieste di barriere commerciali (che, da sole, servono solo a farci pagare di più beni di qualità peggiore). La soluzione sarebbe ovvia, ma il prosciutto ideologico sugli occhi delle nostre classi dirigenti lo impedisce. L’Europa dovrebbe rimettersi a fare quello che faceva un tempo, dovrebbe ricostruire un’economia mista in cui grandi imprese statali promuovono l’innovazione tecnologica, lasciando fare al mercato ciò che il mercato fa bene, cioè l’allocazione flessibile. In sostanza l’Europa dovrebbe mettersi a fare la Cina. Noi invece lasciamo pascolare senza guinzaglio Kaja Kallas che se ne esce con robe come “Se non riusciamo a sconfiggere la Russia come faremo a sconfiggere la Cina?” Sipario.

  • 28 июл.12,5 тыс184

    Mi spiace per Pirlo, ma con tutto il rispetto stiamo sempre guardando la guarnizione della torta dimenticando la torta. E la torta è che siamo già de facto in guerra con la Russia. Nel 21° pacchetto di sanzioni l’UE, e dunque anche l’Italia, ha approvato un meccanismo che permette di confiscare e vendere il petrolio russo proveniente dalle petroliere intercettate, senza risarcimenti. In sostanza, è una dichiarazione che approva ufficialmente la pirateria di stato. Questo è l’esatto equivalente della “guerra da corsa” che l’Inghilterra elisabettiana conduceva contro la Spagna: i corsari inglesi erano navigatori autorizzati dalla regina Elisabetta I ad assaltare le navi e i porti della Spagna. Si trattava di atti di guerra, senza distinguo, senza se e senza ma. L’unica ragione per cui la Russia non ne trae le dirette conseguenze è che al momento non le conviene aprire un fronte ulteriore, nel momento in cui resta aperto il fronte ucraino. La scommessa UE è che la Russia non riuscirà mai a chiudere questo fronte, che l’Ucraina continuerà a tempo indeterminato a tenere occupate ingenti risorse militari russe e che perciò riusciremo a continuare indefinitamente a fare la guerra alla Russia da lontano, senza pagare dazio, senza che i nostri porti saltino in aria, senza che le nostre infrastrutture vadano in pezzi, senza che le nostre navi vadano a picco. È una scommessa insensata oltre che impossibile da vincere. Di fronte alla nuova riconfigurazione dei rifornimenti all’Ucraina, la Russia ha avviato un’escalation, cominciando a distruggere sistematicamente il sistema portuale ucraino, risparmiato finora. È il segno che le cautele iniziali con cui era stata avviata l’“Operazione speciale” sono oramai cadute. Questo, che è un segno di difficoltà del fronte russo, è il peggior segnale possibile per l’Europa, e solo l’imbecillità delle nostre classi dirigenti non ne comprende le implicazioni. Più la Russia è in difficoltà, minori saranno gli scrupoli con cui la guerra verrà esercitata. La possibilità che la Russia si lasci quietamente logorare fino alla dissoluzione è il sogno bagnato della von del Leyen, ma non accadrà mai. Il giorno in cui qualcuno in Russia dovesse ritenere che un rischio del genere si affaccia concretamente alle porte, l’opzione nucleare sarebbe immediatamente messa in campo, con NESSUNA POSSIBILITÀ che avvenga una replica (gli USA ci hanno da tempo lasciato il cerino in mano; e chi pensa che verrebbero in soccorso per un attacco all’Europa affrontando una guerra nucleare frontale, deve cambiare pusher). Ovviamente il giorno in cui si romperà il tabù, invalso dopo il 1945, dell’uso del nucleare militare, si apriranno le cataratte del cielo e dell’inferno. Stiamo lavorando attivamente per la nostra distruzione, e il fatto che questa comporti potenzialmente anche una distruzione globale non dovrebbe essere una consolazione per nessuno.

  • 26 июл.10,1 тыс153

    Ciò che accade in Italia è semplicissimo e, senza cambiamenti di indirizzo nella politica industriale, inevitabile: esportiamo diplomati e laureati, che dopo aver investito in formazione non vogliono diventare working poor, ed importiamo disperati disposti a qualunque lavoro per salari di sussistenza. Ovviamente questo flusso ha anche ricadute culturali e di sicurezza. Un aumento percentuale della popolazione costituita da giovani, culturalmente estranei, con poco da perdere, vincolati a salari di sussistenza e spesso in nero, non può che ripercuotersi in problemi di sicurezza e di integrazione. Ma questo è l’effetto, non la causa e se si insiste ad occuparsi solo degli effetti e mai delle cause si sta invero cercando di coltivarsi il problema, che torna sempre utile. Il punto è che i bassi salari, le privatizzazioni, la dequalificazione del lavoro e il flusso migratorio asimmetrico (la mitica “sostituzione etnica”) SONO UNO E UN MEDESIMO PROBLEMA. E non lo si risolve né facendo la predica ai giovani che non si rassegnano a fare lavori di merda per una paga di merda, né invocando pugni di ferro e mitragliate sui barconi. Qualcuno, sia a destra che a sinistra ha scelto quella strada e continua a perseguirla (“perché lo vuole l’Europa”, “perché lo vogliono i mercati”, e via delirando). Lo so che vorreste restare sul piano dei sentimenti: i “buoni e accoglienti” (zecche buoniste per la controparte) versus i “rigorosi e inflessibili” (fasciorazzisti per la controparte). Su questo piano non serve capire nulla, basta affidarsi ai sentimenti e alle bandiere. Ma se si vuole risolvere un problema strutturale lo si affronta strutturalmente. Se il problema invece lo si vuole coltivare, facendo chiassate per decerebrati e ottenendo applausi di pancia dalle varie tifoserie, bene così, la rotta è giusta e continuiamo così.

  • 26 июл.8 809133

    NOTA A MARGINE SUL TEMA MIGRATORIO Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno. Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che spazzano lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia. Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato. Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti. 1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana). 2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono). Il gioco di queste due parti dura da oltre una trentina d’anni (dall’approdo di 20.000 albanesi nel 1991 al porto di Bari). Nel frattempo l’Italia, che ha esperito i processi migratori con ritardo, non avendo avuto un impero coloniale, si è ritrovata investita da un processo che non sembra dare cenni di arrestarsi. Sia quella buonista che quella repressiva sono due non-soluzioni. Esse servono in effetti solo a mantenere in vita il problema, accrescendolo, e fidelizzando le rispettive tifoserie attraverso il disprezzo per le posizioni avverse. Cosa manca in questo quadro? Molte cose mancano, ma una è colossale, ed è qualcosa di cui nessuno, letteralmente nessuno, a destra come a sinistra, vuole parlare. Il grande assente nel dibattito sull’immigrazione è la comprensione di una dinamica elementare. Negli ultimi anni tra italiani che si trasferiscono all’estero e italiani che ritornano in Italia abbiamo un saldo medio negativo di 100.000 cittadini ogni anno. Gli italiani residenti all’estero sono 6,4 milioni. Per un confronto, l’intera popolazione straniera in Italia ammonta a 5,4 milioni di persone. Ora, la prima semplice questione che nessuno vuole porre è: ma se ogni anno 100.000 italiani (con formazione medio-alta) se ne vanno all’estero, come si può pensare che il buco non verrà tappato da ingressi esteri? Il problema, espresso nei suoi termini essenziali è questo: decine di migliaia di italiani, quasi tutti diplomati o laureati, vanno a cercare un lavoro decente all’estero e vengono sostituiti da numeri analoghi di stranieri, spesso con scarsa formazione, che vengono impiegati in lavori a basso valore aggiunto. Perché accade tutto ciò? È una questione di destino cinico e baro? Ma figuriamoci. Questo è l’esito deliberato di una scelta di politica industriale fatta negli anni ’90, nella cornice della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo neoliberale e dell’adesione all’UE. In Italia il settore che faceva principalmente Ricerca e Sviluppo, e che aveva una produzione ad alto impiego di capitale (capital-intensive) era il settore pubblico. La scelta di ridurlo ai minimi termini attraverso le ondate di privatizzazioni, e la scelta di delocalizzare anche le produzioni ad alto valore aggiunto ha comportato una scelta ben definita a favore di lavori ad alto impiego di lavoro (labor-intensive). Per competere nei settori capital-intensive devi innovare, per competere nei settori labor-intensive devi comprimere i costi per i salari.

  • 25 июл.4 95428

    Segnalo per gli interessati l'intervento "Dal Welfare al Warfare" al convegno Medio Oriente - Guerra senza fine, presso Unidolomiti di venerdì 17 luglio. casadelsole.tv ANDREA ZHOK: DAL WELFARE AL WARFARE

  • 25 июл.4 68439

    Segnalo per gli interessati quest'intervista per Ibex (Alessio Mannino) sul tema "immigrazione/remigrazione". Perché la REMIGRAZIONE è una PROPOSTA INUTILE?

  • 22 июл.8 82968

    A destra la libertà individuale è pensata su un modello anarco-capitalista, con una spruzzatina di darwinismo sociale, in cui chi ha più potere per definizione se lo è meritato e dunque basta lasciar fare al mercato. Quando tuttavia la mano invisibile del mercato produce mostri (es.: immigrazione incontrollata, free rider, ecc.) e questi mostri creano problemi al mercato stesso, allora si ritorna all’originario concetto hobbesiano dell’uomo naturalmente cattivo, che deve essere tenuto in riga a mazzate. E qui lo stato può intervenire somministrando mazzate a chi disturba il mercato (e solo a quelli), oppure delegando ai privati di somministrare mazzate a proprie spese. Incidentalmente nessuno prende in considerazione un modello dei rapporti tra libertà individuale e ruolo dello stato che proviene dalla tradizione socialista e da quella della dottrina sociale della chiesa, e che è incarnata con grande precisione nella NOSTRA COSTITUZIONE. In quel modello lo stato assumeva come suo compito l’esatto opposto del modello neoliberale: esso deve essere mosso dall’interesse pubblico. Così, l’attività economica è sì libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Al contempo la Repubblica ha a cuore “il pieno sviluppo della persona umana” e il lavoro non è soltanto un diritto, ma è anche un dovere: il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Nella Costituzione italiana non c’è traccia dell’opposizione astratta tra uno stato come formalismo esteriore (iper-regolamentatore o erogatore di mazzate ai morti di fame), e una libertà individuale come arbitrio privo di doveri (la Prima parte si intitola: “Diritti e DOVERI dei cittadini”). Ma proprio quella opposizione astratta viene oggi assunta come se fosse una realtà di natura, da cui non riusciamo a sfuggire prima di tutto mentalmente.

  • 22 июл.8 20260

    IL VICOLO CIECO DELLA NOSTRA IDEA DI STATO Nelle intense discussioni che hanno avuto luogo in questi giorni sul tema “sicurezza” una delle questioni che rimane insidiosamente sotto traccia è la questione del ruolo dello Stato. Nel formato neoliberale lo stato interviene ben oltre il perimetro dello stato minimo (stato sentinella fatto di ordine pubblico e difesa militare), ma lo fa con un’agenda dettata dagli interessi dei mercati (e dei maggiorenti sui mercati). Dunque lo stato neo liberale può essere assai intrusivo, purché questa intrusività esprima gli interessi dei mercati. La sinistra si è fatta piacere lo stato neoliberale facendo proprio il dogma liberale che il mercato è libertà e che i “servizi pubblici” possono essere erogati efficacemente servendo interessi privati (esternalizzazioni dei servizi, intramoenia per i sanitari, ecc.). Le libertà individuali vengono sempre più chiaramente assimilate all’idea classica dell’arbitrio, al “fare quello che ti pare”, con l’unica limitazione che ciò non danneggi direttamente altri individui (ma può serenamente danneggiare la società). La libertà a sinistra è così diventata senza resti la libertà individuale del liberalismo. La destra si è fatta piacere lo stato neoliberale perché la rimanente pervasività dello stato è comunque di fatto privatizzata. Così nel nome della “salute pubblica” si possono avviare campagne vaccinali inutili (purché l'industria farmaceutica sia contenta), nel nome della “difesa nazionale” si possono spendere risorse dell’erario in commesse alle aziende della difesa, ecc. Sia la destra che la sinistra accettano che lo stato rimanga in esistenza al di là di polizia, giudici ed esercito, purché lo stato funzioni in modo coerente con i meccanismi di mercato: per la destra è comunque una vittoria perché premia chi già detiene il potere, per la sinistra è una vittoria perché vissuto come trionfo della libertà individuale come libertà di scelta. Nella cornice dello stato neoliberale richiedere “più stato” non significa di solito richiedere “più sfera pubblica”, perché lo stato tende a servire interessi privatizzati. Ma similmente, nella cornice neoliberale, richiedere “meno stato” non significa ampliare i margini di libertà personale, perché in assenza della mediazione dello stato rimangono in piedi tutte le forme di coercizione privata e ricatto economico. Siamo così arrivati all’impasse odierna, dove sembra che ogni soluzione sia un vicolo cieco. Se lo stato è più presente lo sarà in una forma oppressiva, forte con i deboli e debole con i forti. Se lo stato è meno presente, saranno direttamente i forti ad opprimere i deboli, i ricchi a ricattare i poveri, ecc. Di qui tutti i cortocircuiti cui abbiamo assistito in questi giorni, dove chiedere PIÙ STATO NELLA SICUREZZA veniva interpretato come “sbirri a servizio dei benestanti che picchiano i poveracci”, e dove chiedere PIÙ LIBERTÀ NELLA SICUREZZA veniva interpretato o come libertà di farsi giustizia da sé o come lassismo verso i piccoli crimini “perché tanto i problemi sono altri”. L’oscillazione mentale odierna è dunque la seguente (tagliando a fette grosse): A sinistra la libertà individuale è pensata su un modello para-anarchico, rousseauiano, dove l’uomo senza interferenza del potere si comporterà naturalmente bene. Quando non lo fa è perché è traviato da influenze culturali perniciose che bisogna spezzare attraverso regolamenti dettagliati, procedure, controlli. A sinistra l’intervento statale è perciò pensato come garante di diritti naturali, individualmente premiale, non sanzionatorio, e neppure educativo (sarebbe paternalismo). Ma si giustifica l’intervento statale attivo, anche pesantemente attivo, quando produce regolamenti “nel nome del bene” (laddove questo bene è di solito il momentaneo consenso raggiunto nella cultura di sinistra).

  • 20 июл.7 83623